Doldrums

doldrums

Recentemente mi è capitato di rileggere una vecchia email che scrissi a un’amica e che risale al periodo in cui vivevo a New York. Dicevo così:

Cara…, nella lingua inglese c’è una bellissima espressione: being in the doldrums. I doldrums sono le zone della calma equatoriale, dove per giorni non tira un filo di vento e che, in passato, hanno imprigionato tanti navigatori. Nella Ballata dell’antico marinaio Coleridge ne dà una bellissima descrizione:

Tutto è coperto da un cielo di rame rovente

il sole maledetto, a mezzogiorno

sta dritto sopra l’albero

grande come la luna.

Giorno dopo giorno, giorno dopo giorno

bloccati, non un filo d’aria né un movimento

immobili come una nave dipinta

su un oceano dipinto.

Per analogia to be in the doldrums significa trovarsi in uno stato di stagnazione, di paralisi, di inattività, ma anche di malinconia. Mi chiedi come sto. Non trovo espressione migliore di questa per descrivere il mio stato d’animo. L’estate ha sempre avuto questo effetto paralizzante su di me, la sensazione di una calma irreale, angosciante. Qui fa caldo. Sarà più di una settimana che tocchiamo i quaranta, e io me ne sto ben aggrappato al mio ventilatore, guardandomi bene dall’uscire per strada. Studio per la maggior parte del tempo, ma non riesco a lavorare in modo produttivo. Potrei passare intere giornate disteso a letto a guardare il soffitto. L’unica cosa che fluttua sono i miei pensieri, che si curvano in spirali senza senso e senza fondo…

New York, 22 luglio 2008.

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