Nel cavo di un’antica conchiglia

«Gli esseri si distruggono in quelle stesse cose dalle quali sorgono, secondo ciò che è decretato; infatti essi pagano reciprocamente il riscatto e la pena dell’ingiustizia commessa secondo l’ordine del tempo.» Accostando l’orecchio a questa conchiglia, non sentiamo forse risuonare ancora una volta l’antica canzone del mito? Gli esseri particolari sono contaminati, sono il ricettacolo dell’ingiustizia commessa nei confronti del ordine cosmico. Affinché la giustizia venga ripristinata è necessario che le cose si dissolvano in quegli stessi elementi da cui sono sorte. Questa dottrina è la riproduzione dello schema archetipico presente nei miti: iniziale suddivisione degli elementi a partire da uno sfondo indifferenziato, loro assoggettamento a un potere sovraordinato che ne assegna i rispettivi domini. L’unica differenza sta nel fatto che Anassimandro fa scomparire gli dèi personificati del mito dal palcoscenico della sua descrizione. Non dalle quinte, però, perché i fenomeni naturali continuano a essere interpretati con le categorie antropologiche della ‘colpa’, della ‘pena’ e della ‘riparazione’, e perché il mondo è ancora tenuto nei cardini da una remota potenza morale.

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