Che ne è delle idee di Platone?

Darwin

L’essenza è tradizionalmente concepita come l’insieme dei tratti che fa sì che una classe di oggetti siano simili. Ad esempio, l’essenza della classe dei coltelli è l’essere un oggetto affilato dotato di un’impugnatura, ecc.

L’essenzialismo biologico è la dottrina che consiste nel dire che l’essenza degli animali è la causa finale del loro sviluppo. Ad esempio: l’embrione diventa essere umano allo scopo di realizzare la sua essenza. In questo modo la forma che costituisce il terminus ad quem del divenire è la realizzazione dell’essenza della cosa. In Platone la forma è esterna all’oggetto, essa rimane sostanzialmente irraggiungibile. In Aristotele, la forma diventa il terminus ad quem del divenire. In Platone come in Aristotele, la forma è la causa finale.

Ogni qual volta un animale non sviluppa la propria essenza, ciò è da pensarsi come un’aberrazione: il divenire dell’animale è stato deviato da cause materiali e allontanato dalla forza attrattiva della causa finale: “se i bovini non fossero stati in grado di raggiungere un certo termine o un certo fine, ciò si sarebbe dovuto far risalire alla corruzione di un qualche principio, come è corrotto il seme nel caso dei mostri.” (Aristotele, Fisica, Β, 8, 199 b 5).

Per l’evoluzionismo le cose stanno diversamente: l’essenza è sempre l’insieme dei tratti che fa sì che una classe di oggetti siano simili. Ma questa non è pensata come la causa finale del loro sviluppo. Essa è semplicemente il centro di una curva a campana di oggetti simili.

Immaginiamo di misurare il tempo che 100 esemplari di una popolazione di anfibi può resistere fuori dall’acqua prima di tornare in acqua.

10 secondi

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Otteniamo così la distribuzione normale di questa popolazione che costituisce l’essenza degli animali che stiamo considerando. Questi sono detti anfibi perché riescono a stare in superficie per un certo tempo e non oltre.

Supponiamo adesso di far scarseggiare il cibo presente nell’acqua e di aumentare quello presente in superficie. In questo caso, gli esemplari che possono rimanere più tempo in superficie a esplorare il territorio sono avvantaggiati e si riprodurranno con maggiore probabilità. Dopo un certo numero di generazioni avremo dunque una distribuzione diversa.

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L’animale che prima si trovava all’estremità della distribuzione ora si trova al centro. L’essenza si è leggermente modificata.

Se adesso immaginiamo che la tendenza proceda in modo lineare (sempre meno cibo in acqua), alla fine avremo animali che sono diventati in tutto e per tutto terrestri. Non esistono più gli anfibi, e ciò che prima aveva l’essenza di anfibio ora ha l’essenza di un animale terrestre. Non c’è più nessuna sovrapposizione. La cosa interessante è che ogni animale può accoppiarsi con uno a lui contiguo fino a formare una catena ininterrotta che dall’anfibio si arriva all’animale terrestre. Non si tratta di un esperimento mentale: di fatto questi anelli intermedi sono esistiti.

Sulla base di queste considerazioni, Darwin afferma che il termine “specie” è puramente arbitrario:

Se una varietà prospera fino a superare numericamente la specie madre, si considera la varietà come una specie e la specie come una varietà; oppure può accadere che la varietà soppianti e stermini la specie genitrice; o che entrambe coesistano, ed in tal caso saranno classificate come specie indipendenti. […]

Da queste osservazioni risulta che io considero il termine di specie come applicato arbitrariamente, per ragioni di convenienza, a gruppi di individui molto somiglianti fra loro, e che esso non differisce sostanzialmente dal termine varietà, il quale è riferito a forme meno distinte e più variabili. Anche il termine di varietà per quanto riguarda le semplici differenze individuali, è applicato arbitrariamente, per ragioni di convenienza. (Darwin, Origine delle specie, Bompiani p. 123)

Siccome Aristotele ha bisogno di pensare alla natura come finalisticamente ordinata, esclude che la materia sia capace di movimento spontaneo, altrimenti ciò interferirebbe con il movimento finalisticamente orientato.

Molto si può imparare da questo errore aristotelico.

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