La verità non è giustificazione

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Supponiamo che io sia convinto che la mia vita e quella degli altri sia governata dal destino. Come potreste convincermi che mi sbaglio? C’è forse qualche accadimento che potrebbe confutare la mia convinzione? No, perché potrei sempre interpretarlo come un accadimento voluto dal destino. C’è forse qualche argomento a priori che possa provare che sono libero? Ne dubito fortemente.

Ecco, allora possiamo dire che l’asserzione: “La vita è governata dal fato” è inconfutabile. Ma che un’asserzione sia inconfutabile non significa ancora che sia vera. In questa accezione “inconfutabile” significa che non possiamo accertare se un’asserzione sia falsa. Di conseguenza non possiamo nemmeno sapere se sia vera.

Ciononostante, l’asserzione è vera o falsa. Supponiamo allora di sapere che è falsa (magari perché abbiamo avuto accesso per un istante alla mente di Dio che tutto conosce). Ebbene, se l’asserzione è falsa, allora lo è incontrovertibilmente. Lo è indipendentemente da quello che pensano gli uomini. E lo è in un senso diverso da quello di prima. Nel primo caso, infatti, l’asserzione era inconfutabile perché non si poteva provare che era falsa, adesso invece è inconfutabile perché è falsa.

Tenendo a mente queste considerazioni, leggiamo adesso quello che scrive Severino nel suo La filosofia antica e medievale:

la filosofia vede che il mito non è verità innegabile […], ma è soltanto una leggenda in cui si crede.

L’espressione “verità innegabile” è molto curiosa, perché sembra lasciare intendere che possa esistere una verità negabile. Ma quale potrebbe essere una verità negabile? Una verità che non siamo in grado di giustificare con argomenti di carattere razionale? Ma la giustificazione non ha nulla a che vedere con la verità di un enunciato. Se un enunciato è vero, lo è indipendentemente dal fatto che io sia in grado di giustificarlo o, come piace dire ai severiniani, di fondarlo. E così, dal fatto che il mito sia creduto per fede non segue che non sia verità, né che non sia innegabile.

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51 pensieri su “La verità non è giustificazione

  1. Severino vuol dire che il mito ha un carattere narrativo e finzionale, quindi dubitabile, quindi non innegabile, non certo, e la certezza (secondo lui) è proprio il nuovo oggetto della filosofia. Uno potrebbe rispondere che certezza e verità non sono la stessa cosa… e qui si comincerebbe ad andare nel difficile 🙂

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  2. Ciao Alberto. Non sono d’accordo: per Severino il mito non ha un carattere narrativo, ma è un tentativo (inadeguato) di descrivere la realtà. Ora, che non si possa essere certi di un discorso (mitologico o non) è una questione psicologica o, al limite, epistemologica, che non ha nulla a che vedere con la verità (o falsità di quel discorso). Prendiamo il discorso di Severino e supponiamo che sia vero. Se lo è, lo era anche prima che Severino pubblicasse i suoi libri. Se quel discorso è vero, lo sarebbe stato anche se Severino non fosse mai nato o non avesse fornito adeguate giustificazioni per sostenerlo. Non solo, ma se quel discorso è vero, lo è anche se si mostrasse che le ragioni da lui addotte per sostenerlo sono insufficienti.

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  3. Aggiungo questo: se il mito avesse un intento puramente narrativo (come, ad esempio, Il Signore degli anelli), allora non avrebbe nemmeno senso dire che è un discorso “dubitabile” o “controvertibile”, per la semplice ragione che un discorso che non ha la pretesa di dire la verità, non può nemmeno essere falsificato.

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  4. Severino non dice che il mito ha un intento narrativo, bensì una natura narrativa: è narrazione, che lo sappia o no. La filosofia se ne accorge, e cerca allora di descrivere la realtà unicamente in base all’evidenza, che è il discrimine tra la certezza, diciamo così, filosofica (o scientifica in senso lato) e quella mitologica e religiosa.

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  5. Sì, esatto, privo di riferimenti a cose visibili o dimostrabili. Beh, forse non proprio privo di questi riferimenti, ma certamente con un contenuto che oltrepassa qualsiasi evidenza, e la oltrepassa in modo creativo, inventivo (e ribadisco che sto interpretando Severino, non sto dicendo che condivido tutto!).

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    1. Ma guarda che non è questo in discussione. Lo so che Severino intende dire quello. Ma non si limita a dire quello. Dice anche che un discorso, in quanto è infondato, è confutabile. E questa seconda affermazione che io nego.

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      1. Ma la confutabilità non è la falsità. Se dico che un discorso è mal fondato (“negabile”, dubitabile, “semplicemente creduto”…) non sto dicendo che è falso, ma solo che la sua affermazione e la sua negazione si equivalgono. E’ per questo, aprendo una piccola parentesi storico biografica, che inizialmente Severino non rifiuta il “mito” cristiano: lo vede come dubitabile, ma non necessariamente falso. La falsità di un discorso deriva solo dalla verità di un altro discorso, il cui contenuto contraddice quello del primo. Severino, quindi, non parla di falsità del mito “in sé”. Quanto alla confutabilità, anche tu, nell’esempio, dici che qualcosa può essere “interpretato” in un certo modo senza che sia possibile una smentita dell’interpretazione stessa. Ma interpretare, di nuovo, significa affermare qualcosa in modo dubitabile: forse è vero, forse no. So che è un concetto di interpretazione un po’ strano, ma è quello severiniano, e non è che sia peregrino. Se poi per confutabilità intendi la capacità, all’atto pratico, di far cambiare idea a qualcuno, allora sono d’accordo con te: a volte è proprio impossibile! 🙂

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  6. Non ci capiamo. Che un discorso sia infondato non significa affatto che sia negabile. A meno che, per negabile, non si intenda l’atto meramente verbale di dire che un certo enunciato è falso. Secondo questa accezione di “negabile” qualunque cosa è negabile. Ma tu (così come Severino) confondi il fatto che un enunciato sia vero o falso, col fatto (epistemologico) che siamo in grado di giustificare quell’enunciato. Se io dico che in un vaso ci sono 321 fagioli, questo enunciato è vero o falso. Se è vero, lo è anche se ho tirato a indovinare e ho azzeccato per puro caso il numero esatto. Se è vero, lo è anche se non ho alcun “fondamento” per la mia affermazione. Se è vero, questo enunciato è incontrovertibilmente vero. E anche se qualcuno lo nega e io non ho argomenti per controbattere, l’enunciato resta vero. In questo senso è incontrovertibile. Ma Severino pretende che siccome nel mito (o nella doxa in generale) non si è in grado di esibire un’adeguata giustificazione di ciò che si dice, allora ciò che si dice è “negabile”, “controvertibile”, ecc. Fare questo errore significa semplicemente confondere verità e giustificazione.

