Come libellule che sorvolano il fiume

L’uomo è il solo essere vivente che possa comprendere fino in fondo la miseria della propria condizione. È l’unico essere capace di capire che ogni casa, ogni fortezza, ogni diga, ogni barriera e ogni fortificazione eretta in difesa dalle minacce del mondo è precaria e può essere abbattuta in qualunque momento da un sussulto della natura. Un’epidemia, un’inondazione, una carestia possono decimare un’intera popolazione, un’eruzione vulcanica può inondare una città riducendola in un cumulo di macerie, un terremoto può radere al suolo in un solo minuto il lavoro di venti generazioni di uomini. E anche se l’auspicio di una buona stella può tenere il singolo al riparo da tutte queste calamità, prima o poi l’ombra della morte si estende su tutti, inesorabilmente. La dolorosa cognizione della precarietà attraversa la storia dell’uomo come un fiume carsico. Molto prima che Omero narrasse il ritorno in patria di Ulisse, un esorcista babilonese di nome Sinleqiunnini aveva raccontato la storia di un viaggio ben più periglioso, al confine estremo del mondo, alla ricerca del segreto dell’immortalità. Giunto al cospetto di Utanapištim, il saggio che è sopravvissuto al Diluvio, l’eroe Gilgameš deve però apprendere l’amara verità: «Il tutto assomiglia alle libellule che sorvolano il fiume: il loro sguardo si rivolge al sole, e subito non c’è più nulla.»

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