Heidegger e le verità eterne

Heidegger

Nel paragrafo 44 di Essere e tempo (1927) Heidegger si occupa del problema della verità, sostenendo questo argomento:

(1) la verità è il manifestarsi delle cose all’uomo (=Esserci),

(2) la verità esiste fintanto che esiste l’uomo, quindi

(3) non esistono verità eterne, perché l’uomo non è eterno.

La tesi (1) presuppone una critica alla teoria corrispondentista della verità, cioè all’idea che una proposizione è vera se corrisponde allo stato di cose da essa descritto. A questo proposito Heidegger osserva che i filosofi più antichi avevano chiamato “verità” il manifestarsi stesso della realtà, delle cose, e che “verità” era un sinonimo di “ente” o “essere”. A partire da Aristotele iniziò ad affermarsi una nuova concezione della verità per la quale essa consiste nell’adeguazione del giudizio al suo oggetto. Questa tesi non è storicamente molto accurata, ma la prenderemo per buona, perché non è rilevante per i nostri scopi. Il punto è che, per Heidegger, questa nuova concezione è errata. Perché? “Immaginiamo”, scrive Heidegger, “che un uomo, con le spalle volte alla parete, pronunci questo giudizio vero: ‘Il quadro appeso alla parete è di traverso’. Questa asserzione è giustificata quando l’asserente, girandosi, vede il quadro di traverso.”

Prima di procedere oltre, vale la pena di osservare che questo esempio è piuttosto fuorviante. Perché qui non è in gioco tanto il problema della verità del giudizio, quanto il problema della giustificazione o della verificazione del giudizio. È importante non confondere tra queste due cose: un giudizio può essere vero (o falso) anche se non possiamo giustificarlo o verificarlo in alcun modo. Nel caso specifico, se è vero che il quadro appeso alla parete è di traverso, lo è anche se io non mi volto per verificare la mia asserzione. La verificazione (il mio voltarmi per controllare) non rende vero il giudizio, ma ne accerta la verità. Quello che Heidegger sembra voler suggerire con il suo esempio, invece, è proprio questo: il mio constatare che il quadro è di traverso rende vero un giudizio che, altrimenti, non sarebbe vero, o non sarebbe né vero né falso.

Ma vediamo come continua Heidegger:

Nella giustificazione non è in gioco la concordanza tra conoscenza e oggetto o tra psichico e fisico […]. La giustificazione ha a che fare soltanto con lo scoprimento dell’ente stesso, con l’ente nel “come” del suo svelamento. Esso trova la sua verifica nel fatto che l’asserito, cioè l’ente stesso, si manifesta come il medesimo. Verifica significa: manifestarsi dell’ente nella sua identità. […]

Qui dobbiamo fare tre rilievi critici. Il primo è questo. È certamente vero che nella giustificazione (e cioè nell’atto del girarmi per verificare se il quadro è di traverso) non è in gioco la concordanza tra conoscenza e oggetto, cioè tra il giudizio e lo stato di cose. Che un giudizio concordi con uno stato di cose (che sia vero) non dipende infatti dal mio girarmi. Il mio girarmi può solo accertare che il giudizio è vero. Questo però non dimostra che la teoria corrispondentista sia falsa. Niente affatto. Heidegger, invece, pensa di sì. E la ragione sta nel fatto che egli confonde la verità con la giustificazione, il fatto che un giudizio sia vero con l’atto per mezzo del quale la verità del giudizio viene accertata. Per lui la giustificazione, la “verifica” coincide con la verità. Scrive infatti poco oltre: “Che un’asserzione sia vera significa: essa scopre l’ente in se stesso: enuncia, manifesta, “lascia vedere” […] l’ente nel suo esser-scoperto. Esser vero (verità) dell’asserzione significa esser-scoprente.”

Il secondo rilievo è questo. Dire che la verità consiste nella verificazione ha senso solo se si presuppone la teoria corrispondentista della verità. Il mio voltarmi, di per sé, non verifica nulla se prima non ho formulato un giudizio sullo stato di cose che vado a verificare. Ma ciò che il mio voltarmi verifica non è “l’ente in se stesso” ma, appunto, la corrispondenza tra l’ente (o lo stato di cose) e il mio giudizio.

Il terzo rilievo è questo. Se si accetta l’idea che la verità coincide con la verificazione, allora dobbiamo dire che tutte le asserzioni che non sono state ancora verificate o che, per qualche ragione, non possono essere verificate, non sono né vere né false. Ma ciò è molto difficile da accettare, perché sembra implicare che non ci sia un modo in cui le cose stanno a proposito di quelle asserzioni. Considerate la seguente affermazione: “Il numero dei pianeti attualmente esistenti nell’universo è dispari.” È probabile che non riusciremo mai ad accertare il valore di verità di questa proposizione. Ciononostante, essa è vera o falsa, perché c’è un modo in cui le cose stanno.

Se si capisce questo errore, si è in grado di capire anche il punto (2), cioè la tesi per cui la verità esiste fintanto che esiste l’uomo. Scrive Heidegger, infatti, che le leggi di Newton e ogni altra asserzione sul mondo è vera solo perché esiste l’uomo:

“C’è” verità solo perché e fin che l’Esserci è. […] Le leggi di Newton, il principio di non contraddizione, ogni verità in generale, sono veri solo fin che l’Esserci è. Prima che l’Esserci, in generale, fosse e dopo che l’Esserci, in generale, non sarà più, non c’era e non ci sarà verità alcuna, poiché la verità, in quanto apertura, scoprimento ed esser-scoperto non può essere senza che l’Esserci sia. Le leggi di Newton, prima della loro scoperta, non erano “vere”; ciò non significa che fossero false e neppure che se, onticamente, d’ora innanzi non fossero più oggetto di riscoprimento, diverrebbero false. Tanto meno, poi, questa “restrizione” porta con sé una diminuzione dell’esser vere di queste “verità”.

Questa tesi non è che la logica conseguenza dell’idea che la verità coincida con la verificazione. Quando l’uomo non ci sarà più, le leggi di Newton non saranno più vere (né false), perché non ci sarà più una coscienza capace di accertarle.

Giungiamo in questo modo alla conclusione dell’argomento (3): non esistono verità eterne, perché l’uomo (che della verità è il testimone) non è eterno:

Che ci siano delle “verità eterne” potrà essere concesso come dimostrato solo se sarà stata fornita la prova che l’Esserci era e sarà per tutta l’eternità. Fin che questa prova non sarà fornita, continueremo a muoverci nel campo delle fantasticherie che non accrescono il loro credito per il fatto d’essere generalmente “credute” dai filosofi.

Già! Dal momento però che la morte dell’uomo non cambia di una virgola la costituzione del mondo, l’affermazione di Heidegger dimostra molto meno di quanto si potrebbe pensare. Non dimostra che la natura non è governata da leggi eterne, ma solo che un giorno potrebbe non esserci nessuno a testimoniarlo.

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2 pensieri su “Heidegger e le verità eterne

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