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  7. Credo anch’io che non ci capiamo, ma vediamo di capirci. Per Severino, “negabile”, “controvertibile” etc… sono attributi del discorso, sono, cioè, sinonimi di “non adeguatamente giustificato”! Magari ci sono 321 fagioli nel vaso, ma se non lo dimostri, se azzecchi per caso, la tua affermazione è negabile, vale a dire che io posso dire “No, ce ne sono 378” e le due affermazioni hanno la stessa forza (o debolezza). Certo, la tua è vera, ma questo puoi dirlo solo quando conti i fagioli. Severino non dice che contare i fagioli rende vera la tua affermazione, dice che ne mostra la verità. Il contenuto dell’affermazione era incontrovertibile anche prima, l’affermazione lo è solo adesso.

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  8. Non ti seguo: che differenza c’è tra “il contenuto dell’affermazione” che ci sono 321 fagioli e “l’affermazione” che ci sono 321 fagioli. Cos’è il contenuto di un’affermazione in quanto distinto dall’affermazione? E’ qualcosa di non linguistico? E, dal momento che attribuisci questa tesi a Severino, in quale testo esattamente la posso reperire?

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  9. Beh, forse mi sbaglio, ma credo sia una distinzione addirittura banale, oltre che specificamente severiniana: una cosa sono i fatti, un’altra quello che noi ne sappiamo. Il contenuto dell’affermazione è il fatto che ci sono 321 fagioli, e questo fatto può sussistere o meno, essere vero (quindi incontrovertibile) o meno, a prescindere dalla mia affermazione. La “giustificazione” è la capacità di mostrare il fatto, è il ricorso all’evidenza (logica o fenomenologica). Non vedo come Severino la confonda con la verità. Credo di poterti indicare delle pagine precise, ma devo fare una piccola ricerca, magari domani o forse anche più tardi stasera lo faccio. Se però ti va andiamo comunque avanti con la discussione! 🙂

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  10. Bene, credo che siamo d’accordo almeno su questo: se un enunciato è vero, lo è indipendentemente dal fatto che sia possibile o meno giustificarlo. E credo che siamo d’accordo anche su questo: se un enunciato è vero, lo è incontrovertibilmente. E’ vero che, in mancanza di giustificazione, quell’enunciato può essere negato. Ma in questo caso, “negato” non vuol dire: “può essere reso falso”, ma solo: “può essere verbalmente negato, senza che sia possibile mostrare che la negazione è falsa”.
    Se sei d’accordo, come mi sembra di capire, su queste due affermazioni, allora dovresti essere d’accordo anche su questa terza affermazione: “un enunciato può essere incontrovertibilmente vero (o falso) anche se non è giustificabile.”
    La mia critica a Severino su questo punto è che lui tende a pensare invece che un enunciato, per poter essere incontrovertibile, debba essere anche giustificato (magari con l’elenchos, ma non sottilizziamo ora). Su ciò io non sono d’accordo, perché un conto è che un enunciato sia incontrovertibile, un conto è che noi siamo in grado di stabilire che lo sia.
    Perché lo penso? Perché Severino scrive cose come questa: “[Nei primi filosofi appare per la prima volta l’idea di] un sapere che non può essere negato né da uomini né da dèi, né da mutamenti dei tempi o dei costumi. Un sapere assoluto, definitivo, incontrovertibile, necessario, indubitabile.” (La filosofia antica e medievale, p. 22)
    Il problema di questa definizione è che accozza assieme nozioni logiche (come il fatto che un enunciato sia vero) ed epistemologiche (come il fatto che non si possa dubitare di quell’enunciato) come se fossero sinonimiche. Il che non è.

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  11. Severino non pensa che incontrovertibile e giustificato siano la stessa cosa, assolutamente. E chi potrebbe pensarlo? 🙂 Ma, se la verità non implica l’indubitabilità, è vero però il contrario (secondo lui). Forse sta qui l’origine delle ambiguità. Quanto al passo che riporti, direi che ha un carattere introduttivo e divulgativo, quindi gli si può forse perdonare l’inesattezza, che dici?

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  12. Faccio fatica a portare avanti questa discussione finché continui a tirare in ballo le supposte “intenzioni” di Severino. Forse sarebbe meglio se trovassi dei passi specifici e discutessimo a partire da quelli. Scegli tu. Mi sono laureato con Severino e ho letto tutta la roba seria che ha scritto fino a Destino della necessità. Poi, da quando è diventato mistico, ho smesso.

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  13. D’accordo, cerco dei brani. Però vorrei capire, a questo punto, cosa imputi a Severino. Non credo di tirare in ballo le intenzioni più di quanto non lo faccia tu! 🙂 Perché il branco che riporti tu, ripeto, non è molto significativo, è solo una introduzione divulgativa. Mi piacerebbe capire a partire da quali testi tu credi che Severino confonda verità e giustificazione. Perché a me pare che non lo dica mai! Quello che dice non è che il vero è indubitabile, ma che l’indubitabile è vero. E’ assai diverso!

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  14. Nella struttura originaria, ad esempio, Severino dice che la verità è tale solo se è capace di togliere la sua negazione, poi aggiunge:”se invece tale capacità non è posta […] allora non solo quel contenuto NON SI MOSTRA come fondamento, ma NON LO E’ NEMMENO.” Severino, La struttura originaria, p. 111)

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  15. Dunque, la mia limitata preparazione e il linguaggio criptico di molte pagine severiniane rendono necessaria un’ipotesi interpretativa, vale a dire che non sono sicurissimo di quello che sto per dire. Io credo che in quelle pagine non stia parlando della verità, cioè dell’esser vero di un qualunque enunciato, bensì di quegli enunciati che compongono la struttura originaria (come concetto, non il libro..): cose come la presenza (attualità, manifestazione, coscienza, apparire…) dell’essere (ente, esistente, ciò che esiste…), la sua incontraddittorietà, la sua identità con sé etc… è questo che deve, per esser fondamento, mostrare immediatamente la sua innegabilità. Almeno credo. Poi ripeto, qui andiamo davvero nel difficile, e anch’io, per quanto lo ammiri come teoreta, ho avuto più volte l’impressione che sfoci in una sorta di misticismo (leggi: non saper più come cavarsela a tenere insieme tutto e affidarsi eccessivamente a delle semplici metafore, come il “mortale”, la “contesa” o l’ “inconscio dell’inconscio”). In linea di massima, direi che bisogna tener presente, discutendo Severino in profondità, che lui non vive nel nostro universo, bensì in uno dove tutto è eterno, la realtà extramentale non esiste, il mutamento e l’alternarsi delle cose non sono affatto quello che ci sembrano, il soggetto, come dotato di capacità d’azione, è anch’esso illusione etc… Dunque analizzare una sua idea, un aspetto del suo armamentario concettuale, senza tener presente tutto ciò, può essere fuorviante. Potresti rispondermi che lui è il primo a farlo, visto che si occupa di tutto e di più. E qui, io sarei perfettamente d’accordo. 🙂

