Tra terra e cielo

L’impulso umano verso la conoscenza è utile finché viene impiegato nelle faccende pratiche della vita. Ma quando l’uomo se ne serve per riflettere sulla propria condizione, allora potenti e terribili presentimenti affiorano in superficie. Ciò accade, per esempio, in un celebrato papiro egizio nel quale un uomo, stanco di vivere e isolato nel suo dolore, si rivolge alla sua anima (il ba), affinché gli conceda la morte, nella convinzione che il mondo ultraterreno gli donerà quella pace a cui ha sempre aspirato. Ma l’anima non accoglie la sua perorazione, e gli dà questa risposta terribile:

Se pensi alla sepoltura,

è un’amarezza del cuore,

è un portar pianto

facendo miserabile un uomo;

è un portar via l’uomo dalla sua casa,

gettandolo sull’altura.

Mai uscirai su a vedere il sole!

Coloro che hanno costruito in granito,

che hanno edificato sale in belle piramidi con bel lavoro,

quando i costruttori sono divenuti dèi,

le loro tavole d’offerte sono vuote

come quelle dei miserabili morti sulla riva

a causa della mancanza di eredi sulla terra,

di cui l’acqua ha preso una parte

e il sole egualmente,

ai quali parlano i pesci dalla sponda.

Ascoltami,

è bello ascoltare per gli uomini:

segui il giorno felice,

dimentica l’afflizione!

Dimentica l’afflizione, cogli l’attimo che ti è concesso di vivere, poiché la morte è di gran lunga peggiore dello stato di cui ti lamenti! I morti non vedono il sole e, anche quando costruiscono belle piramidi, nessuno si ricorda di loro. La capacità di pensare in modo profondo, per cui l’uomo si eleva sugli altri animali, è anche ciò che lo fa sprofondare nel buio della disperazione.

Ma la disperazione è un sentimento antisociale. Non solo perché isola l’individuo dal gruppo, ma anche e soprattutto perché minaccia le basi stesse della civiltà umana: «Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole?», recita l’Ecclesiaste. Se tutto è vano, allora perché innalzare templi agli dèi? perché inseguire gloria e onori? perché accumulare ricchezze? perché generare figli o impregnare il suolo del sangue di un nemico lontano? La società non può tollerare che il singolo si abbandoni a questi pensieri. In qualche modo si deve difendere. Ecco allora entrare in scena la religione, con tutto il suo chiasso di fanfare. Il suo ufficio è quello di mozzare le ali al pensiero, in modo tale che l’uomo se ne stia felicemente appollaiato sul trespolo delle proprie illusioni.

Ma questa opera di contenimento non può essere il lavoro di un singolo uomo. Essa richiede la costituzione di una casta di sacerdoti che abbia il potere di imporre e diffondere la fede nei miti. Non sorprende allora scoprire che, proprio in Mesopotamia, all’inizio il potere temporale fosse sotto il controllo diretto della casta sacerdotale. E anche quando il governo passerà nelle mani di un laico, e cioè di un sovrano-guerriero, il controllo dei sacerdoti sull’ideologia dominante resterà capillare. Nessun guerriero poteva governare le terre di Sumer senza l’appoggio del clero; e non solo in Mesopotamia, ma anche in Egitto, in Anatolia, in Iran. E anche in Grecia, dove troviamo la figura dell’anax, il re-guerriero, che dispone di un potere pressoché illimitato, che esercita nel segreto del suo palazzo. In quanto è appoggiato da una potente casta sacerdotale, l’anax è anche espressione del potere spirituale: uomo tra gli dèi e dio tra gli uomini, egli officia i riti e presiede la celebrazione delle festività religiose.

Ovunque, nel mondo arcaico, sacerdoti e guerrieri stabiliscono dunque una sorta di patto: i sacerdoti legittimano il potere temporale dei guerrieri facendo discendere la regalità direttamente dal cielo (e cioè dagli dèi); i re, in cambio, legittimano il potere spirituale dei sacerdoti implementando la religione nell’apparato statale. Da questo momento la religione diventa un affare di Stato e lo Stato diventa un espressione della religione. Il sovrano, uomo e dio al tempo stesso, è l’anello di congiunzione fra questi due mondi.

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