Come una baia spalancata sul mare

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Quando Esiodo racconta la genesi del cosmo e degli dèi che lo abitano sta divulgando il contenuto di una visione, l’epifania di quello sfondo primordiale che si trova al di là dei fenomeni, che nessun intelletto potrà mai scandagliare, ma che può solo essere oggetto di una rivelazione divina, e di cui il poeta non è che il passivo tramite. Il poeta, come lo sciamano e l’indovino, ha la straordinaria capacità di entrare in contatto con le forze mistiche che gli consentono di vedere ciò che è proibito ai mortali. Nel pensiero arcaico, l’io è una baia spalancata su un mare di potenze sovrannaturali. L’idea che l’anima, esplorando se stessa, possa trovare la via d’accesso a una verità di ordine superiore sopravvive anche nella filosofia.

Eraclito invitava a non ascoltare lui, ma la voce del logos che risuona dal pozzo senza fondo dell’anima: «I confini dell’anima non li potrai mai trovare, per quanto tu percorra le sue vie; tanto profondo è il suo logos.» Anche l’orfico Platone pensava che la verità fosse sepolta nell’interiorità dell’anima. La filosofia, diceva, esorta l’anima

a raccogliersi in sé, a non fidarsi che di se stessa e solo di quella realtà che ella indaga con le sue facoltà e a giudicare falsa, invece, quell’altra, mutevole e contingente, che ella esamina con mezzi non suoi; perché questa è sensibile e visibile, mentre quella è intelligibile e invisibile.

Dei sensi si può, anzi, si deve dubitare, mentre delle rappresentazioni interne dell’anima ci si può fidare. In questo modo la concezione sciamanica per cui una rappresentazione, per il semplice fatto di provenire dall’interno, è indubitabile, diventa un principio metodologico della filosofia. Ed è significativo notare quanto poco i filosofi abbiano dubitato delle loro rappresentazioni interne.

Persino Socrate, questa piatta torpedine capace di paralizzare la mente di chiunque lo avvicinasse, non ha mai dubitato della sua voce interiore (per lui lo fece Nietzsche, che parlò di allucinazioni uditive interpretate religiosamente).

Né ha mai dubitato Cartesio di possedere la libertà dell’arbitrio, quando pure la logica stessa del suo argomentare avrebbe dovuto spingerlo a farlo. Dopotutto, se un genio malvagio può indurmi in errore sulle mie percezioni sensoriali, perché non potrebbe farlo anche a proposito della mia libertà? Non potrei credere di essere libero di volere ciò che voglio e di pensare ciò che penso quando in realtà non lo sono?

Oppure, cosa ci impedisce di pensare che possa esistere un animale sonnambulo capace di compiere gli atti più spirituali del volere, del ricordare e persino del pensare senza il rispecchiamento della coscienza e l’autoriferimento che li accompagna?

Ma Cartesio non arriva a tanto, perché continua a credere nell’autoevidenza delle proprie esperienze interiori.

In ciò egli fu ancora uno sciamano.

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