L’essere e la grammatica

essere

«Nessuno, amici, mi uccide con l’inganno, non con la forza».

Odissea, IX, 408

E se l’intera metafisica dell’essere, da Parmenide in poi, non fosse che il sottoprodotto di un cattivo uso della grammatica? Alcuni la pensano così, sulla base di un argomento che proverò a sintetizzare. Considerate la differenza tra questi due enunciati:

(1) Socrate corre

(2) Il correre corre

Per quale motivo (1) ci sembra perfettamente sensato, mentre (2) no? Credo che la risposta sia qualcosa del genere: (2) è insensato perché la parola “correre” indica un’azione; e un’azione, per poter essere compiuta, ha bisogno di un soggetto che la compie (in questo caso Socrate). Ma un’azione non può essere, a sua volta, il soggetto di un’azione.

Consideriamo adesso questa coppia di enunciati:

(3) Socrate è (esiste)

(4) L’essere è (esiste)

Non è che siamo di fronte allo stesso tipo di errore o a qualcosa di molto simile? Siamo sicuri, cioè, che il verbo essere possa essere sostantivizzato? Lascio al lettore che ne abbia la voglia il compito di riflettere su questo problema.

Tre spunti di riflessione:

  1. Perché non ha senso dire “il correre corre”, ma sembra aver senso dire “il correre è il correre”?
  2. Se l’enunciato (4) è insensato, non è forse per la stessa ragione insensato anche l’enunciato “il nulla non è“?
  3. Dire “Socrate non è” è la stessa cosa che dire: “Nessuna cosa esistente è Socrate“?
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18 pensieri su “L’essere e la grammatica

  1. Come spesso in filosofia, dipende forse da che filosofo si ha in mente, da come usa affermazioni come “l’essere è”. Personalmente, ad esempio, non ho mai capito cosa Heidegger intenda per “essere”, mentre per Severino “essere” ed “essente” sono sinonimi, il che rende il suo discorso molto più chiaro.

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  2. Sono d’accordo. Uno potrebbe dire che l’essere è e intendere qualcosa come: “Le cose che esistono, esistono”, la qual cosa è forse banale, ma non certo insensata. Quanto a Severino, penso che la sua metafisica incontri altre difficoltà, ma questo è un altro discorso.

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  3. Ciao Dario. Un’analisi di questo tipo non andrebbe svolta a partire dalla lingua (o meglio, grammatica) originale con la quale è stata pensata tale frase? Io purtroppo non ho studiato greco, ma un professore della mia università, durante un corso su Aristotele (dove ha evidenziato l’intento polemico di quest’ultimo contro Parmenide, quindi ne abbiamo parlato un po’), ha più volte sottolineato come una traduzione più rispettosa dell’originale greco sia “ciò che è è”, “l’essente è”.
    Le tue argomentazioni mi paiono corrette per la traduzione canonica italiana, ma credo perdano valore se confrontate con la traduzione più fedele. Se quanto dico è corretto, i quattro enunciati diverrebbero:
    (1) Socrate corre
    (2) Ciò che corre corre (il corrente corre)
    (3) Socrate è (esiste)
    (4) Ciò che è è (l’essente è; in italiano potremmo dire: ciò che esiste esiste)
    Logicamente e grammaticalmente (da buon nietzschiano anche per me questo è un problema centrale) mi pare che siano difficilmente attaccabili (per quanto banali). Che poi il tutto sia corretto e meriti l’attenzione che gli è stata dedicata è un altro paio di maniche, ovviamente.
    Che ne pensi?

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    1. Jacopo,
      certo, tutto dipende da come traduciamo Parmenide: se egli intende dire, come tu suggerisci, che ciò che esiste, esiste, allora non c’è nessun problema. Se però accettiamo questa tua traduzione, non possiamo arrivare alle conclusioni di Parmenide. Infatti:

      (1) ciò che esiste, esiste

      equivale logicamente a:

      (2) ciò che esiste, necessariamente esiste;

      ma non equivale a:

      (3) è necessario che ciò che esiste esista.

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      1. Purtroppo non conosco così bene il pensiero di Parmenide da poter argomentare a suo favore come altri saprebbero fare, e d’altro canto sono convinto che la questione dell’esistenza non si possa ridurre in termini meramente logici, quindi la mia risposta potrà valere ben poco.

