Nietzsche e Schopenhauer: una relazione complicata

Il rapporto NietzscheSchopenhauer è ben più complesso e problematico di quanto possa a prima vista sembrare. In particolare, è da rivedere completamente l’idea di un Nietzsche che rimane fedele discepolo di Schopenhauer fino alla cosiddetta ‘svolta illuministica’ di Umano, troppo umano. La prova più convincente di questo fatto sta in uno scritto contenuto nel quaderno P I 6, che Nietzsche redige tra l’autunno 1868 e la primavera del 1869, quindi quattro anni dopo la ‘folgorazione’ schopenhaueriana (1865) e quattro anni prima de La nascita della tragedia (1872). Si tratta dei mesi che vanno dal servizio militare fino alla partenza per Basilea, in aprile, dove il 23enne Nietzsche avrebbe ripreso a insegnare Filologia classica. La grafia molto stentata di questi appunti fa pensare che siano stati stesi nel periodo marzo-aprile 1868, in seguito alla caduta da cavallo (marzo 1868) che metterà fine al servizio militare attivo di Nietzsche.

Ecco, in sintesi, che cosa scrive Nietzsche di Schopenhauer:

“Il tentativo da parte di Schopenhauer di spiegare il mondo a partire dalla volontà è fallito”. Il suo sistema si può infatti attaccare con successo da molte parti:

1) “Siamo costretti a opporci ai predicati che Schopenhauer assegna alla sua volontà, i quali, per qualcosa che è per definizione impensabile, sono fin troppo determinati e tutti ricavati dall’antitesi con il mondo della rappresentazione: mentre tra la cosa in sé e il fenomeno neppure il concetto di antitesi ha senso.”

Relativamente a questo punto, scrive infatti Schopenhauer:

Come cosa in sé la volontà differisce assolutamente [corsivo mio] dal suo fenomeno, è indipendente da tutte le forme fenomeniche; non ne assume alcuna se non quando si manifesta. […] La volontà non conosce neppure la forma più generale della rappresentazione, quella d’essere un oggetto per un soggetto (Il mondo come volontà e rappresentazione, I, § 23).

Ora – osserva Nietzsche – se la volontà come cosa in sé è completamene al di fuori della sfera della conoscenza, al punto che non la si può nemmeno pensare come ‘un oggetto per un soggetto’, che cosa ci legittima ad attribuirle delle qualità, seppur negative? “In questa esposizione […] ci sorprende il tono dittatoriale che di quella cosa in sé, che si trova completamente al di fuori della sfera della conoscenza, asserisce tutta una serie di qualità negative, e perciò non è più in armonia con l’affermazione secondo cui la cosa in sé non è toccata dalla forma più generale della conoscenza, cioè essere oggetto per un soggetto.”

Lo stesso Schopenhauer, nota Nietzsche, sembra rendersi conto del problema. Infatti, nel paragrafo 22 del Mondo, scrive:

La cosa in sé […] non può mai, come tale, essere oggetto, appunto perché ogni oggetto ne è a sua volta un fenomeno, e non può dunque identificarvisi. La cosa in sé, per essere pensata obiettivamente, dovrà pure assumere un nome, un concetto, da un oggetto [corsivo di Nietzsche], da qualcosa di oggettivamente dato, cioè da un suo fenomeno […].

Commenta Nietzsche:

Schopenhauer pretende insomma che qualcosa che non può essere mai oggetto [corsivo mio] sia nondimeno pensato in maniera oggettiva: ma per questa via possiamo arrivare solo a una apparente soggettività, in quanto a una x del tutto oscura e inafferrabile vengono appesi, come vestiti variopinti, dei predicati presi da un mondo a essa estraneo, il mondo fenomenico.

2) Anche ammettendo che la cosa in sé sia oggettivabile, ci si potrebbe comunque chiedere: perché chiamare la cosa in sé con la parola ‘volontà’, che dopotutto è un fenomeno come gli altri? Che cosa rende la ‘volontà’ un candidato migliore a rappresentare la cosa in sé, visto che quest’ultima è irrappresentabile? Se una cosa è, per definizione, irrappresentabile, allora qualunque determinazione è egualmente inadeguata. Allo stesso modo potremmo dire: se nessun numero può esprimere l’infinito, allora non ha senso dire che 100 è un rappresentante migliore di 10. Tra 100 e infinito esiste infatti lo stesso abisso di numeri che c’è tra 10 e infinito.

3) Ma non solo la nozione di volontà è presa indebitamente in prestito dal mondo fenomenico per rappresentare la cosa in sé; anche tutti i predicati della volontà sono presi in prestito dal mondo fenomenico: ad esempio l’unità. Per cui, commenta Nietzsche: “[T]utto il sistema di Schopenhauer[…] ci convince che, dove gli fa comodo, egli si permette l’uso umano [=fenomenico] e per nulla trascendente [=ineffabile] dell’unità nella volontà, e in fin dei conti ricorre a quella trascendenza [=ineffabilità] solo quando gli appaiono troppo evidenti le lacune del sistema. Questa «unità» è insomma simile alla «volontà», sono predicati della cosa in sé presi dal mondo fenomenico, in mezzo ai quali il vero e proprio nucleo, il trascendentale appunto, svanisce.”