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  16. Se posso, Severino non “confonde” verità e giustificazione, ma semplicemente IDENTIFICA verità e giustificazione, come tutta la filosofia degna di questo nome fa da circa due secoli. La confusione sta in chi tiene separato verità e giustificazione, con l’assurda idea che si possa pensare una realtà indipendentemente dal pensiero che la pensa, lasciandosi influenzare dal senso comune e dal suo “presupposto naturalistico” (Husserl). E’ questa confusione che dà credito agli esperimenti mentali in ambito analitico (ma, si noti, da Wittgenstein a Dummett anche molti analitici si sono accorti che dal pensiero semplicemente non si può uscire) per cercare di dimostrare che verità e giustificazione non coincidono, dai controesempi di Gettier all’argomento di Brandom, tutti esperimenti ottenibili solo mediante futuri contingenti, enunciati di credenza o enunciati del tipo “nel sacchetto chiuso ci sono 300 fagioli”. In tal modo si sostiene o si presuppone (come in Gettier, che si propone altro nel suo articolo) che l’enunciato p abbia valore di verità NONOSTANTE non abbia giustificazione, ma innanzitutto per quanto riguarda i futuri contingenti, già il fondatore del principio di bivalenza (Aristotele) riteneva di doverlo sospendere per motivi troppo lunghi da spiegare qui (vedi interpretazione di Lukasiewicz), mentre per quanto riguarda “nel sacchetto chiuso ci sono 300 fagioli”, noi non abbiamo giustificazione per dire che sia vero e non abbiamo giustificazione per dire che sia falso, ma ABBIAMO GIUSTIFICAZIONE per dire che sia vero-o-falso. Grazie alla VERITA’ GIUSTIFICATA “nel sacchetto ci sono n fagioli” (con n maggiore o uguale a zero) noi POSSIAMO DIRE che “nel sacchetto ci sono 300 fagioli” ha valore di verità senza che sia giustificata, e ogni esempio simile si risolve in questo modo. Quindi, in ogni caso, non ci è possibile un concetto di verità sganciato dal concetto di giustificazione. Ovviamente c’è un modo in cui le cose stanno indipendentemente dal fatto che noi sappiamo COME stanno, ma NON c’è un modo in cui le cose stanno indipendentemente dal fatto che noi sappiamo CHE c’è un modo in cui stanno. Ciò può apparire strano al senso comune, ma non più strano di quanto possa apparire la teoria della relatività. Queste sono cose risapute da secoli e di cui nella filosofia continentale non si fa più problema in quanto ormai ovvie, solo in America si continua un dibattito tra idealismo e realismo che dopo la fenomenologia husserliana non ha più senso, perché se tutto è ideale, l’ideale è il MODO (atto-forma possibile) del reale, quindi il fatto che tutto sia ideale NON toglie che tutto sia reale, quindi che il mondo funzioni in un certo modo con o senza la razza umana è una verità che non viene messa in dubbio da nessuno PROPRIO PERCHE’ sappiamo che è così, abbiamo giustificazione per dire che le pietre esisteranno anche dopo l’uomo. PER QUESTO ciò è vero. Si tratta quindi di una condizione necessaria che spesso genera confusione. Ad esempio prendiamo il condizionale . La confusione è data dal modus tollens di questo condizionale, ottenibile per legge di contrapposizione: . Allora, si dice, se la razza umana non esistesse, non esisterebbero le pietre! Ma ciò è assurdo! Infatti non si dice questo. Che le pietre continueranno ad esistere dopo l’uomo RIENTRA nella conoscenza che abbiamo delle pietre, dal modo in cui le esperiamo. Le pietre continueranno ad esistere PROPRIO PERCHE’ la nostra conoscenza delle pietre ci dice che continueranno ad esistere. E’ senza QUESTA conoscenza e senza qualsiasi conoscenza sulle pietre che le pietre non esisterebbero. Qualunque obiezione non potrà che basarsi ancora sulla conoscenza delle pietre, quindi non potrà strutturalmente afferrare perchè non dovrebbero più esistere.
    L’Italia è l’unico luogo al mondo (ripeto, l’unico) in cui si pratica con continuità la filosofia da 2600 anni. Il resto d’Europa ha iniziato da un millennio, gli USA da poco più di un secolo. Eppure, esterofili per definizione, continuiamo a farci insegnare dagli altri il mestiere che è nostro. Se Gentile avesse letto il problema di Gettier, su cui gli americani si lambiccano da 50 anni e che è facilmente risolvibile se non si ha “timore del soggettivismo” (Heidegger), si sarebbe messo a ridere. Purtroppo se la guerra l’avessimo vinta noi gli americani adesso starebbero studiando Gentile, non Gettier, ma la guerra l’hanno vinta loro, e Gentile non lo studiamo nemmeno noi.

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  17. Il condizionale è “se esistono le pietre, allora esiste la conoscenza delle pietre”… legge di contrapposizione “se non esiste la conoscenza delle pietre, allora non esistono le pietre”

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  18. Non capisco quello che vuoi dire. Se c’è un modo in cui le cose stanno a proposito dei fagioli contenuti in un vaso, allora nel vaso ci sono n fagioli (dove “n” sta per un numero intero). Ciò significa che l’enunciato: “Nel vaso ci sono n fagioli” è vero, e lo è indipendentemente dal fatto che io possa o meno accertare che le cose stiano così oppure no.
    Quanto alle cose che sarebbero risapute dalla filosofia continentale e che la filosofia analitica ignorerebbe non so di cosa tu stia parlando, per cui non posso esprimere alcun giudizio.

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    1. Una delle cose appunto risapute dalla filosofia continentale, fin dalla svolta trascendentale, è che non ha alcun senso dire x è vero indipendentemente dalla giustificazione che sia vero o vero-o-falso. La confusione è data dal fatto che ciò non toglie il fatto che x possa essere vero senza giustificazione, semplicemente si ricorda che ANCHE ciò è vero se e solo se di ciò vi è giustificazione.

