Il costruttivismo radicale di Glasersfeld: analisi e critiche

1. IL COSTRUTTIVISMO RADICALE E IL “REALISMO METAFISICO”
Il costruttivismo radicale di Ernst von Glasersfeld si propone innanzitutto come una critica di ciò che l’autore chiama “realismo metafisico”, la teoria per cui “possiamo chiamare ‘verità’ solo ciò che è in accordo con una realtà ‘oggettiva’ concepita come assolutamente indipendente [dal pensiero]” (Introduzione al costruttivismo radicale, in Watzlawick, P., La realtà inventata. Contributi al costruttivismo, Feltrinelli, Milano 2008,  p. 19). L’aggettivo “metafisico” ha in questo contesto una connotazione critica, e va inteso nel senso di “fondato su premesse erronee”. Ci sono almeno due sensi secondo cui il realismo può essere una teoria “metafisica”:
a) In quanto assume erroneamente che il mondo esista indipendentemente dall’uomo.
b) In quanto assume erroneamente che l’uomo possa conoscere questa realtà oggettiva.
La prima tesi è sostenuta dagli idealisti, la seconda dai kantiani e dai costruttivisti radicali. Per von Glasersfeld, dunque, esiste un mondo indipendentemente dall’uomo, ma la conoscenza non consiste nel creare un’immagine che lo “rispecchi”, o nello “scoprire” le leggi che lo governano: “la maggior parte degli scienziati”, scrive von Glasersfeld, “si sentono ancora oggi ‘scopritori'”, e non sanno che già Kant, più di duecento anni fa, aveva detto “che l’intelletto non attinge le sue leggi dalla natura, ma le prescrive ad essa” (Op. cit. p. 19).
Questa affermazione è potenzialmente fuorviante e va chiarita. Quando von Glasersfeld afferma che l’intelletto prescrive le sue leggi alla natura, per “natura” non intende il mondo come cosa in sé che esiste indipendentemente dal pensiero, ma il mondo inteso come sfera delle nostre rappresentazioni mentali e delle nostre percezioni sensoriali. Del mondo come “cosa in sé” noi non facciamo esperienza, mentre facciamo esperienza solo del mondo come “cosa per noi”: “il mondo che in tal modo viene costruito”, scrive von Glasersfeld, “è un mondo dell’esperienza che consiste in esperienza vissuta e non ha nessuna pretesa di verità nel senso di una consonanza con una realtà ontologica” (Op. cit. p. 27, il corsivo è mio).
Perciò quando, per esempio, lo scienziato scopre la forza di gravitazione non è che egli prescriva questa legge alla natura nello stesso senso in cui il Dio cristiano prescrive le leggi al mondo (del mondo come cosa in sé io non posso sapere nulla); piuttosto, lo scienziato “scopre” il modo in cui la specie umana organizza il proprio modo di fare esperienza, di percepire il mondo.
A questo punto sorge la domanda: perché noi umani organizziamo “il mondo” nel modo in cui lo facciamo, piuttosto che in un altro? Le leggi che noi prescriviamo alle nostre esperienze sensoriali sono arbitrarie o hanno una qualche relazione con il mondo esterno? Se a questa domanda Kant opponeva un solenne silenzio, von Glasersfeld propone la “teoria funzionale” della verità. Vediamo di che si tratta.
2. LA TEORIA FUNZIONALE DELLA VERITA’
Il realista metafisico ha una teoria “iconica” della verità: la conoscenza rappresenta la cosa in sé allo stesso modo in cui un’icona rappresenta un oggetto: “nella teoria della conoscenza tradizionale troviamo sempre il presupposto, esplicito o implicito, che il risultato della conoscenza, e cioè il nostro sapere, è un sapere del mondo reale, e, in quanto vero, rappresenta in modo omomorfo [leggi “alla maniera di un calco”] questo mondo sul principio autonomo e indipendente.” (Op. cit. p. 20) Se così fosse, avremo un solo modo “corretto” o “vero” di conoscere il mondo. Ma così non è: infatti, se conoscere significa prescrivere leggi al mondo, organizzare i dati dell’esperienza, nulla ci vieta di pensare che ci possano essere molti modi di organizzare l’esperienza.
Molti quanti? Ecco che, a questo punto, la teoria funzionale della verità ci viene in aiuto.