4) I predicati di unità, eternità e libertà, inoltre, hanno senso solo all’interno della sfera della conoscenza umana, e non si capisce in base a che cosa Schopenhauer li estenda al di là di questa sfera. Nel mondo fenomenico, infatti, dominano i predicati opposti (molteplicità, temporalità, necessità). “Per i tre predicati di unità, eternità (cioè atemporalità) e libertà (cioè mancanza di fondamento) vale quel che vale per la cosa in sé: essi sono tutti quanti inscindibilmente legati alla nostra organizzazione, cosicché è assai dubbio che essi abbiano qualche significato al di là della sfera della conoscenza umana. Ma né Kant né Schopenhauer potranno dimostrarci, anzi neppure rendere verosimile ai nostri occhi, che essi debbano appartenere alla cosa in sé perché i loro opposti sono dominanti nel mondo fenomenico.”

5) La volontà appare grazie a un apparato fenomenico (la mente, l’io). Ma questo apparato presuppone l’organismo e l’organismo presuppone la volontà, sicché l’io conoscente è al terzo posto in questa scala gerarchica.

Scrive Schopenhauer: “Ben lungi dall’essere il primo in assoluto […], l’io conoscente è […] al terzo posto, presupponendo esso l’organismo e quest’ultimo la volontà.” (Il mondo, Supplementi al secondo libro, Capitolo 22, L’intelletto esaminato oggettivamente).

Ma, continua Schopenhauer, per la volontà e per gli organismi più semplici come le piante il mondo non esiste, perché non esiste la facoltà di percepire. Il mondo come rappresentazione, e quindi lo spazio e il tempo, fa la sua comparsa con gli animali. Questi hanno infatti bisogno di conoscere per esistere: “già l’infimo tra gli animali […] è obbligato, a causa dell’accrescersi dei bisogni […], ad estendere la sfera della propria esistenza oltre i confini del corpo. Questa estensione si attua per mezzo della conoscenza [ma allora si conosce qualcosa che già c’è?]: quell’animale ha una percezione confusa del suo ambiente prossimo [perché confusa: forse che il mondo in sé è più determinato di come viene percepito?], dal quale gli vengono i motivi del suo agire al fine della sua conservazione. In tal modo fa quindi la sua comparsa l’intermediario dei motivi [quindi il mondo è una proiezione dei tuoi bisogni?], che è il mondo oggettivamente esistente nello spazio e nel tempo, il mondo come rappresentazione, per quanto pallido, vago e appena albeggiante possa essere questo suo primo e umilissimo abbozzo. Ma quel mondo si delinea sempre più nettamente, con ampiezza e profondità crescenti, a misura del progressivo perfezionarsi del cervello nella serie ascendente delle organizzazioni animali. Questo potenziamento dello sviluppo cerebrale, quindi dell’intelletto e della chiarezza della rappresentazione, in corrispondenza di ciascuno di questi stadi sempre più elevati, è causato dai bisogni sempre crescenti e sempre più complicati di questi fenomeni della volontà.” (Ibid.)

Ma come può esistere un mondo dove ci sono oggetti individuali come le piante, rapporti causali, spazio e tempo, ma non il principium individuationis, se questo presuppone un apparato fenomenico? “Una simile concezione pone un mondo fenomenico prima del mondo fenomenico […]. Già prima dell’apparizione dell’intelletto vediamo il principium individuationis, la legge di causalità, in piena azione. La volontà afferra con furia la vita e cerca in ogni modo di entrare nel fenomeno; e comincia modestamente dai gradini più bassi, per così dire dalla gavetta.”

Schopenhauer afferma che un mondo siffatto non può esistere, ma allora l’apparato fenomenico deve essere originario (e quindi non esiste la preistoria, e la volontà non ha fatto nessuna ‘gavetta’), ossia un nuovo predicato della cosa in sé. Ma allora la cosa in sé è insieme principium individuationis e fondamento necessitante. Insomma, l’obiezione è questa: se esiste solo la volontà non c’è molteplicità e quindi non c’è conoscenza (perché manca il dualismo soggetto-oggetto). Perché esista la conoscenza è necessario che ‘prima’ esista una molteplicità (come fondamento necessitante).

Scrive Schopenhauer: “Gli eventi geologici precedenti a ogni forma di vita sulla terra non sono esistiti in nessuna coscienza […]. Dunque per mancanza di qualsiasi soggetto non avevano alcuna esistenza oggettiva, cioè, in generale, non erano.” Parerga e paralipomena, II, § 85.