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  19. Ovviamente no. Dico che:
    1. P può essere vero con giustificazione che sia vero o senza giustificazione che sia vero
    2. Quando P può essere vero senza giustificazione che sia vero, NON PUÒ essere vero senza giustificazione che sia vero-o-falso.
    Si noti: al secondo caso appartiene un enunciato del tipo “nel sacchetto chiuso ci sono 300 fagioli”, mentre un enunciato tipo “le pietre esistono con e senza l’umanità” è semplicemente vero, IN QUANTO giustificato, perché noi SAPPIAMO che le pietre esistono con e senza l’umanità. Quindi x è vero sse è giustificato che sia vero e x è vero-o-falso sse è giustificato che sia vero-o-falso.

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    1. Perché ritieni che vero non sia lo stesso di giustificato che sia vero? Dimmi, ti prego, una verità alla quale tu hai accesso senza averne accesso.

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  20. La tua domanda presuppone precisamente il tipo di confusione che io critico. Se io dico che esistono gli alieni questa affermazione è vera o falsa. Se è vera, lo è indipendentemente dal fatto che io sia in grado di giustificarla in qualche modo. Questo perché il valore di verità di un enunciato dipende da come stanno le cose e non da quello che io so o non so sul mondo.

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    1. Come ho già detto, poiché si tratta di un caso del tipo 2, se la tua asserzione è vera, lo è anche se non sai giustificare la sua verità; se è falsa, lo è anche se non sai giustificare la sua falsità. Ma essa non potrebbe essere vera-o-falsa se tu non potessi giustificare che è vera-o-falsa. Nel momento in cui non sai se la tua asserzione è vera o falsa, sai che è vero (e poiché SAI che è vero di ciò hai necessariamente giustificazione) che c’è un universo all’interno del quale possono o non possono esserci alieni. Su questa verità giustificata giustifichi il fatto che “esistono gli alieni” sia vera-o-falsa. Quest’ultima NON potrebbe essere vera se non ci fosse giustificazione che sia vera-o-falsa.

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    1. Il tutto si risolve mediante una definizione di giustificazione con una disgiunzione inclusiva del tipo: (V aut F) vel V-aut-F. È in corso di pubblicazione un mio articolo su questo, dovrebbe uscire a marzo, te lo segnalerò così se vorrai lo potrai discutere con calma.

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  21. Affermare per ipotesi che un enunciato è incontrovertibile è già una contraddizione. L’incontrovertibilità se posta come ipotesi è di per se stessa controvertibile. Non è dunque possibile separare l’affermazione dell’incontrovertibile dalla sua evidenza originaria. Il concetto di giustificazione diventa in questo modo problematico. In effetti non c’è nulla da giustificare. Il senso della parola “giustificare” dal latino tardo “iustificare” non è altro che rendere “iustizia. Ma la verità per Severino non è deduttiva, è dunque non va affatto giustificata. Si tratta di mostrare e dimostrare come la verità di ogni asserto (incluso l’ errore ) non sia separabile dalla verità originaria.

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  22. Ciononostante, l’asserzione è vera o falsa.

    Potrebbe gentilmente argomentare questa sua frase? Da completo neofita non riesco a capire in quali coordinate di pensiero si sia posto.

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    1. Prendi l’asserzione: “Il 10 aprile 1422 a mezzogiorno a Venezia c’era un numero di gatti dispari.” Probabilmente non potremmo mai sapere se questa affermazione è vera o falsa. Ciononostante, è vera o falsa, il che significa che, o c’era un numero di gatti dispari oppure no. Il valore di verità di un’asserzione (il fatto cioè che quell’asserzione sia essere vera o falsa) esiste indipendentemente dal fatto che noi si possa accertarlo in qualche modo. Perché? Perché ciò che rende vera (o falsa) l’asserzione sono i gatti, non noi.

