La terra del non ritorno

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Un tempo si pensava che la morte sopraggiungesse quando si smetteva di respirare, ed è per questo che l’anima era identificata col soffio vitale (psyche, anemos) che veniva esalato nell’ultimo respiro. Ma poi la tecnica fece progressi, e allora si riuscì a rianimare anche le persone che avevano smesso di respirare.

Oggi la morte viene fatta coincidere con la cessazione delle funzioni cerebrali, ma nulla impedisce di pensare che un giorno non si potrà riportare in vita anche un cadavere che è stato ibernato per secoli.

Ci sono due modi però di interpretare questo fenomeno, a seconda di cosa intendiamo per “morte”. Se la morte è, per usare la bella espressione di Gilgameš, «la terra del non ritorno», allora dobbiamo ammettere che i confini di questa terra non sono fissati una volta per tutte, ma dipendono dallo stadio di avanzamento della tecnica in un dato periodo storico. Così, chi è morto per un epoca, potrebbe non esserlo più per un’altra. Se invece la morte è intesa come cessazione delle funzioni vitali, allora dobbiamo dire che l’ibernato era morto, ma che poi è stato riportato in vita. Ma allora la morte non è più la terra del non ritorno, perché diventa un fatto reversibile.

Seguendo il corso di questi pensieri, possiamo spingerci ancora più in là, e immaginare un tempo in cui l’umanità ha raggiunto un tale livello di avanzamento tecnico da poter implementare il nucleo della coscienza di un individuo in un supporto inorganico non deperibile, come una lamina d’oro, in modo tale da procrastinare indefinitamente la morte.

La vita a questo punto si sposterebbe in una sorta di mondo virtuale assolutamente indistinguibile dal mondo che adesso chiamiamo “reale”. Questo mondo artificiale, proprio perché progettato dall’uomo, potrebbe dispiegare una realtà potenziata, nella quale sono abolite le limitazioni spazio-temporali di questo mondo. Potremmo passeggiare nei freschi giardini di Epicuro e filosofeggiare con lui. Oppure potremmo tornare a quel 12 luglio del 1789 quando furono aperte le porte della Bastiglia.

Col passare del tempo, potremmo disaffezionarci anche all’idea di possedere un corpo, così come oggi ci stiamo disaffezionando all’idea che un libro debba essere stampato su carta. E allora la nostra vita potrebbe divenire un’esperienza totalmente interiore e incomunicabile.

Si potrebbe obiettare che l’uomo non accetterà mai di vivere in un mondo virtuale, per quanto più sereno e allettante di questa valle di lacrime. Una vita autentica, benché dolorosa, è pur sempre preferibile a qualunque paradiso artificiale. Chi parla in questo modo dimostra di non conoscere il cuore umano. Perché da sempre l’uomo ha cercato una via di fuga dalla realtà: con la religione, con l’oppio, con i libri, con l’arte, e con tutti gli altri mezzi leciti e illeciti.

Guardatevi intorno, o amanti dell’autenticità, e vedrete un mondo di individui persi ciascuno nella propria India immaginaria.

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