Michele Serra, filosofo dilettante

Una delle ragioni per cui il relativismo culturale piace a molti è che sembra favorire la tolleranza nei confronti di chi non la pensa come noi. Un relativista è uno che ha rinunciato alla pretesa di possedere una verità morale di qualche tipo, e quindi alla tentazione di imporla anche agli altri. Viceversa, chi pensa di essere il depositario della verità morale diventa intollerante, perché ritiene che gli altri siano nell’errore. Il passo dall’intolleranza alla violenza vera e propria è breve. Di questo avviso è, per esempio, il giornalista Michele Serra, che in un articolo pubblicato sulla Repubblica prende le difese del relativismo. Il pretesto dell’articolo è una dichiarazione del cattolico Rocco Buttiglione, l’allora presidente dell’Unione di Centro, sul tema delle unioni di fatto. A una domanda di un giornalista che gli chiedeva se i cattolici potessero stare a sinistra rispondeva: “Bisogna vedere cos’è la sinistra. […] È una sinistra […] che crede in un diritto naturale, oppure si qualifica per la sua adesione al relativismo etico?”1 In pratica Buttiglione stava dicendo: se la sinistra apre alle unioni civili, vuol dire che ha aderito al relativismo etico, e allora un cattolico non può schierarsi a sinistra. Il giorno dopo compare la risposta di Serra:

Quando il professor Buttiglione, o chi per lui, insiste nel denunciare i guasti del relativismo etico, omette di aggiungere che il contrario del relativismo è il dogmatismo. E omette di considerare che ogni etica “relativistica”, pur producendo non di rado disordine e solitudine, non produce però oppressione. Al contrario delle etiche dogmatiche o granitiche, il cui destino è confortare le certezze di chi le possiede, e tormentare e opprimere tutti gli altri, pretendendo di farli vivere e agire dentro le certezze altrui. Le etiche dogmatiche sono dunque, a conti fatti, terribilmente egoistiche. Chi le possiede gode, si sente depositario di verità e di giustizia. Ma chi non le possiede è costretto a subirle, e come accade proprio adesso a milioni di italiani si sente in ostaggio di una morale così indifferente alla libertà degli altri da considerarla un errore, o una bestemmia, o addirittura un oltraggio alla “società naturale”, che sarebbe poi quella stabilita dalla piccola comunità dei vescovi cattolici. Il comportamento della Chiesa ratzingeriana è, in questo senso, oppressivo e offensivo. Da relativista etico, l’unica certezza che mi sorregge è non volere e non sapere imporre la mia condotta di vita al professor Buttiglione. Lui non può dire altrettanto.2

A prescindere dalla questione sottesa delle unioni civili, l’argomento di Serra si presta a una serie di critiche.

La prima è che introduce un falso dilemma tra l’etica relativistica e ciò che lui chiama “dogmatismo”, lasciando intendere che se non sei un relativista, allora sei necessariamente un dogmatico. Il dogmatismo è l’atteggiamento di cieca adesione a un’idea che viene ritenuta vera a prescindere da qualunque dimostrazione di carattere razionale. Quindi Serra sta dicendo che se non sei un relativista (e cioè se non la pensi come lui), allora sei uno che crede ciecamente in una morale oggettiva. Ora questo è semplicemente falso, perché vi sono un sacco di teorie morali in circolazione che non sono né relativiste né dogmatiche. Le etiche di Aristotele, di Kant, di Bentham sono solo alcuni esempi fra i moltissimi che potremmo citare.

Si potrebbe rispondere che l’obiettivo polemico di Serra è l’etica della Chiesa, la quale è effettivamente dogmatica, perché si fonda sulla fede nell’esistenza di Dio. Ma, anche così, il suo discorso zoppica, perché la conclusione del suo argomento non segue dalle premesse. Quello che Serra dice, in sostanza, è che la condotta di un individuo dipende dal modo in cui crede nei propri valori etici. Se quei valori sono creduti in modo dogmatico, cioè senza che vi sia un fondamento razionale di qualche tipo, allora quella persona si sentirà in diritto di imporre agli altri le proprie credenze. Ma non è affatto ovvio che sia così. Se i valori in cui credo dogmaticamente sono, ad esempio, quelli della non violenza e del rispetto reciproco, allora non posso desiderare di imporli con la violenza, perché così facendo li negherei con le mie stesse azioni. In altre parole io posso credere dogmaticamente di essere il depositario di una verità che mi impone di non fare del male a quelli che non la pensano come me. Come diceva Gandhi: “La non-violenza è il primo articolo della mia fede. È anche l’ultimo articolo del mio credo.”