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  23. Ragazzi, l’articolo non è uscito da nessuna parte perchè non sono riuscito a dimostrare quello che volevo dimostrare. Quindi ho strappato il foglio e ho ricominciato da zero. Preciso comunque che quando ho scritto quel commento ero un po’ piccato contro un certo modo di trattare i filosofi “continentali” e contro quegli analitici che dicono severino dice cose insensate>. L’inferenza, semplicemente, non è valida. In ogni caso non ce l’avevo con Berti, che non dice nulla del genere, nè con filosofi analitici seri come Marconi o molti altri, ero solo nervoso perché avevo appena visto un video di Odifreddi.
    Detto questo, in quell’articolo mi proponevo di far convivere insieme un’equivalenza epistemica del tipo Vp Gp con la logica classica, lo schema di Tarski e il senso comune (in polemica soprattutto con l’inflationary argument di Crispin Wright, che nega appunto questa convivenza). La strada si è rivelata impraticabile nel senso in cui volevo percorrerla, ma ho pensato ad un’altra strategia di risposta, e giacché nella discussione è intervenuto il mitico FranzBerto (che saluto con tanta stima) ne approfitto proprio per chiedere a Berto se la mia idea possa considerarsi praticabile, da studente a professore (perchè io sono uno studente). E ovviamente mi scuso in anticipo per la lunghezza.
    Lasciando stare l’argomento di Wright, poniamo la domanda: accettare lacune di valore di verità impegna necessariamente ad abbandonare la logica classica? Se infatti p è vera se giustificata vera e viceversa allora non è nè vera nè falsa. Di solito in questo caso l’epistemicista o l’antirealista si affida alla logica intuizionista. Ma è davvero necessario?
    Poniamo che l’epistemicista (E) parta dai seguenti assunti cognitivi:
    1) Disponiamo di un concetto quando siamo in grado di utilizzarlo come procedura di categorizzazione
    2) Ogni volta che utilizziamo il concetto di verità utilizziamo il concetto di giustificazione
    Se il realista (R) si trovasse in presenza di due enunciati diversi e pensasse che solo uno dei due fosse vero, avrebbe bisogno di aggiungere qualcosa a una vaga definizione del tipo “p è vero sse corrisponde alla realtà”, cioè dovrebbe spiegare quale criterio utilizza per decidere che un enunciato corrisponde alla realtà (e quindi cade sotto il concetto di “verità”) mentre un altro no. Ma questo criterio altro non sarebbe che una giustificazione. L’E conclude quindi che chi voglia difendere un concetto di verità slegato da ogni forma di giustificazione, o non dispone del concetto che vuole difendere o non descrive adeguatamente un concetto di cui dispone (cioè non lo descrive epistemicamente).
    Ciò è anche intuitivo, equivale a dire che comprendiamo che un enunciato è vero quando lo riconosciamo come vero, cioè quando siamo giustificati a ritenerlo tale. Questa posizione si limita quindi a definire il “vero” dal punto di vista del nostro accesso ad esso (del resto, è difficile definire ciò a cui non abbiamo accesso). R risponderebbe che il “vero” mantiene la proiezione verso un fuori, siamo giustificati a ritenere p vero proprio perchè lo riteniamo indipendente dalla giustificazione che se ne ha. Ma all’accusa realista di confondere verità e giustificazione E risponderebbe che R confonde verità e realtà. La realtà è indipendente dalla giustificazione, non la verità. Portatore di verità è l’enunciato, in un mondo senza menti ci sono tante realtà, ma non ci sono verità, perchè non ci sono enunciati. Quine direbbe a questo punto che si sta parlando della verità-per-noi, non della verità; ma un hegeliano risponderebbe che tra verità-per-noi e verità-in-sè non c’è alcuna differenza: la verità-per-noi è l’accadere stesso della Verità.
    In questo modo si spiegano gli equivoci del senso comune: quando diciamo , da un lato abbiamo impressione di dire una cosa ovvia, ma questa cosa ovvia è solo che il fatto REALE può accadere senza che nessuno lo sappia, stiamo parlando della realtà, non della verità; se invece stiamo parlando della verità, allora COMPRENDIAMO ciò che abbiamo detto perchè in realtà abbiamo supposto che p sia giustificato vero, è impossibile supporre che p sia vero senza che sia giustificato, perchè non stiamo facendo altro che imamaginare una situazione in cui chi dicesse p direbbe il vero, perchè p corrisponderebbe alla situazione immaginata, ma se vale l’assunto di sopra capiamo cosa vuol dire corrispondere solo applicando nella nostra testa un criterio di giustificazione. Queste precisazioni quindi sono solo terminologiche, non richiedono impegni filosofici particolari o idealisti.
    Da qui arriviamo al caso del terzo escluso che si discuteva nei commenti precedenti. Di solito R ed E si dividono su questo: se per E p non ha valore di verità (perchè non giustificata) allora è costretto a rifiutare la verità di p V –p, il ché contrasta col senso comune; mentre per R aldilà di ciò che noi sappiamo p è V o F. In realtà anche qui secondo me si ripete l’equivoco. L’E infatti potrebbe non aver alcun bisogno di negare la verità di , proprio in virtù del bicondizionale epistemico, perché SAPPIAMO che è così (ce lo dice l’esperienza accumulata, l’abitudine ecc); ma quel che sappiamo non è che o è VERO che ci sono o non è VERO che ci sono, solo apparentemente si tratta di un connettivo vero-funzionale, quel che sappiamo (e che perciò è vero) è che ci sono-o-non ci sono. Ciò non vuol dire negare la semantica vero-condizionale nè che il significato risieda nelle condizioni di verità. Semplicemente è in realtà un enunciato atomico, quindi le sue condizioni di verità sono in uno stato-di-cose (benché di un tipo particolare), non sono funzione del valore di verità dei costituenti, perchè non ha costituenti. Mentre è un enunciato complesso per cui vale il principio di vero-funzionalità, in quanto sappiamo p, quindi al suo interno è presente un enunciato che ha a sua volta condizioni di verità. Il discorso è in realtà più complesso, ma qui non lo approfondiamo.
    Veniamo ora quindi all’aspetto logico del discorso, e spero che Berto abbia sopportato il pistolotto fino a qui. Chiariamoci prima le idee sul principio di bivalenza (PB). PB non ci dice che ognuna delle espressioni del linguaggio naturale deve avere valore di verità ed essere o vera o falsa (e non può essere vera e falsa insieme), ma ci dice che ognuna di queste espressioni che ha valore di verità deve essere o vera o falsa (e non può essere vera e falsa insieme). Per questo motivo chi sostiene che un’espressione come «Muoviti!» non abbia valore di verità non viola per ciò stesso PB, ma anzi applica tale principio, perché tale espressione semplicemente non fa parte degli enunciati per i quali ha senso dire che sono o veri o falsi. Ma di per sé PB non dice sulla sul criterio in base al quale stabilire quando, come e perché un’espressione del linguaggio naturale ha o non ha avere valore di verità. La discussione in merito all’estensione del concetto “valore di verità” è esclusivamente teoretica. E’ in base a queste confusioni che spesso si è ripetuto che l’intuizionismo di Brouwer prevedesse un terzo valore di verità “indeterminato”, quando invece esso ritiene che alcuni enunciati non hanno avere valore di verità, mentre quelli che lo hanno rispettano normalmente PB. Già il fondatore del principio di bivalenza (Aristotele) ha posto alcune restrizioni stabilendo che imperativi, espressioni esortative e futuri contingenti non hanno valore di verità. In seguito altri filosofi hanno sostenuto che lo stesso si può dire per errori categoriali, fallimenti assertivi, espressioni normative o riguardanti oggetti inesistenti. Un sostenitore della teoria epistemica direbbe appunto che tale restrizione concerne le lacune epistemiche (oltre che i futuri contingenti), per cui un’espressione del linguaggio naturale che intende asserire qualcosa sul mondo ha valore di verità se e solo se ha valore epistemico, e un enunciato che rispetta tale requisito rispetta anche PB (è giustificato vero aut giustificato falso – tralascio di spiegare cosa intendo con “valore epistemico”, ma è questo concetto che mi consente di mantenere l’interpretazione classica della negazione per il predicato G).
    Poichè in logica la nozione fondamentale è la validità (che conserva la verità), non la verità, è naturale pensare che qualsiasi teoria della verità dovrebbe essere compatibile con la logica classica, cioè che quest’ultima non impegni necessariamente ad una teoria realistica della verità. Io credo che un filosofo come Dummett, ad esempio, abbia ritenuto necessario il passaggio all’intuizionismo in virtù della sua teoria giustificazionista del significato, non della verità. Che cosa ci impedisce infatti di trattare logicamente un enunciato come anche se ATTUALMENTE non ha valore di verità (esso non è un enunciato dichiarativo perchè non è vero-o-falso, ma è comunque un enunciato dotato di significato perchè ha struttura enunciativa, cioè quella struttura interna che gli consente di poter diventare vero-o-falso)? Ad esempio una congiunzione viene formalizzata in logica proposizionale come p&q, che è vera se in quella struttura (interpretazione) sono vere sia p sia q e falsa in tutti gli altri casi. Quello che si fa è quindi inserire q (anche se noi non sappiamo niente su q) in un’interpretazione assegnandogli valore di verità. In un certo senso si è portati a credere che questa assegnazione del valore è basata sul presupposto che abbia uno dei due valori anche se noi non sappiamo quale (in ciò si presuppone che esiste almeno un modello con il suo dominio di elementi che corrisponde al mondo reale attuale, mentre tutti gli altri infiniti mondi sono possibili). Certo si può pensare così, ed è il modo in cui R intende la logica. La mia idea è che se E parte dagli assunti cognitivi suddetti non ha alcun bisogno di revisionare la logica in base ai suoi assunti, anzi proprio perchè essi sono cognitivi può credere che la logica classica abbia SEMPRE trattato il “vero” nel modo in cui esso è trattabile e comprensibile, cioè come giustificato vero, anche se R l’ha sempre interpretata in modo diverso. Non c’è alcun bisogno di revisionarla così che essa conservi la giustificabilità (ad esempio), in quanto la conservazione della verità è sempre stata in realtà conservazione della verità giustificata. Perchè? Per lo stesso discorso che dicevamo prima sulla supposizione secondo gli assunti di E. La funzione di assegnazione del valore di verità (funzione di valutazione in logica proposizionale, funzione d’interpretazione in logica predicativa) non fa altro che riprodurre la procedura di categorizzazione degli enunciati nella classe degli enunciati veri, che necessariamente RICHIEDE (in base all’assunto) una qualche forma di giustificazione cognitiva per poter comprendere il concetto di “vero”. Per cui nell’esempio di sopra non assegniamo a q un valore di verità sul presupposto che ce l’abbia indipendentemente dalla giustificazione, ma gli assegniamo proprio un valore epistemico (che è sinonimo di valore di verità), e lo facciamo anche se di esso non sappiamo nulla, ma questo è il modo normale in cui funzionano le inferenze in base agli assunti di E. In pratica non cambierebbe nulla nell’interpretazione semantica dei connettivi, e nell’intero apparato deduttivo: stesse regole logiche e stesse leggi logiche. Infatti non ci sarebbero difficoltà ad accettare il terzo escluso come verità logica, un epistemicista può tranquillamente sostenere che p ∨ ~p è una tautologia, anche nel caso in cui p non abbia valore di verità, perché dire che p ∨ ~p è una tautologia equivale a dire che essa è vera in ogni modello possibile, cioè per qualunque valore di verità venga assegnato a p, e quindi equivale a dire che SE p ha valore epistemico (cioè SE gli viene assegnato un valore di verità) allora p ∨ ~p è sempre vera per qualunque valore di verità gli venga assegnato.
    Da una parte tutto ciò mi sembra banale, perchè è ovvio che se abbiamo un’interpretazione diversa di “vero” dal punto di vista formale non cambia nulla, essendo la logica uno “spazio logico” ipotetico-deduttivo; da un’altra parte mi sembra strano che non riesca a trovare qualcuno che abbia sostenuto ciò (accetto suggerimenti), perchè di solito i dibattiti sull’epistemicismo associano ad esso il revisionismo della logica, e non capisco perché invece non si possa considerare questa strada “cognitiva”. Mi chiedo quindi se non sia io a sbagliare. Non che abbia nulla contro le logiche non classiche, ovviamente, ma il discorso è partito dall’argomento di Wright sull’incompatibilità di OGNI tipo di equivalenza epistemica con la logica classica.
    Spero in un commento del prof. Berto, e mi scuso di nuovo per la lunghezza.