Commenta Nietzsche: “Ma allora, ci chiediamo dopo queste ponderate considerazioni, come è stato mai possibile il sorgere dell’intelletto? L’esistenza dell’ultimo gradino prima dell’apparizione dell’intelletto è senza dubbio tanto ipotetica quanto quella di ogni gradino precedente, cioè questo gradino non c’era perché non c’era una coscienza. Al gradino successivo dovrebbe ora apparire l’intelletto, cioè da un mondo inesistente dovrebbe spuntare, improvvisamente e senza mediazioni, il fiore della conoscenza. Questo, per di più, dovrebbe essere accaduto in una sfera priva di tempo e di spazio, senza la mediazione della causalità: ma ciò che proviene da un tale mondo demondizzato deve essere esso stesso, secondo le tesi di Schopenhauer, cosa in sé. Ora, o l’intelletto è da sempre avvinto alla cosa in sé come un nuovo predicato, o non può esservi alcun intelletto, perché un intelletto non è mai potuto nascere [se infatti esiste solo la volontà, non esiste la dicotomia soggetto-oggetto e quindi non c’è nulla da conoscere].

Ma esso esiste: di conseguenza non potrebbe essere uno strumento del mondo fenomenico, come vuole Schopenhauer, bensì cosa in sé cioè volontà.

La cosa in sé schopenhaueriana sarebbe dunque al tempo stesso principium individuationis e fondamento necessitante: in altri termini: questo mondo. Schopenhauer voleva trovare la x di un’equazione: e dal suo calcolo risulta che essa è uguale a x, ossia che non l’ha trovata.”

Poco oltre Nietzsche rincara la dose: “È notevole l’accortezza con cui Schopenhauer evita la questione dell’origine dell’intelletto: non appena arriviamo nei paraggi di tale questione, e segretamente speriamo infine di arrivarci, Schopenhauer scompare per così dire dietro una coltre di nuvole: anche se è del tutto evidente che l’intelletto, in senso schopenhaueriano, presuppone già un mondo coinvolto nel principium individuationis e nelle leggi della causalità. Mi sembra che una volta abbia questa ammissione sulla punta della lingua: ma la soffoca in modo così singolare che dobbiamo dedicarvi un po’ di attenzione.”

Ora, a fronte di questa demolizione totale del sistema di Schopenhauer, ci si potrebbe chiedere: per quale motivo, nonostante queste critiche, Nietzsche rimane fedele al suo vecchio maestro?

La risposta si trova in parte già in questo scritto, quando Nietzsche scrive: “Per gli errori dei grandi uomini occorre avere rispetto perché sono più fecondi delle verità dei piccoli.”

Ma già nell’ottobre 1868 Nietzsche scriveva all’amico Deussen: “Di una Weltanschauung non si può scrivere proprio una critica: o la si capisce o non la si capisce, un terzo punto di vista è per me inconcepibile. Chi non sente il profumo di una rosa non ha certo il diritto di criticarlo; e se lo sente, à la bonne heure, gli passerà la voglia di criticarlo.”

Questa idea verrà ripresa e sviluppata ne La filosofia nell’epoca tragica dei Greci, dove Nietzsche distingue il pensiero genuinamente filosofico dal pensiero calcolante. Le differenze sono due:

1) il filosofo è mosso da un’intuizione mistica, dalla fede nell’unità delle cose, che non proviene dalla ragione. Questa intuizione ci spinge al di là dei limiti dell’esperienza. L’intelletto calcolatore poi la segue pesantemente, cercando degli appoggi. Il pensiero filosofico non va confuso col pensiero calcolante, perché percorre rapidamente grandi spazi (mentre quello calcolante procede a tentoni) e perché è spinto dalla fantasia, una forza illogica, che lo fa balzare di possibilità in possibilità. Il filosofo sa dunque che il suo linguaggio (la dialettica) è inadeguato a esprimere l’unità mistica che sta al di là delle cose, ma questo linguaggio è l’unico mezzo che ha per esprimere metaforicamente ciò che ha contemplato.

2) Il filosofo sa distinguere ciò che è più importante, più grande, più meritevole di essere conosciuto, da ciò che non lo è. La scienza, per contro, si getta a capofitto sulle cose e le divora tutte, senza distinguere. La filosofia disciplina il desiderio di conoscenza con il concetto di grandezza, indirizzando il sapere verso l’essenza delle cose.

Perciò, nemmeno la lettura della Storia del materialismo di Friedrich Albert Lange, dove Nietzsche trova buona parte degli spunti contro Schopenhauer, è sufficiente a scuotere la sua ammirazione per lui. Non a caso, in una lettera a Carl von Gersdorff del 1866 (subito dopo aver letto Lange), Nietzsche scrive: “Chi vorrebbe confutare una frase di Beethoven, e chi vorrebbe rimproverare qualche errore nella madonna di Raffaello? Come vedi, persino attenendoci a questo rigidissimo principio critico [di Lange] ci rimane sempre il nostro Schopenhauer, anzi egli diventa per noi quasi qualcosa di più.”

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...