        Prendiamo il terzo punto; io preferirei dirlo “alla greca”: “è necessario che ciò che è, sia (ciò che è)”. Non stiamo parlando di una azione come il correre, dove io posso scegliere se farlo o meno (quindi non è necessario che io corra).
        Prendiamo per un attimo l’esistenza del singolo ente, ovvero, il fatto che esso sia esattamente ciò che è (ad esempio, il fatto che io appartenga alla specie umana): non dipende dall’ente stesso (io non ho deciso di appartenere a tale specie), e pertanto credo si possa asserire che il suo essere quello specifico ente è necessario (non nel senso di un rigido determinismo, è “capitato” che sia così… ma E’ così!).
        Io credo che questa possa essere la base di partenza (non che Parmenide abbia compiuto passo passo questo percorso logico, sia chiaro) per l’astrazione verso l’affermazione parmenidea che interessa non il singolo ente, ma tutta la realtà: è necessario che ciò che è (preso nel suo insieme) sia tale – è nella sua natura. Ed esattamente come io non posso che essere un umano e non mi è possibile essere un cane, ciò che è (l’essente) lo è necessariamente, e non può essere altrimenti.

        Non sono sicuro di averti risposto. Sono convinto che per uno che non conosce la lingua sia difficile intendere le sfumature implicate nel momento in cui vogliamo metterci nei panni di questi antichi autori. D’altra parte ogni volta che parlo di queste questioni fatico a comprendere il punto. Mi paiono di una banalità incredibile, anche perché non ci si chiede perché la realtà esista o meno, ma semplicemente si constata, facendo astrazione, l’esistenza di ciò che esiste/dell’esistente: una tautologia bell’e buona.

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      2. Jacopo,
        (1) è necessario che ciò che esiste esista
        non equivale a
        (2) è necessario che, ciò che è, sia ciò che è
        Prendi il caso di un tavolo attualmente esistente. Dire
        (3) è necessario che il tavolo esista
        non equivale a
        (4) è necessario che il tavolo sia ciò che è
        Nel primo caso, infatti, dici che il tavolo non può non esistere. Nel secondo caso, invece, stai dicendo che, se qualcosa è un tavolo, è necessario che sia un tavolo (e non, per esempio, una sedia).

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  4. Ciao Dario. Un’analisi di questo tipo non andrebbe svolta a partire dalla lingua (o meglio, grammatica) originale con la quale è stata pensata e scritta tale frase? Io purtroppo non ho studiato greco, ma un professore della mia università, durante un corso su Aristotele (dove ha evidenziato l’intento polemico di quest’ultimo contro Parmenide), ha più volte evidenziato come una traduzione più rispettosa dell’originale greco sia “ciò che è è”, “l’essente è”.
    Le tue argomentazioni mi paiono corrette per la traduzione canonica italiana, ma credo perdano valore se confrontate con la traduzione più fedele. Se quanto dico è corretto, i quattro enunciati diverrebbero:
    (1) Socrate corre
    (2) Ciò che corre corre (il corrente corre)
    (3) Socrate è (esiste)
    (4) Ciò che è è (l’essente è)
    Logicamente e grammaticalmente (da buon nietzschiano anche per me questo è un problema centrale, anche se in termini diversi da come li poni tu) mi pare che siano difficilmente attaccabili (per quanto banali).
    Che ne pensi?

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  5. Il carattere di necessità in Parmenide emerge con la chiusa “e non è possibile che non sia”, non è quello il punto fondamentale; per il momento possiamo congelarlo.
    Il discorso è che, da quanto mi è stato riferito, in greco antico non si diceva che “il tavolo esiste”, ma che “il tavolo è”. Il problema si pone quando diciamo che “ciò che è, è”/“l’essente è”, in quanto facciamo coincidere il soggetto (ciò che è) e il predicato (è) [in realtà il predicato nominale qui è per noi italiani eliso, implicito, abbiamo solo la copula. In italiano dovremmo dire “l’essente (S) è (C) ciò che è (PN)”]. Quindi non solo predichiamo verbalmente che quel soggetto (ciò che è) esiste (è); ma anche asseriamo (predichiamo nominalmente) che quel soggetto è QUEL soggetto, e non altri.

    Nella frase “ciò che è, è” sono dunque racchiusi due significati. Mentre per il tavolo dire (1) “il tavolo è” significa
    1a) il tavolo (S) esiste (PV)
    Quando diciamo che (2) “ciò che è, è”, può significare:
    2a) ciò che è (S), è (PV) (esiste) –
    2b) ciò che è, è; l’essente (S) è (C) [ciò che è] (PN)

    Io credo che qui stia un’ambiguità fondamentale (che in italiano non è presente) che tiene in piedi il ragionamento parmenideo. Un continuo riferimento tra 2a) e 2b) che è un po’ come dire (inserendo il carattere di necessità): “è necessario che ciò che esista sia tale (ovvero, sia ciò che è), proprio perché esiste”.

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  6. Ok, ma in entrambi i casi non stai dicendo che l’essere è eterno, e cioè che non può non essere. Infatti, se “ciò che è, è” significa

    (1) ciò che è, esiste

    stai solo dicendo che le cose che esistono esistono, il che è tautologico e non implica che non possano non esistere.