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  24. Non si capisce niente: il primo esempio tra virgolette, quello della supposizione è: supponiamo che su Nettuno ci siano esseri viventi, in tal caso “su Nettuno ci sono esseri viventi è vero” anche se non lo sappiamo

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  25. Nell’esempio del terzo escluso l’enunciato è “su Nettuno ci sono o non ci sono esseri viventi”; mentre l’enunciato complesso “Paolo Gentioloni è italiano o non è italiano”

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  26. Ah, l’inferenza non valida è questa:
    ho letto severino
    non ho capito nulla
    ————————-
    severino dice cose insensate
    ;D

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  27. Emanuele: ci sono varie semantiche, dette supervalutazionali, in cui ‘p o non-p’ vien fuori logicamente valida anche se p non ha valore di verità. Van Fraassen le usava per i termini non denotanti e Kit Fine per la vaghezza. I supervalutazionisti a volte dicono che l’approccio preserva la logica classica anche se rinuncia alla bivalenza.

    Una semplice obiezione all’approccio è dovuta a Williamson: se in una teoria fallisce la bivalenza:

    (1) O è vero ‘p’, o è vero ‘non-p’

    ma il terzo escluso è valido:

    (2) p o non-p

    allora p (non-p) non è equivalente a “‘p’ è vero” (“‘non-p’ è vero”) (altrimenti (1) e (2) sarebbero equivalenti). Ossia fallisce l’equivalenza tarskiana: per ogni p, p è equivalente a “‘p’ è vero”.
    Ma l’equivalenza tarskiana è il minimo che occorre per poter avere un predicato di verità. Quindi il supervalutazionismo fraintende la nozione di verità. Il che è probabilmente ciò che Dario, da realista, pensa degli antirealisti.

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  28. Forse c’è confusione anche in chi ha scritto il post. La mia idea è che se non si vuole fare di un discorso sulla verità un discorso ontologico è perché, tendenzialmente si esclude di poter dire dimostrare davvero che, ad esempio, su Marte ci siano gli alieni. Allora però è inutile stare a fare i fichi perché si lascia da una parte la “vera verità” e si inizia a parlare di validità logica degli enunciati, in questo caso infatti si ammette che non vi è alcuna distinguibilità tra una asserzione normale ed una che riguardi il modo in cui le cose stanno effettivamente pertanto gli enunciati normali diventano l’unica realtà di cui si dispone e dire che si tratta di cose ontologiche o meno non ha più senso. Allora si dovrebbe ammettere che non c’è distinzione tra ontologia e gnoseologia e non che se facciamo le cose bene rimaniamo nella gnoseologia e l’ontologia la lasciamo ai preti. Il senso stesso di questa distinzione semplicemente verrebbe meno e nessuno sarebbe più lungimirante degli altri; lo stupido sarebbe, come al solito, chi crede che non sarà mai smentibile, non chi crede che la sua dottrina gnoseologica non può esserlo ed una ontologica si.

