L’inconscio della filosofia

greciamitologia

I Sumeri e gli Egizi pensavano che il cosmo e gli dèi fossero sorti dall’acqua. Ciò che colpisce di questa rappresentazione è suo carattere metafisico. Se avessero detto: la vita degli esseri viventi dipende dall’acqua, avremmo un’ipotesi proto-scientifica, tutto sommato plausibile, sull’origine della vita – un’ipotesi che, per di più, si basa sull’osservazione dei dati dell’esperienza.

Ma questi antichi miti ci dicono molto di più! Dicono che è esistito un tempo in cui c’era solo acqua, un tempo molto remoto nel quale «il cielo ancora non era», «la terra ancora non era» e «niente esisteva che fosse ancora stabilito». Ora questa idea non può in alcun modo essere derivata dall’esperienza: non è affatto banale pensare che l’ordine del mondo si sia evoluto a partire da un elemento germinale.

Dopotutto, nessun fatto osservabile avrebbe potuto giustificare una supposizione del genere in epoca arcaica. La struttura fondamentale del mondo doveva, anzi, apparire atemporale e immutabile: le costellazioni del cielo erano state osservate, tali e quali, fin dalla notte dei tempi; le stagioni si alternavano da sempre secondo lo stesso ordine; le terre, i fiumi, le montagne e i mari erano sempre stati al loro posto. Perché allora lo schema evolutivo dell’universo è universalmente diffuso, e lo troviamo sia in Mesopotamia che in Egitto, sia in India che in Grecia? Non sarebbe stato molto più semplice credere, come fece effettivamente Aristotele, in un cosmo eterno e increato?

Il fatto è che qui ci troviamo di fronte a un modo di pensare che è profondamente diverso da quello che caratterizza la speculazione scientifica, dove la successione cronologica viene impiegata per creare una rappresentazione fortemente antropocentrica del mondo. Il pensiero sotteso sembra essere questo: ciò da cui dipende la vita dell’uomo è anche ciò da cui dipende la vita di tutte le cose, quindi deve anche essere apparso per primo nel tempo, in una sorta di Urzeit protostorico. Grazie a questa trasposizione, l’acqua riceve una sorta di titolo onorifico, diventando così la mater mundi.

Per inciso, questa è anche la ragione per cui, nei testi delle piramidi, il faraone viene fatto nascere direttamente dalle acque primordiali del Nun, prima del cielo e della terra: come l’acqua viene per prima in quanto è la più importante delle sostanze, così il faraone viene per primo in quanto è il più importante tra gli uomini. In questo modo, il tempo diventa una sorta di scala che conferisce valore cosmico alle cose che hanno valore solo per l’uomo – e l’uomo viene così posto indirettamente al vertice dell’esistente.

Questo tratto del pensiero arcaico sopravvive nell’inconscio categoriale da cui si sviluppa la ricerca dell’arché da parte dei primi pensatori greci. Se il termine greco arché indica, in generale, il primo elemento di una serie ordinata, in un contesto cosmologico questa parola assume una connotazione eminentemente temporale. L’arché è la più antica e veneranda delle cose, quella da cui tutte le altre furono partorite. La domanda: qual è la sostanza da cui tutto proviene? ha senso solo se si suppone che la complessità del mondo sia sorta a partire da una condizione più elementare. Ma questa supposizione ha senso solo all’interno di quello schema antropocentrico approntato per la prima volta dal mito. Una volta accettata questa premessa di fondo, è irrilevante che l’indagine venga condotta con i mezzi della pura ragione: fin dall’inizio, il logos cammina lungo il sentiero tracciato una volta per tutte dal mito.

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