Le vie del disprezzo

I pitagorici non disprezzavano il corpo perché pensavano che fosse il sepolcro dell’anima, ma pensavano che fosse un sepolcro perché fondamentalmente lo disprezzavano. Più precisamente disprezzavano quegli aspetti del corpo per i quali provavano disgusto o che sentivano come un aggravamento. Fu a partire da questo disgusto di fondo che in seguito si pervenne alla determinazione degli attributi dell’anima. L’anima è il precipitato di ciò che del corpo è ritenuto puro, e perciò degno di lode, mentre il corpo è lo scarto impuro che rimane dopo questa opera di decantazione. Perciò si decise che l’anima è vita, il corpo è morte; l’anima è attività e movimento, il corpo inerzia, passività e stasi; l’anima è la sede dell’intelletto e del pensiero, il corpo è sensazione ingannevole, passione e istinto; l’anima è conoscenza, il corpo è dubbio ed errore; l’anima è libertà, il corpo schiavitù, e così via. Dall’anima si passò poi facilmente al mondo. L’intera cosmologia aristotelica poggia sull’idea errata che la quiete sia lo stato naturale dei corpi, a riprova del fatto che i vent’anni passati nell’Accademia platonica non trascorsero invano. Ma c’è di più, perché la sublimazione del disprezzo per il corpo è alla base anche della stessa nozione di dio. Già gli dèi omerici, nonostante la loro rassomiglianza con gli uomini, non sono soggetti alle limitazioni e agli impacci della corporeità umana: essi non conoscono morte, né malattie, né vecchiaia. Senofane aggiunge un nuovo anello a questa catena. Secondo lui, l’errore di Omero consiste nell’aver attribuito agli dèi «tutto quanto è oggetto di onta e di vergogna, come il rubare, il commettere adulterio e l’ingannarsi a vicenda». Il dio di Senofane non possiede membra, ma è una sfera “uguale in ogni sua parte”, depurato da tutto ciò che lui sentiva come basso e volgare. Ma è ancora fondamentalmente un uomo, perché continua a ‘vedere’ e a ‘sentire’. Ci vorrà la follia di un Parmenide per portare al parossismo questo processo di rarefazione. Alla sfera non possiamo assegnare alcun attributo corporeo, se non quello del pensiero e della nuda esistenza: il puro essere che è uguale a se stesso. Così, il sentiero del Giorno è lastricato dal disprezzo per il corpo. A forza di disprezzare, si rimase con un guscio vuoto in mano.

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