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    1. Ciao “anonimo”,
      ho provato a rileggere un paio di volte il tuo commento, ma non sono sicuro di capire quale sia il tuo punto.
      Mi sembra di capire che tu mi attribuisci certe tesi che non ho mai sostenuto. Ad esempio:
      1) Io escludo che si possa dimostrare che su Marte ci siano gli alieni: non so da cosa tu abbia tratto un’inferenza del genere.
      2) Che io starei a fare il fico: non so cosa ciò possa significare in un contesto del genere.
      3) Che io avrei rinunciato a parlare della “vera verità”: possibile, visto che non ho la più pallida idea di cosa sia la “verità vera”.
      4) Che avrei rinunciato a parlare della “vera verità” per parlare della validità logica degli enunciati: non so cosa sia la validità logica di un enunciato. Un enunciato può essere vero o falso, ma non ha validità logica. Ad avere validità logica, e più precisamente correttezza logica, sono semmai i ragionamenti, che sono insiemi strutturati di enunciati. E la correttezza logica di un ragionamento non ha nulla a che fare con la verità logica degli enunciati che lo costituiscono, dal momento che un ragionamento può essere logicamente corretto e, al tempo stesso, formato da enunciati falsi.
      5) Non ho la più pallida idea di cosa siano una “asserzione normale” di contro a una che “riguardi il modo in cui le cose stanno”.

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  29. Esattamente! Perfetto! Proprio perchè pongo tre classi di enunciati: quelli che non possono avere valore di verità, quelli che possono averlo e non ce l’hanno, quelli che possono averlo e ce l’hanno, nell’articolo che stavo scrivendo consideravo proprio le semantiche supervalutazionali, e mi ero reso conto che quella strada non andava bene, sopratutto sarebbe stata semplicemente inefficace contro l’argomento di Wright. Volevo dimostrare che l’incompatibilità che Wright rileva tra assunti epistemicisti e Tarski si ripropone esattamente per il realista nel caso dei futuri contingenti a meno che egli non accetti il determinismo (per questo consideravo la semantica supervalutazionale di Thomason), ma non sono riuscito ad essere convincente. Inoltre non conoscevo affatto questa obiezione di Williamson! motivo in più per dire che quella strada non andava bene, quindi la ringrazio molto per la segnalazione, e direi che l’obiezione di Williamson mi sembra ineccepibile.

    Il punto però è proprio un altro, cioè che secondo me è possibile considerare un’altra strada. Quello che cerco di dire è in un certo senso più banale ma forse anche più controverso: se ha ragione l’epistemicista nel dire che il concetto di verità contiene una proprietà epistemica, allora in logica questa proprietà è espressa dalla funzione di valutazione. Questa è la mia tesi (che appunto ritengo problematica). Cioè in pratica l’epistemicista non deve tanto sforzarsi per rendere compatibile la sua teoria con la logica classica, o essere costretto ad adottare altre logiche o particolari semantiche, perchè la logica classica GIA’ contiene un’equivalenza epistemica: vero equivale a “vero in un’interpretazione”. Ovviamente i concetti di modello-interpretazione-struttura non hanno nulla di relativistico di per sè, anzi sono proprio ciò che consentono (per il realista) di tenere insieme sintassi logica e semantica realista, ma è possibile interpretare questi concetti anche in modo non realista, infatti come lei ben sa soprattutto negli ultimi decenni sono fiorite semantiche relativistiche in grado anche di mantenere una semantica standard (cioè senza aggiungere elementi contestuali alla nozione di riferimento) e un pluralismo ontologico, in quanto ogni enunciato vero è soddisfatto dall’intera sequenza del proprio dominio di elementi, avendo ogni mondo (il mondo di marco, il mondo di lucia ecc) il proprio dominio di elementi, trattandosi non di mondi possibili ma di mondi attuali alternativi. L’epistemicista che pone un bicondizionale tra V e G è costretto a prendere questa strada, perchè sta dicendo che tutte le giustificazioni sono vere, quindi ammette che può esserci “disaccordo senza errore”, perchè se marco e lucia sono in disaccordo dicono entrambi il vero, in quanto gli enunciati corrispondono a mondi diversi. Da questo punto di vista non credo ci siano problemi per l’epistemicista (se non filosofici), e fin qui nulla si è detto che contraddica la logica classica, ma certo si contraddice l’interpretazione realista della logica classica.

    L’esempio che lei cita di Williamson è esattamente la formalizzazione (secondo me sbagliata) dell’esempio che avevo appena fatto: “su Nettuno ci sono esseri viventi” non ha valore di verità (ma può averlo), mentre “su Nettuno ci sono o non ci sono esseri viventi” è vero. Perché è vero? Perchè appare vero nell’esperienza accumulata o nell’abitudine (quindi è vero) che su Nettuno ci sono-o-non ci sono esseri viventi (con i trattini), quindi si tratta di un enunciato atomico, si formalizza come p, non come pV–p (altrimenti chiaramente avrebbe ragione Williamson), perchè secondo l’epistemicista questo è un caso di equivoco del linguaggio naturale in cui confondiamo reale e vero, non stiamo affatto dicendo che “su Nettuno è VERO che ci sono o non è VERO che ci sono”, perchè è chiaro che se stessimo dicendo così allora saremmo costretti a scegliere: o la vero-composizionalità o dobbiamo rinunciare al terzo escluso, non possiamo avere entrambi se neghiamo valore di verità a p (a meno di una semantica supervalutazionale, ma appunto violiamo Tarski). Stiamo dicendo semplicemente p, e p è vero, quindi non violiamo Tarski. In pratica sostengo che dire “Dietro al frigo c’è-o-non c’è un ragno” con i trattini, detto senza spostare il frigo, e dire “Dire dietro al frigo c’è o non c’è un ragno” una volta che abbiamo spostato il frigo e abbiamo visto un ragno, sono due enunciati diversi con diverse condizioni di verità. Il primo è atomico e la sua condizione di verità è uno stato-di-cose; il secondo è composto e la sua condizione di verità è funzione del valore dei costituenti. La cosa non sembra così strana (anche se forse ci si impegna a dire che una possibilità è uno stato-di-cose), in fondo sembra essere intuitivo che nel primo caso ci sentiamo giustificati ad asserire l’enunciato perchè la sua negazione ci sembra assurda; nel secondo caso semplicemente perchè stiamo vedendo un ragno. In questo modo vengono fatte combaciare condizioni di verità e condizioni di giustificazione.

