Gentile confuta Darwin… o quasi

Giovanni_Gentile_1

Nella sua Teoria generale dello spirito come atto puro (§ 16), Giovanni Gentile formula una curiosa confutazione della teoria della selezione naturale di Darwin. La confutazione si basa su una sorta di esperimento mentale: “S’immagini”, scrive Gentile, “un momento in cui una data specie ci sia, e non ci sia ancora quella superiore che ne deve scaturire, secondo la teoria evoluzionistica pretende”. Per rendere più concreto l’esperimento, immaginate il tempo in cui sulla terra esistevano gli archeobatteri o altri organismi unicellulari, ma non le altre forme di vita più complesse: soprattutto niente uomini. Fatto? Bene. Adesso vediamo cosa succede:

ove ben si rifletta, non sarà difficile avvertire che il passaggio da un grado all’altro della natura non è intelligibile se non trascorrendo colla mente da quel momento, in cui il secondo grado non c’è, al successivo, in cui c’è il primo e il secondo e il loro rapporto.

Quindi: il passaggio dallo stadio degli archeobatteri a quello successivo in cui compaiono gli organismi multicellulari è pensabile (“intelligibile”, scrive Gentile) solo “trascorrendo con la mente” dallo stadio degli archeobatteri allo stadio degli organismi multicellulari. In termini ancora più semplici, quello che Gentile sta dicendo è: per poter pensare il passaggio da A ad A+B devo prima pensare ad A e poi ad A+B.

Vi chiederete: che cosa potremmo mai ricavare da una constatazione così banale? Gentile ne ricava moltissimo. Ne ricava addirittura una confutazione dell’evoluzionismo. Il testo infatti continua con queste parole:

in tutta la lunghissima catena dell’evoluzione il primo anello si pone sempre innanzi al nostro pensiero insieme con tutti gli altri, fino all’ultimo; cioè fino all’uomo, che non è più natura, e distrugge quindi, col suo solo intervento, la possibilità di concepire la natura, in quanto tale, evoluzionsticamente.

Quindi: se proviamo a pensare l’intera catena dell’evoluzione partendo dagli organismi più semplici, alla fine di questa catena troviamo l’uomo, cioè un essere pensante. In quanto è un essere pensante, l’uomo non è semplicemente un oggetto tra gli oggetti (“non è più natura”), ma è un soggetto, una coscienza. Ora, il fatto che esista l’uomo, cioè il fatto stesso che esista un essere pensante, rende impossibile “concepire la natura evoluzionisticamente.”

Ma perché? Perché per Gentile, come già per il vescovo Berkeley, è assurdo pensare che la realtà possa esistere indipendentemente dal pensiero. La teoria della selezione naturale presuppone che sia esistito un tempo, lunghissimo, in cui sulla terra non esistevano animali pensanti, un tempo in cui il mondo esisteva senza essere pensato da nessuno. Ma ciò per Gentile è assurdo. Pertanto l’evoluzionismo deve essere falso. Gentile conclude così il suo argomento:

la condizione imprescindibile per intendere la natura […] in movimento, è che l’oggetto non si distacchi dal soggetto, e non si ponga in sè […].

L’intero argomento poggia dunque sulla confutazione di Berkeley della cosa in sé. Una confutazione che Gentile dà per scontata e che non si preoccupa di esaminare criticamente. Anzi, per Gentile, il problema di Berkeley è di non essere stato all’altezza della propria “felice intuizione” (Cfr. § 1). Ma in cosa consiste esattamente l’argomento di Berkeley? In questo: pensare che le cose possano esistere indipendentemente da una mente pensante è contraddittorio. E a quelli che la pensano diversamente, Berkeley risponde:

Ma, direte, non c’è niente di più facile che immaginare che esistano alberi, ad esempio in un parco, o libri in uno studio, senza che vi sia nessuno a percepirli. Rispondo che certo potete farlo, in questo non c’è nessuna difficoltà: ma non state forse formando nella vostra mente certe idee che chiamate libri e alberi, omettendo nel contempo di formulare l’idea di qualcuno che possa percepirli? Non state forse voi stessi pensando o percependo quelle idee? Questo, dunque, non prova nulla: mostra soltanto che avete il potere di immaginare o di formare idee nella vostra mente, ma non che potete concepire la possibilità che gli oggetti del pensiero esistano al di fuori della mente. Per questo, è necessario che concepiate che tali oggetti esistano senza essere concepiti o pensati, ciò che è una contraddizione manifesta. (Berkeley, 1710)

Questo argomento si basa sulla premessa, che qui rimane implicita, per cui le cose non sono altro che insiemi o collezioni di percezioni (ad esempio, un albero non è che un insieme di forme, colori, ecc.). Integrando questa premessa con quello che viene detto sopra otteniamo il seguente argomento:

(1) le cose sono insiemi di percezioni, ma

(2) le percezioni non possono esistere senza un soggetto percipiente, quindi

(3) le cose non possono esistere senza un soggetto percipiente.

Dal momento poi che le percezioni sono, di fatto, contenuti della mente, e cioè, secondo la terminologia dell’epoca idee, l’argomento assume questa forma generale, che Gentile fa sua:

(1) le cose sono insieme di idee, ma

(2) le idee non possono esistere senza un soggetto pensante, quindi

(3) le cose non possono esistere senza un soggetto pensante.

Ora, il punto debole di questo argomento è la premessa (1). Berkeley sembra qui confondere fra due tesi: una tesi epistemologica e una tesi ontologica. La tesi epistemologica riguarda il modo in cui noi conosciamo le cose. La tesi ontologica riguarda la natura o essenza delle cose. Da un punto di vista epistemologico è certamente vero che noi conosciamo le cose sensibili (come libri e alberi) per mezzo delle percezioni o idee. Ma da questo non segue che, allora, le cose sono identiche a percezioni o idee. Allo stesso modo, un conto è dire che possiamo vedere solo ciò che è illuminato, un altro è dire che esiste solo ciò che è illuminato. Berkeley sembra invece assumere che, siccome possiamo conoscere solo ciò che percepiamo, allora esistono solo cose percepite. Ma questa è una petizione di principio: la ragione per cui è contraddittorio pensare che le cose possano esistere indipendentemente dal pensiero è che si assume, fin dall’inizio, che esistano solo pensieri.

Eppure ancora oggi, in Italia, c’è chi prende sul serio questo argomento. Severino, ad esempio, che a proposito della scienza scrive:

Si aggiunga che la scienza intende fondarsi sull’«osservazione». Ma la gran questione è che la realtà, che per la scienza esisterebbe egualmente anche se l’uomo non esistesse (l’uomo, dice la scienza, compare soltanto a un certo punto dello sviluppo dell’universo), è per definizione ciò che non è osservato dall’uomo, ciò di cui l’uomo non fa esperienza. Ciò significa: non può esserci esperienza umana di ciò che esiste anche quando l’umano non esiste; e quindi l’affermazione che la realtà è indipendente dall’uomo finisce anch’essa con l’ essere una semplice fede o quella forma di fede che è il grado anche più alto di «probabilità». (Nuovo realismo, vecchio dibattito. Tutto già conosciuto da millenni, in “Corriere della sera”, 31/08/2011)

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14 pensieri su “Gentile confuta Darwin… o quasi

