L’era di Pitagora

«Il piacere è riprovevole in ogni circostanza, perché siamo venuti al mondo per essere puniti.» Proviamo a chiarire la logica di questo strano precetto pitagorico: per purgare l’anima da una colpa che abbiamo ereditato dai nostri padri celesti (i feroci Titani che, secondo la leggenda, avrebbero ucciso Dioniso) dobbiamo tenerci alla larga dal piaceri del corpo. Il piacere è dunque visto come un agente contaminante da cui bisogna lavarsi, come dopo il contatto con una carogna. Perché? Ma perché il piacere è la forza che può destabilizzare la mente e far crollare le mura dell’ordinamento morale della società. Il suo carattere essenzialmente anarchico e regressivo ci riporta immediatamente allo stadio ferino della nostra esistenza. I pitagorici lo avevano capito, ed è per questo che lo temevano più di ogni altra cosa. Ma non furono i primi né gli unici. Anche i sovrani conoscevano bene questa verità. Fu per neutralizzare il «piacere della ferocia» – così lo chiamava Agostino – che Vespasiano fece costruire il Colosseo nel centro di Roma. In questo modo, la sete di sangue del popolino poteva essere soddisfatta senza pericolo per il potere costituito. E fu per una ragione analoga che, molti secoli dopo, Napoleone abolì il Carnevale a Venezia: anche lui aveva capito che, in quella sospensione del tempo dove la maschera cancella le gerarchie e dove la sessualità si libera dal giogo delle convenzioni sociali, c’era il pericolo che scoppiassero delle rivolte. Da sempre il piacere rappresenta la più grande minaccia per la civiltà, in particolare quando assume la forma del sesso e della violenza. Perciò, chi definisce edonistica l’attuale società dei consumi non sa di cosa sta parlando. Perché mai come in questa epoca la tendenza dell’uomo al piacere è stata addomesticata, sublimata, moralizzata, commercializzata, regolamentata e infine repressa nell’interesse della civiltà. I posteri diranno di noi che siamo vissuti nella più triste e insieme meno infelice di tutte le epoche storiche. La più pitagorica, appunto. Sed contra, si legga questo passo di Euripide: «Solo fuggendo riuscimmo ad evitare che ci sbranassero vivi. Ma esse si avventarono sulle mandrie che pascolavano l’erba: e bada, non avevano coltelli in mano. Una agguanta una giovenca colle mammelle gonfie che muggiva, altre si buttano su gruppi di vacche, ne fanno scempio. Bisognava averlo visto per crederci. Interi fianchi, zampe dai bifidi zoccoli vengono scagliate qua e là: pezzi di carne sanguinolenta, tra i rami, lasciavano cadere rosse gocce sotto gli abeti. E i tori, prima violenti, i tori, che hanno la rabbia nelle corna, si abbattevano al suolo, trascinati da torme di donne. Li spolparono sino alle ossa, più veloci, signore, di un battito delle tue ciglia… Piombano, le Baccanti, su Isia, Eritre, ai piedi del Citerone: come uno sciame di nemici abbattono e devastano tutto, rapiscono i bambini dalle case… Chiunque sia questo dio, accoglilo nella tua città, signore: egli è grande in ogni cosa, e dicono, a quanto sento, che ha dato lui agli uomini la vite che scaccia il dolore: e senza vino non c’è Afrodite, non c’è nessun altro piacere per gli uomini, mai.»

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