Ma il punto allora non è il modo in cui credo in qualcosa (se sia dogmatico o no), ma il contenuto specifico delle mie credenze. Il motivo per cui i cristiani, in passato, hanno perseguitato i miscredenti e gli eretici non è dovuto tanto al carattere dogmatico delle loro credenze, ma al contenuto specifico di quelle credenze: perseguitavano perché erano convinti di compiere, in questo modo, il volere di Dio.

Seconda difficoltà: un relativista coerente deve rinunciare alla pretesa di giudicare qualunque cultura diversa dalla propria, perché farlo significa riconoscere implicitamente che la propria cultura è moralmente superiore a quella della cultura che viene giudicata. Ciò equivale però a legittimare anche tutte quelle pratiche che da noi sono considerate aberranti, ma che sono accettate dalle altre culture.

Facciamo un esempio. In India era un tempo diffusa una pratica chiamata Sati, per la quale una donna rimasta vedova doveva gettarsi sulla pira funeraria del marito. Il suicidio era visto come un atto di devozione verso il marito e si fondava sui testi della religione induista. Nel 1829 questa pratica era ancora diffusa, e così lord William Bentinck, l’allora governatore dell’India, decise di proibirla e di punire con la morte chiunque fosse coinvolto nel suicidio della vedova. Ha fatto bene Bentinck a proibire il Sati? La maggior parte di noi risponderebbe di sì a questa domanda, ma un relativista coerente dovrebbe rispondere no: quello di Bentinck fu un atto “oppressivo e offensivo”, per usare le parole di Serra, perché imposto a una cultura millenaria da parte di un invasore esterno che, con quella cultura, non aveva nulla a che fare.

Ma non basta, perché il relativismo culturale deve superare una terza, grave, difficoltà. Se la morale dipende interamente dalla cultura, allora la cultura di un popolo è l’autorità suprema sulle controversie morali. Stando così le cose, è impossibile dissentire con i valori dalla propria cultura e avere ragione. Dopotutto, cosa può valere l’opinione di un singolo o di un piccolo gruppo di dissidenti se la maggioranza della popolazione la pensa in un altro modo? Il relativismo culturale finisce in questo modo per diventare un’etica reazionaria, perché impedisce ogni rinnovamento sociale. Ma ogni rinnovamento sociale inizia sempre da una minoranza organizzata che si batte per il cambiamento. In alcuni casi molto drammatici il cambiamento inizia con la protesta di una sola persona, come nel caso di Rosa Parks, la donna afro-americana che nel 1955 si rifiutò di lasciare il proprio posto a un bianco in un autobus, contravvenendo in questo modo alle leggi dell’Alabama. Nella sua autobiografia, Rosa spiega così la motivazione del suo atto:

La gente dice sempre che io non ho ceduto il posto perché ero stanca, ma non è vero. Non ero stanca fisicamente, non più di quanto lo fossi di solito alla fine di una giornata di lavoro. Non ero vecchia, anche se alcuni pensano che all’epoca fossi già vecchia. Avevo quarantadue anni. No, l’unica cosa di cui ero stanca, era di lasciar correre.3

Ora, io posso lottare per il cambiamento solo se penso che lo stato di cose attuale sia ingiusto, e che lo sia indipendentemente dall’opinione della maggioranza. Ma ciò significa che devo credere nell’oggettività di alcuni valori morali. È sulla base di questa stessa intuizione di fondo che noi condanniamo gli errori dei nostri padri, dei nostri nonni e, più in generale, delle generazioni che ci hanno preceduto. Se questa intuizione fosse sbagliata, non sarebbe possibile alcun progresso morale, e dovremmo dire di non aver compiuto alcun passo in avanti con l’abolizione della schiavitù, con il conferimento del diritto di voto alle donne, e così via.

1 “Dio non è di nessun partito, è la sinistra contro il Cristianesimo.” Repubblica, 8/02/2007.

2 Michele Serra, “Amaca”. Repubblica, 9/02/2007.

3 Rosa Parks, James Haskins, My Story, Dial Books 1992, p. 116.

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