  1. Pingback: L’idealismo del non idealismo | Il bambino d'argilla sumero

  2. Ma un idealista non ti risponderebbe forse che in questione è proprio la differenza tra esser conosciuto ed esistere, cioè tra epistemologia e ontologia? Un idealista direbbe che la petitio principii è tua, nel momento in cui dici che conosciamo le cose “per mezzo” di idee, pensiero, percezione… Sottintendi che al di là di questi ci sia altro, ma non c’è motivo (se non intuitivo, per così dire) per sostenerlo. Qui cominciano i paradossi, e io sono d’accordo con Gentile: non solo Berkeley, ma per me nessun idealista è stato “all’altezza” dell’intuizione (idealistica). Perché bisogna risolvere troppi paradossi e rinunciare a troppe cose. Severino, secondo me, è comunque il migliore perché l’ha fatto più di qualunque altro. Poi certo, certe uscite, come quella che riporti tu, sono proprio tristi, perché, io credo, hanno una funzione puramente pubblicitaria (come dicevo nella scorsa puntata…).

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  3. Ciao Alberto, nel mio post non ho voluto dimostrare che il realismo filosofico è vero. Ciò sarebbe un obiettivo molto ambizioso, per il quale ci vorrebbe ben più che un articoletto di poche righe. Ma c’è anche un’altra ragione, più teorica: benché io sia un realista, non penso che si possa “fondare” il realismo alla stessa maniera con cui Berkeley pensa che si possa fondare l’idealismo. Per queste ragioni, il mio obiettivo era molto più modesto. Volevo mostrare che l’argomento di Berkeley si fonda su una petitio principii. Non sono io, ma Berkeley a dire che le cose (alberi, libri) non sono altro che collezioni di percezioni (o idee), e questa è una tesi ontologica, non epistemologica. E’ possibile, naturalmente, che Berkeley abbia ragione. Il problema è che lui non dimostra la tesi o, più precisamente, la dimostra con un argomento in cui la conclusione figura al contempo nella premessa maggiore. Questa è tecnicamente una petizione di principio, e quindi l’argomento non è valido.

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  4. Chiaro. Comunque, interessante la strampalata considerazione di Gentile sull’evoluzione, spiega ahimè tante magagne della cultura umanistico filosofica anche odierna. Classico caso in cui ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere 😉

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  5. Mi trovo d’accordo sulla critica a Berkley, ma mi trovo d’accordo anche con quanto detto da Severino. Mi spiego: se accettiamo che il soggetto non può che fare esperienza solo di ciò che percepisce, allora l’esistenza del mondo esterno come causa della sua percezione è solo una possibilità, una tra le tante per spiegare il perché delle sue percezioni (ad esempio, si potrebbe spiegare la percezione anche come costante creazione dell’inconscio). Ne deriva che si può ben credere che la percezione sia un effetto di una causa esterna, però si deve tener presente che si sta compiendo un atto di fede.

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  6. Ciao Maseja,
    perché crediamo che siano esistiti i dinosauri? Perché abbiamo moltissime prove, indipendenti tra loro, che ci portano a ritenere al di là di ogni ragionevole dubbio che siano esistiti. Perché non crediamo che le nostre percezioni siano create dal nostro inconscio? Perché non abbiamo nessuna ragione per ritenere una cosa del genere, se non la mera possibilità che le cose stiano in questo modo. Ma in generale, il fatto che una cosa sia logicamente possibile non è un buon motivo per ritenere che sia vera.

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    1. Sono d’accordo quando dici che il fatto che una cosa sia meramente possibile non significa che sia anche vera (d’altronde ai nostri occhi possono essere possibili anche stati di cose che sono in contraddizione tra loro), e infatti io non ho detto che è vero che la nostra percezione sia una creazione dell’inconscio: ho solo detto che, essendo possibile (così come sono possibili tante altre ipotesi; penso, ad esempio, all’argomento dei “cervelli nella vasca” – o qualcosa del genere – di Putnam), a rigore non è legittimo escludere che sia anche vero.
      Quanto al resto, mi sembra di capire che la tua posizione sia così esprimibile: allo stato attuale delle nostre conoscenze, appare più plausibile ritenere vera l’ipotesi che la percezione sia l’effetto di una causa esterna, escludendo tutte le altre. Ebbene, sono d’accordo anche su questo punto; l’importante è riconoscere che si tratta pur sempre di un’ipotesi, che è quindi suscettibile di essere falsa. Aggiungici pure che ogni ipotesi relativa a quest’argomento è di per sé indimostrabile (come si fa ad “uscire” dal proprio mondo percettivo per vedere se qualcosa effettivamente ne è la causa?), e ne deriverai che ogni posizione presa a riguardo risulta essere un atto di fede per definizione.
      Dimmi pure se non sei d’accordo 🙂

