Kuhn e la mossa del presupposto

Thomas_Kuhn

Tra i filosofi italiani c’è un modo ancora oggi molto diffuso di intendere le rivoluzioni scientifiche e che deve molto all’opera dello storico Thomas Kuhn: La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962). In quest’opera Kuhn sostiene che il sapere scientifico non procede per un accumulo progressivo di conoscenze (come una casa che venga costruita mattone dopo mattone), ma per rivoluzioni, attraverso un continuo succedersi di paradigmi. I paradigmi sono le grandi cornici teoriche a partire dalle quali i fenomeni naturali vengono interpretati. Esempi di paradigmi sono la fisica aristotelica, la meccanica newtoniana e la relatività einsteiniana.

I diversi paradigmi sono tra loro incommensurabili: ciò significa che non è possibile confrontarli tra loro per stabilire quale sia il “più vero” e quale sia da scartare. Per poter fare una cosa del genere, dovremmo infatti di disporre di uno standard neutrale di razionalità a partire dal quale operare il confronto (allo stesso modo, se vogliamo stabilire quale, fra due aste di legno, è quella lungo un metro, dobbiamo disporre di un metro campione). Ma gli standard di razionalità vengono definiti sempre all’interno dei paradigmi: che un certo fatto sia rilevante come prova o confutazione di una teoria è deciso dal paradigma all’interno del quale sorge la teoria. Proprio per questo, il passaggio da un paradigma a un altro non è “imposto dalla logica o da un’esperienza neutrale”, ma è piuttosto “un’esperienza di conversione”. In altre parole, non c’è nessuna vera ragione (logica o empirica), per cui si abbandona un vecchio paradigma in favore di uno nuovo: semplicemente si decide di convertirsi al nuovo.

Questa teoria è spesso implicata in quella chi io chiamo la mossa del presupposto. La mossa del presupposto è una specie di riflesso incondizionato con il quale il filosofo italico si difende dalle tesi scientifiche. Essa consiste nel dire che, dopotutto, “anche la scienza ha dei presupposti”. Ad esempio, se dite che la chimica ha dimostrato che l’acqua è H2O, il filosofo italico vi risponderà che “anche la chimica ha dei presupposti”. Il che è banalmente vero, dal momento che questa affermazione ha senso solo all’interno di una determinata cornice teorica. Per capire cosa vuol dire che l’acqua è H2O devo prima aver capito cos’è un atomo, che cos’è un legame chimico, ecc. Verissimo. Allo stesso modo, potremmo dire che anche “ciao!” ha dei presupposti, dal momento che questa sequenza di lettere ha senso solo all’interno di una determinata cornice linguistica. Con la mossa del presupposto, però, il filosofo italico vuole dire qualcosa di più. Vuol dire che siccome l’affermazione: “l’acqua è H2O” ha senso (cioè può essere compresa) solo all’interno del paradigma della chimica moderna, allora quell’affermazione è vera solo all’interno di quel paradigma.

Il problema di questo argomento è che la conclusione non segue affatto dalla premessa. Supponiamo infatti che il principe Carlo dica: “Yesterday I broke my leg.” Questa affermazione può essere compresa solo da chi parla inglese. Ciò significa: solo chi conosce quella lingua può capire il senso dell’affermazione di Carlo e stabilire se essa sia vera o falsa. Da questo, però, non segue che sia vera solo per chi parla inglese. Se l’affermazione è vera, ciò significa infatti che il principe Carlo si è rotto una gamba. E se si è rotto una gamba, ciò è vero tanto per un inglese quanto per un italiano. Ciò che rende vera l’asserzione in inglese non è infatti la grammatica inglese, ma il modo in cui stanno le cose a proposito della gamba di Carlo.

Ma torniamo a Kuhn, e chiediamoci se è proprio vero che i paradigmi scientifici sono incommensurabili. Consideriamo il passaggio dalla fisica aristotelica alla meccanica newtoniana. In un’opera intitolata Meccanica scritta all’interno del Peripato, troviamo la seguente affermazione:

Il corpo in moto si arresta, allorché la forza che lo spinge non può più agire oltre in modo da spingerlo.

Questa affermazione si inscrive perfettamente nel paradigma della fisica aristotelica. Significa questo: “La quiete è lo stato naturale dei corpi. Pertanto, se un oggetto si muove, ci deve essere una forza che lo fa muovere. Se cessa la forza, cessa anche il movimento.”

Ora, se l’argomento dell’incommensurabilità è vero, ne consegue che è impossibile passare da questo paradigma a quello della meccanica newtoniana in base alla logica o a “un’esperienza neutrale”. Sarebbe cioè impossibile convincere un aristotelico che si sta sbagliando sulla base della logica o dell’esperienza. Dobbiamo prima “convertirlo” al paradigma newtoniano, e solo dopo lui potrà riconoscere i suoi vecchi errori. Infatti, in base al principio dell’incommensurabilità dei paradigmi, gli errori di un paradigma appaiono come tali solo a partire da un paradigma diverso.

Tutto questo è già di per sé molto strano. Infatti ci chiediamo: per quale motivo un aristotelico dovrebbe “convertirsi” a un altro paradigma, se rimanendo all’interno del proprio gli tornano i conti? Ma, al di là di questo, la tesi di Kuhn presenta un grave problema: siamo proprio sicuri che non sia possibile convincere un aristotelico che si sbaglia a partire dal suo stesso paradigma?

Supponiamo di incontrare l’autore della Meccanica e di chiedergli: “Perché sei convinto che un corpo in moto si arresta, quando la forza che lo spinge non può più agire oltre in modo da spingerlo?” La sua risposta probabilmente sarebbe: “Perché è quello che vedo accadere nell’esperienza di tutti i giorni. Una biga si muove finché ci sono dei cavalli a trainarla, quando i cavalli si fermano, si ferma anche la biga.” Il problema di questo argomento è che si fonda su un’inferenza errata: è vero che la biga ha bisogno di una forza costante per essere trainata. Ma un’osservazione più attenta avrebbe dimostrato che ciò è dovuto alle forze di attrito presenti sul pavimento che ne arrestano il moto. Se queste forze potessero essere eliminate, la biga potrebbe continuare a muoversi indefinitamente senza la presenza di alcuna forza. Non è vero, dunque, che il movimento di un corpo indica la presenza di una forza. La forza è presente solo quando il corpo accelera. Questo argomento potrebbe essere benissimo compreso da un aristotelico, perché non presuppone la previa accettazione di nuovi concetti: i concetti di “movimento”, di “forza”, di “spazio” e di “tempo” gli sono del tutto familiari, e sono tutto ciò di cui ha bisogno per comprendere la nostra obiezione. Se Aristotele avesse potuto dialogare con Newton, avrebbe dovuto riconoscere la verità di questa formula:

F = ma

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