    Se invece “ciò che è, è” significa

    (2) ciò che è, è ciò che è

    stai dicendo che ogni cosa esistente è quella cosa e non qualcos’altro.

    Non vedo come queste tue precisazioni ci possano portare da qualche parte.

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  7. Lo so che è una tautologia, infatti è per questo che ritengo questa astrazione ingannevole e poco soddisfacente. Ad ogni modo, il carattere di eternità sta nell’essenza stessa dell’essente: poiché esso è, non è possibile che non sia (nè ora nè mai).
    Le mie precisazioni erano solo di carattere puramente grammaticale e servivano per dirti che non mi pare corretto paragonare le frasi “Socrate corre” e “l’essente è”. In generale tutto il tema riguardo l’essere/l’essente credo andrebbe ripensato, in quanto presuppone quella tautologia fondamentale che ne mette in dubbio la validità. A mio parere non avevano tutti i torti i sofisti e i megarici a contestare le considerazioni parmenidee.

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  8. Ok, qua ci sono due problemi.
    Il primo è la tua inferenza: “poiché esso [l’essere] è, non è possibile che non sia”. Questo è un non sequitur. Dal fatto che l’essere è puoi solo inferire che l’essere è, non che non possa non essere.

    Il secondo problema è che la parola “essere” può essere usata in tre modi: come attributo, come soggetto e per indicare quali concetti hanno istanze nel mondo. Se l’essere è un attributo, allora “l’essere è” significa che la classe delle cose esistenti ha la proprietà di esistere. Da questo però non segue che queste cose siano eterne. Inoltre, secondo questa accezione, non è possibile affermare che l’essere è uno. Io non credo che questa fosse l’accezione che Parmenide dava alla parola “essere”. Credo che per lui l’essere fosse non un attributo, ma un soggetto. In questo caso l’essere viene sostantivizzato e tutto torna, nel senso che è possibile derivare l’eternità e l’unità dell’essere.
    Io credo che entrambi questi modi di intendere l’essere siano sbagliati e che la terza accezione sia quella giusta. Però di questo ho scritto altrove.

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    1. Ma io sono d’accordo con te quando argomenti contro Parmenide, capiamoci 🙂 A me interessa solo capire se questa “interpretazione alternativa” che propongo possa stare in piedi.

      Ad ogni modo, provo a rispondere ai tuoi due quesiti:
      1) se “l’essente, è (ciò che è)”, ne consegue che non può essere il suo contrario. Però (criticando il punto) concordo che è la chiosa sul “e non è possibile che non sia” che suggella il carattere di necessità.
      2) Certo che ci sono più significati, è quello il punto. Secondo me, però, Parmenide li confonde e li sovrappone, e così facendo (anche grazie alla chiosa finale) può trarre le sue conclusioni.

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      1. Dario, siamo su un piano astratto con tanto di denunciata tautologia. L’essente è l’essente/ciò che è, punto, e per la sua stessa natura non può mutare verso l’alterità.
        Credo di averti “ingannato” quando ho provato ad italianizzare la questione dicendo “ciò che esiste esiste”. Rileggendola, alla luce della discussione con te, mi sono accorto che non è in grado di cogliere le sfumature di significato che ritengo abbia la formula originale.

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  9. Jacopo, io non credo che la grammatica c’entri granché in questa discussione. La grammatica delle lingue naturali è sempre ambigua. Proprio per questo i filosofi si aiutano spesso con la logica per formalizzare i loro pensieri. Se il pensiero di Parmenide non è formalizzabile in qualche modo non capisco come possa essere discusso o criticato, o anche soltanto compreso.
    Ora se, come pare, Parmenide pensava che l’essere (o essente) fosse eterno, deve aver avuto qualche ragione. Se la ragione è che l’essere (o essente) è per sua natura eterno, questa mi sembra una petitio principii. Potrei altrettanto dire che lo spazzolino da denti è eterno “per sua natura”. Che vuol dire “per sua natura”? Vuol dire che l’esistenza fa parte della definizione di essente? Perché se la risposta è questa, allora basta Kant a fare piazza pulita.

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  10. La grammatica c’entra eccome. So che molto probabilmente non me lo concederai, ma per me la logica ha origine dalla grammatica e sono convinto che ci sia uno scarto fondamentale tra realtà e linguaggio/logica (ma questo non significa che queste ultime operino “a casaccio”, sia chiaro). Io non ho detto che il linguaggio di Parmenide non sia formalizzabile, ma che esso presenta un’aporia non rilevabile a partire dalla traduzione italiana ‘canonica’.
    Visto l’esempio che mi fai dello spazzolino, temo di non essere riuscito a comunicare la sfumatura di significato. Noi non stiamo parlando di uno spazzolino. Prova a rileggere i commenti, io ci penso su e vedo se riesco ad esprimere la mia idea in maniera più chiara.

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