Le cattive pratiche in filosofia. Il caso Cacciari

Vorrei spiegare che cosa sono le cattive pratiche in filosofia nel modo più concreto possibile, partendo da un esempio: l’inizio del primo paragrafo di Labirinto filosofico di Cacciari, il numero zero:
 
0. «Se la filosofia fosse vuoto formalismo si esaurirebbe in mezz’ora» (Hegel)  L’idea del bíos theoretikós come di una pura speculazione sulla atemporalità delle forme rappresenta il più persistente errore con cui il senso comune combatte (e accompagna) il fare filosofico. Lo stesso formalismo logico non è nella sua essenza che progetto d’ordine, analisi delle strutture generali dei procedimenti scientifici che consentono la loro stessa efficacia pratica. La differenza che può porsi, all’inizio della filosofia come disciplina specifica, tra philosophía eis tàs práxeis (secondo l’espressione di Isocrate), rivolta in quanto tale alla considerazione delle diverse forme del fare costituenti-formanti la vita della polis, e filosofia come dialettica delle idee (fino all’ultima e suprema, forse ancora da comprendere nel suo significato, e che sarà al centro di questa ricerca: l’Agathon) o filosofia come autentica enciclopedia delle scienze filosofiche (idea aristotelica; e non a caso il capitolo dedicato allo Stagirita è il più straordinario delle Lezioni hegeliane sulla storia della filosofia) opera una distinzione all’interno di uno spazio comune, non certo una astratta separazione. È l’indagine del nesso, del farsi-uno nella differenza, di teoresi e prassi a costituire il bíos theoretikós e averne giustificato il ‘primato’.
 
Più che di errori, questo passo è pieno di cose che potremmo definire come cattive pratiche filosofiche. Se assumiamo che la prosa filosofica (e, più in generale, la prosa scientifica) debba essere il più possibile chiara, semplice ed essenziale, le cattive pratiche sono tutti quegli espedienti stilistici che l’autore usa per deviare intenzionalmente da questo scopo.
 
In questo passo riesco a individuarne almeno 5:
1. L’uso ingiustificato di parole o espressioni di lingua straniera
Cacciari non spiega perché sia meglio dire “philosophía eis tàs práxeis” piuttosto che “filosofia rivolta alla prassi”, né spiega perché al centro della sua ricerca sia “l’Agathon“, e non “il bene”. Può darsi che, utilizzando i termini greci, Cacciari voglia segnalare alcune sfumature semantiche che i corrispondenti termini italiani non riescono a catturare. Ma non lo sapremo mai, perché Cacciari non lo spiega. Perciò è difficile resistere alla tentazione di interpretare la cosa come un inutile sfoggio di erudizione.
2. L’uso idiosincratico dei simboli grafici e numeri
Perché si parla del “farsi-uno nella differenza” e non del “farsi uno nella differenza”? Che differenza c’è tra il “farsi-uno” e il “farsi uno”? Forse il tratto d’unione indica l’impossibilità di separare l’uno dal processo che porta alla formazione dell’uno. Anche in questo caso, il lettore viene lasciato senza risposta.
Un altro esempio è la decisione di iniziare un paragrafo con il numero zero? Perché zero e non uno?
3. L’enunciazione di tesi per nulla scontate senza argomentazione
Ad esempio: “Lo stesso formalismo logico non è nella sua essenza che progetto d’ordine, analisi delle strutture generali dei procedimenti scientifici che consentono la loro stessa efficacia pratica.”
In che senso il formalismo logico sarebbe progetto d’ordine? Quale progetto? Di quale ordine? E in che senso Cacciari afferma che il formalismo logico consente l’efficacia pratica dei procedimenti scientifici?
4. Il citazionismo compulsivo
Ha senso riferire la fonte di un’espressione solo se è caratteristica di un certo autore: ad esempio “abbiamo bisogno di sensate esperienze e necessarie dimostrazioni (secondo l’espressione di Galileo)”. Non c’è invece alcun motivo di riferire la fonte di un’espressione poco o per nulla caratterizzante. Cacciari sente invece il bisogno di ricordare al lettore che “la filosofia rivolta alla prassi” (anzi, la philosophía eis tàs práxeis) è espressione usata da Isocrate. L’avrà anche usata Isocrate, ma avrà anche detto “sono stanco” qualche volta.
5. Uso di un vocabolario e di una sintassi oracolare
Si tratta della distorsione più grave: è il fatto di scrivere in modo estremamente contorto ciò che potrebbe essere detto con parole e forme più semplici. Lo scopo di questa strategia è quello di mascherare la povertà concettuale di ciò che viene detto. Per rendersi conto di ciò, è sufficiente riscrivere il passo in una forma più semplice. Eccone un esempio:
Il filosofo teoretico non è uno che spreca il proprio tempo a meditare su cose inutili. La stessa logica, per quanto possa sembrare astratta, viene usata per far funzionare la scienza. Inoltre, la distinzione tra filosofia teoretica e filosofia pratica non è una separazione ma, appunto, una distinzione. Il motivo per cui il filosofo teoretico è più importante del filosofo pratico è che lui studia il nesso tra teoria e prassi, mentre il filosofo pratico non se ne occupa.
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3 pensieri su “Le cattive pratiche in filosofia. Il caso Cacciari

  1. il testo di cacciari è perfettamente chiaro… insomma da quello che scrive si evince che non capisci quello che leggi (tra parentesi, è buon uso della cultura umanistica, da quasi un millennio, non tradurre le citazioni in greco o latino, se non sai quelle lingue, studiale). E come al solito la tua traduzione è solo banalizzante e impoverisce il testo originale, non solo nella forma ma anche nel contenuto.

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