4 ragioni per cui siamo così affezionati al manuale di filosofia (e non dovremmo esserlo)

Ci sono due luoghi comuni a proposito dell’insegnamento della filosofia nei Licei italiani che vorrei sfatare.

Il primo afferma che la filosofia, come materia di insegnamento curricolare, è stata introdotta per la prima volta da Giovanni Gentile, nella riforma del 1923 che porta il suo nome. Ciò è falso. La filosofia è stata introdotta nel 1859 dalla legge Casati. Questa legge prevedeva l’insegnamento della filosofia per temi nell’ultimo anno del ginnasio. I temi che dovevano essere affrontati erano tre: psicologia, logica ed etica.

Il secondo luogo comune afferma che la riforma Gentile ha introdotto l’insegnamento della storia della filosofia. Anche questo è falso. Gentile introdusse due grandi innovazioni:

  1. Estese l’insegnamento della filosofia agli ultimi tre anni del Liceo.
  2. Sostituì la trattazione per temi con la lettura diretta dei classici della filosofia.

Come osserva Enrico Berti:

Egli prescrisse poi che ogni singola opera venisse inquadrata nel corrispondente periodo della storia del pensiero (antico-medioevale, moderno e contemporaneo), ma solo limitatamente alle notizie indispensabili per la sua comprensione. (il grassetto è mio)

La riforma Gentile non prevedeva, dunque, l’adozione di un manuale di filosofia, né la trattazione puramente storica degli autori. Come è accaduto, allora, che il manuale (e quindi l’impostazione storica) avesse un ruolo così preponderante? Ce lo spiega sempre Berti:

Furono i successori di Gentile, cioè i ministri Fedele (1926), Giuliano (1930) e De Vecchi (1936), che accentuarono sempre più il carattere storico dell’insegnamento della filosofia, fissando prima un elenco di autori da includere necessariamente nel programma e prescrivendo poi la conoscenza di tutta la storia della filosofia, indipendentemente dalle esigenze di inquadramento delle opere. Acquistò così sempre maggiore importanza l’uso del manuale e parallelamente diminuì sempre più l’attenzione per le opere, che vennero progressivamente sostituite con estratti o antologie. De Vecchi anzi fece sostituire la quarta opera filosofica con la “dottrina del fascismo”, che fu tolta dalla sottocommissione incaricata dagli alleati nel 1944 di preparare i nuovi programmi della scuola italiana.

Fatte queste precisazioni, veniamo al vero tema di questo mio post: perché siamo così affezionati al manuale di storia della filosofia?

Da molti anni ormai si discute della necessità di cambiare il modo in cui la filosofia è insegnata nei Licei, ma non se n’è mai fatto nulla. Io credo che la resistenza al cambiamento abbia delle ragioni precise e ne vorrei indicare alcune:

1. L’inerzia di una buona parte dei docenti di filosofia

Un insegnante italiano di filosofia ha lo storicismo nel sangue: al Liceo ha studiato per autori, all’università si è fatto un bel po’ di esami di storia della filosofia (non solo quella, d’accordo), e al Liceo ha preparato le lezioni dai manuali che sono impostati storicamente. Non è facile cambiare improvvisamente modo di lavorare.

2. Insegnare storia della filosofia è più facile che insegnare filosofia per problemi

Perché ci puoi mettere dentro un sacco di fuffa per riempire le ore senza entrare veramente nei problemi della filosofia. È un gioco da ragazzi inquadrare storicamente un autore come, ad esempio, Hegel parlando del contesto storico e culturale in cui è vissuto, o dell’influenza che le sue dottrine hanno avuto nell’arte o in altri campi del sapere. Ma chi è che si addentra veramente nei meandri della Scienza della logica o della Fenomenologia dello Spirito? Per fare una cosa del genere (che poi era quello che avrebbe voluto Gentile) devi avere delle competenze notevoli. Meglio allora sorvolare la superficie delle cose, parlando un po’ di questo e un po’ di quello senza mai andare a fondo.

3. Gli interessi delle case editrici

Fino al 2014 c’era l’obbligo per le scuole di ogni ordine e grado di adottare un manuale dal mercato scolastico. Questo vuol dire che io non potevo decidere di adottare, chessò, la Storia della filosofia occidentale di Russell, perché quel libro è fuori dal mercato scolastico. Il fatto di costringere le scuole a scegliere fra una rosa molto ristretta di manuali permette alle case editrici di formare degli accordi di cartello per tenere i prezzi molto alti e di apportare dei finti aggiornamenti in modo da costringere le famiglie a spendere più soldi di quanto non sia necessario (perché non puoi comprare la vecchia edizione usata da un compagno). Inoltre in questo modo le case editrici non devono nemmeno preoccuparsi troppo della qualità dei loro prodotti, che infatti il più delle volte è scadente. Provate a chiedere a qualunque studente di Liceo se ci capisce qualcosa del suo manuale di filosofia?

4. Pregiudizi culturali

Molti, in Italia, pensano che insegnare la filosofia per problemi significhi lasciarsi conquistare dal modo anglosassone di fare filosofia. L’assunto di fondo di questo pregiudizio è che se fai filosofia per problemi allora sei un filosofo analitico, mentre se fai storia della filosofia sei un continentale. Non voglio addentrarmi troppo su questo problema perché ciò mi porterebbe troppo lontano, ma mi limito a fare un’unica osservazione: la filosofia non coincide con la storia della filosofia, non più di quanto l’arte coincida con la storia dell’arte o la letteratura con la storia della letteratura. Pensare che la filosofia coincida con la storia della filosofia significa adottare aprioristicamente una precisa filosofia, lo storicismo, e decidere che quella è l’unica vera filosofia che merita di essere insegnata. Io non sono d’accordo, non solo perché penso che lo storicismo sia una filosofia demenziale, ma anche perché ritengo che la filosofia consista essenzialmente nel risolvere problemi.

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7 pensieri su “4 ragioni per cui siamo così affezionati al manuale di filosofia (e non dovremmo esserlo)

  1. mettici pure un altro punto: spesso a insegnare filosofia non ci sono dei filosofi. Ci sono dei laureati in lettere, in pedagogia, psicologia… con la riforma delle classi di concorso, i laureati in scienze dell’educazione potranno accedere al concorso per le cattedre di filosofia dando 2 (due!) esami di filosofia nel corso dei loro studi.

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  2. Dario, mi trovi pienamente concorde, sono contraria all’insegnamento anche della storia. Se si prospettassero lezioni come le intendeva Gentile, si comprenderebbe la difficoltà e l’impegno di un insegnamento dinamico della disciplina, in questo modo non si perderebbe tempo ad insegnare anche la storia; per questo credo che la storia dovrebbero insegnarla i laureati in scienze storiche che considero molto più competenti in storia rispetto ad un laureato in filosofia.
    L’assegnazione delle classi di concorso, per come sono oggi, la considero una formula anacronista, un sistema adatto ad un tempo in cui i laureati si contavano sulle dita di una mano.

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