    Mentre invece dal punto di vista logico Williamson ha ragione e sono d’accordo con lui. Perchè dico questo? Perchè (ed è proprio questo il mio dubbio, se sia accettabile dire una cosa del genere) non c’è alcun bisogno di semantiche supervalutazionali per accettare la logica classica, anche se neghiamo valore di verità a p. Nel momento in cui si dice che p non ha valore di verità (perchè non appare nè vero nè falso, quindi per l’equivalenza epistemica non è nè vero nè falso) l’epistemicista non avrebbe alcuna difficoltà ad UTILIZZARE ugualmente la logica classica, avrebbe certamente bisogno di altre logiche o di estensioni, ma non entrerebbe in contrasto con la logica classica intesa strictu sensu (proposizionale, prim’ordine, una specifica interpretazione semantica dei connettivi e delle regole di introduzione ed eliminazione, vero-funzionalità, terzo escluso, non-contraddizione, monotonia ed idempotenza dell’implicazione, leggi di de morgan), non solo quindi dal punto di vista sintattico, ma anche da quello semantico se inteso in modo “relativistico”. E’ chiaro che se intendiamo che la logica classica implica un concetto di verità atemporale, con i valori V ed F che sono entità astratte alla Frege che forniscono il riferimento agli enunciati, allora OGNI p ha un valore di verità ATTUALE (ed eterno), e negare ciò equivale a negare la logica classica. Ma non è un po’ troppo impegnativa questa tesi? Non è un po’ troppo dire che la logica classica impegna ad una teoria realista della verità? In fondo la nozione fondamentale in logica è la validità, non la verità, cioè la conservazione della verità qualunque cosa sia ciò che intendiamo con “verità”, sia se come ciò che corrisponde con la “realtà”, sia se come ciò che corrisponde con la “realtà-che-appare”.

    Nella logica proposizionale dal punto di vista realista quando non sai p, p è comunque vero-o-falso in quanto una funzione di valutazione assegna valore di verità a tutto l’universo di discorso del dominio; ma quando l’epistemicista dice che p non ha valore di verità non ha alcuna difficoltà a dire che in una valutazione (cioè in logica) ce l’abbia. In un certo senso si distingue il piano del linguaggio naturale e il piano della logica. E’ sul piano del linguaggio naturale che diciamo che p non ha valore di verità perchè non è un’asserzione, ha struttura enunciativa ma non ha forza assertoria, nessuno asserirebbe che su Nettuno ci sono esseri viventi (del resto per Aristotele l’asserzione è apofantica, MOSTRA ciò che vede, se non c’è nulla da mostrare non si asserisce nulla), quindi nel linguaggio naturale esso sarebbe in realtà un atteggiamento proposizionale implicito (credo che, scommetto che, ipotizzo che…). Ma la logica classica assegna il valore di verità ad enunciati considerati come assertori, per cui l’epistemicista non avrebbe alcuna difficoltà a trattare con la logica classica quelli che lui considera atteggiamenti proposizionali impliciti, COME SE FOSSERO asserzioni (utilizzo le maiuscole non per urlare ma per marcare, perchè qui mancano i corsivi).

    Per questo chiamo questa strada “cognitiva”. All’accusa realista di definire la verità come giustificazione non considerando che nel concetto di giustificazione è già implicito quello di verità (Williams, Marconi, Goldman), l’epistemicista risponde che anche nel concetto di verità è già implicito il concetto di giustificazione, se non lo è, allora NON DISPONIAMO di quel concetto, oppure stiamo parlando della realtà, non della verità. Quindi l’unico concetto di verità di cui disponiamo è il vero-per-noi. La tesi è discutibilissima ma qui la stiamo assumendo, per capire se, se assunta, ci fa entrare in contrasto con la logica classica. Hegelianamente questo non vuol dire svalutare il concetto di verità, solo un vero-in-sè potrebbe svalutare il vero-per-noi, ma anche il vero-in-sè è concepibile solo come in-sè-per-noi, quindi il vero-per-noi è semplicemente il vero. In questo modo l’epistemicista può concludere che la logica stessa FUNZIONA in modo epistemicista, e non può funzionare altrimenti, infatti essa per trattare il concetto di verità ha bisogno di introdurre il concetto di “valutazione”, il vero diventa il valore di una funzione, così come ogni volta che intendiamo il vero dobbiamo utilizzare un qualche concetto di giustificazione, in entrambi i casi il vero è un Resultat (Hegel).

    Ecco perchè mi sembra che DI FATTO non cambi nulla. In logica facciamo abitualmente così: “Paolo Gentiloni è italiano” (p in un linguaggio L) diciamo che è vero, V è quindi il valore della funzione di valutazione, ovviamente nella struttura (interpretazione) in cui noi viviamo e che per noi è il mondo reale attuale. “Su Nettuno ci sono esseri viventi” non sappiamo che valore abbia ma presupponiamo ce l’abbia secondo una delle due valutazioni, e utilizziamo appunto la logica per assumere la verità di p per fare inferenze, anche se non sappiamo p. Ma chi lo dice che quella valutazione è oggettiva? cosa cambia se la intendiamo in modo relativistico? In questo modo non avremmo difficoltà ad accettare che anche se p non ha valore di verità nel linguaggio naturale in logica non si sta facendo altro che attribuirglielo a priori, costruendo inferenze a partire da questa assegnazione a priori, quindi non ci sarebbe alcun bisogno per l’epistemicista di ricorrere a semantiche supervalutazionali, polivalenti o gappy.

    Ecco perchè quanto dico mi sembra da un lato banale dall’altro controverso, e chiedo al Prof. Berto (che finora è stato fin troppo gentile) se sia legittima questa distinzione tra logica classica e interpretazione classica della logica classica, perchè se questa distinzione non sta in piedi allora l’intero mio discorso non sta in piedi, perchè quando parlo di “logica classica” in realtà sto parlando di un’altra cosa.

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  30. errata corrige (come al solito): all’inizio intendo dire “tre classi di espressioni del linguaggio naturale”; nell’esempio del ragno i due enunciati sono identici a parte i trattini, ho sbagliato e ho ripetuto due volte “dire”

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  31. In pratica (aggiungo una chiosa) è come se l’epistemicista dicesse che in logica classica OGNI p è giustificato, checché ne pensi il realista, perchè esser vero ed esser “valutato” vero in logica sono la stessa cosa (in quella predicativa ovviamente non tutte le formule hanno valore di verità, per quelle col valore valo lo stesso). Quindi in logica (come nel linguaggio naturale, in questo caso) quando assumiamo che p sia vero anche se non sappiamo nulla di p, stiamo semplicemente assumendo che sia giustificato vero, altrimenti non potremmo avere idea di che cosa voglia dire “vero” (se non come corrispondente a, comprensibile solo come concetto relazionale e un incontro tra due termini, se non altro a livello di “immagine mentale”).

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