Il rapporto tra la conoscenza e la realtà assomiglia piuttosto a quello che c’è tra la chiave e la serratura. Una chiave è “adatta” alla serratura, se la apre, e cioè se funziona per lo scopo per cui è stata progettata. Ma – e questo è il punto – non una sola forma di chiave è capace di aprire la stessa serratura. “Dagli scassinatori professionali sappiamo fin troppo bene che esiste una quantità di chiavi che hanno una forma diversa dalle nostre ma che aprono ugualmente la serratura.” (Op. cit. p. 20) Quello che von Glasersfeld intende dire per mezzo di questa similitudine è che la verità non va intesa nei termini di una corrispondenza biunivoca tra la conoscenza e la realtà: se la realtà (=serratura) è la stessa per tutti, diversi sono i modi di conoscerla (=aprire la serratura).
Alla luce di questa teoria, l’insieme delle conoscenze che l’uomo accumula possono essere interpretate come l’insieme dei diversi “accessi” alla realtà, l’insieme delle chiavi che in un modo o nell’altro hanno avuto successo, hanno “funzionato”.
3. CRITICHE AL COSTRUTTIVISMO
Il costruttivismo radicale è il tentativo di far convivere la tesi kantiana per la quale il soggetto prescrive le proprie leggi alla “natura” (ma ricordo che “natura” qui vuol dire sostanzialmente “percezioni”) con la tesi realista per la quale la conoscenza è, in qualche modo, ancorata alla realtà oggettiva che esiste indipendentemente dal soggetto. Riesce l’impresa? A mio avviso no. Infatti, delle due l’una: o si aggancia la conoscenza alla realtà, e allora si diventa realisti, oppure si tiene fermo il principio per cui il soggetto prescrive le leggi all’esperienza, e allora si precipita nel buco nero dell’idealismo.
Consideriamo il primo lato della faccenda. Von Glasersfeld afferma che la conoscenza propriamente detta è tale se funziona, ossia se “apre la serratura”. In pratica: noi vogliamo conoscere una certa cosa (=aprire la serratura); facciamo una serie di ipotesi (=ci procuriamo un mazzo di chiavi); mettiamo queste ipotesi alla prova dei fatti (=proviamo ad aprire la serratura); l’ipotesi che risulta comprovata dai fatti è quella che funziona (=apre la serratura). Il problema è che questo modo di descrivere il processo è tipicamente realista: dire che l’ipotesi vera è quella che funziona è un altro modo per dire che la verità è “adeguamento” alla realtà. Solo una chiave che “aderisca” alla serratura può aprirla. La chiave non può “prescrivere” alla serratura la propria forma, deve conformarsi ad essa.
Il fatto, poi, che più chiavi di forma diversa possano aprire la stessa serratura (l’argomento dello scassinatore) è irrilevante. Per quanto diverse, queste chiavi (=ipotesi) devono comunque aderire “in qualche modo” alla serratura. Non ogni forma, non ogni ipotesi funziona, solo quelle che sono compatibili con la realtà. In ogni caso, il fatto che vi siano più ipotesi compatibili con un medesimo stato di cose non prova che il realismo è falso, cioè non prova che la conoscenza non sia un riflesso della realtà. La teoria geocentrica e quella eliocentrica del sistema solare sono due ipotesi perfettamente compatibili con quel fenomeno che è il moto diurno degli astri. Potremmo dire che sono due chiavi che funzionano altrettanto bene fintantoché il campo della nostra esperienza si limita all’osservazione a occhio nudo. Questo però non vuol dire che sono entrambe accettabili in senso assoluto. Infatti, non appena allarghiamo il campo dell’osservazione fino a comprendere fenomeni non visibili a occhio nudo come le fasi di Venere, siamo costretti ad abbandonare il geocentrismo e ad abbracciare l’eliocentrismo.
Prendiamo adesso in considerazione l’altro lato della faccenda. Se vogliamo sostenere sul serio la tesi kantiana per cui è il soggetto che prescrive alle percezioni le proprie leggi, dobbiamo dimenticarci di quanto abbiamo appena detto a proposito della teoria funzionale della conoscenza. Perché se “vero” è ciò che “funziona”, e se ciò che “funziona” è, da ultimo, ciò che corrisponde alla realtà, allora tutte le nostre conoscenze, nella misura in cui sono “vere”, sono ricavate, tratte, ricalcate dalla realtà, e non prescritte ad essa.
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