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  7. Sono quasi d’accordo. Mi spiego: che un’ipotesi sia meramente possibile vuol dire che potrebbe essere vera (o falsa). Questo però non è un buon motivo per pensare:
    1. che sia vera (e su questo siamo d’accordo);
    2. che debba essere presa sul serio, soprattutto se ci sono ottime ragioni per pensare diversamente.
    Quanto all’ipotesi realista, non credo che sia dimostrabile nel senso in cui si dimostra un teorema logico o un’ipotesi scientifica. In questo senso, sono disposto ad ammettere che si tratta di un’ipotesi. Ma è un’ipotesi che dà molti più frutti e che si accorda perfettamente con tutto ciò che sappiamo sul mondo. Non si può dire lo stesso dell’ipotesi contraria, la quale non solo è fondata con argomenti fallaci (come ho cercato di mostrare nel mio post), ma è altrettanto indimostrabile.

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    1. Sono quasi d’accordo anch’io. Dico quasi perché penso che, da un punto di vista strettamente logico, non c’è ragione per dire che una tesi sia meno fondata delle altre. Il criterio ultimo è l’utilità secondo me; o almeno è l’unico criterio a cui riesco a pensare.

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  8. Su questo non sono d’accordo. Io direi che in generale le condizioni per cui è ragionevole accettare una teoria sono almeno 4, e cioè:
    1. Coerenza logica e non circolarità (l’argomento di Berkeley è difettoso da questo punto di vista).
    2. Adeguatezza estensionale.
    3. Adeguatezza intensionale.
    4. Capacità esplicativa.

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    1. E a cosa servono questi 4 punti se non a scartare quelle teorie che oggi riteniamo sicuramente false, e a scegliere tra le restanti quelle che possono esserci più utili (sotto diversi profili)? Converrai con me, però, che l’utilità di una teoria, anche se molto elevata (penso alle teorie scientifiche, soprattutto), non ne determina la verità.
      Per quanto riguarda Berkley, anch’io penso che il suo sia un argomento circolare, ma continuo a pensare che la sua conclusione (le cose non sono altro che la nostra percezione di quelle stesse cose) sia comunque valida logicamente, solo che ci risulta poco plausibile.

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  9. Non mi è affatto chiaro che cosa vuol dire che una teoria viene scelta per la sua utilità. Per gli scopi della navigazione ancora oggi continuiamo a “fingere” che siano i corpi celesti a girare intorno alla terra. Le effemeridi sono infatti costruite tenendo conto del moto apparente degli astri. Ma nessuno sarebbe disposto a dire che, dunque, il geocentrismo è sullo stesso piano dell’eliocentrismo (rispetto al sistema solare). Perché è falso che la terra sia immobile, mentre è vero che si muove. Ciò che importa nelle teorie non è la loro utilità, ma il loro grado di approssimazione al vero.
    Quanto alla tesi di Berkeley (esse est percipi) è valida logicamente, ma solo nel senso che non è immediatamente contraddittoria. Solo che è fondata su un argomento circolare.

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    1. Devo essere sincero, credevo di avere le idee chiare ma non riesco a svilupparle per risponderti ahah
      Mi sono avvicinato a questi temi e alla filosofia in genere solo da qualche mese, e mi sa che devo ancora rifletterci su (soprattutto sul ruolo della scienza). Ti risponderò nei prossimi giorni, buona settimana 🙂

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