A cosa serve la filosofia? (Risposta a una lettrice/lettore)

Filosofia_fumetto

Una lettrice o lettore (non ho ben capito) del mio blog mi scrive:

A cosa serve la filosofia? E’ qualcosa che è bene fare?
Io la studio all’università. Ma nei momenti bui (scetticismo; devo scrivere/leggere un paper, ma non ne ho minimamente voglia; parenti e amici mi guardano dall’alto in basso e io ne soffro) bramo una risposta diversa dal semplice “Mi piace e non vedo che altro potrei fare”.

A differenza di molti filosofi, che si impermalosiscono quando viene chiesto loro a cosa serve la filosofia, io penso che questa domanda sia importante e che meriti una risposta. La mia è questa.

Primo. La filosofia serve a risolvere problemi. Non condivido per nulla l’idea di coloro per i quali la filosofia sarebbe una specie di contemplazione disinteressata della realtà. Ritengo che questo modo di intendere la filosofia sia profondamente fuorviante e che non rifletta la pratica reale del filosofare. Un filosofo, come dice Aristotele, è uno che innanzitutto si meraviglia del fatto che le cose non stanno come lui aveva pensato e che vuole vederci chiaro. Per un filosofo il mondo non è uno spettacolo da contemplare, ma un enigma da sciogliere. Se non scorgi il carattere enigmatico del mondo, non puoi sentire il bisogno della filosofia, e quindi ti sembrerà inutile. Anzi, ti sembrerà che il filosofo si complichi inutilmente la vita, perché si inventa dei problemi che non esistono.

Secondo. A differenza di molti miei colleghi, io non credo affatto che la filosofia abbia un oggetto particolare o privilegiato di studio. Ad esempio, non credo per nulla a quella minchionata per cui la filosofia si occupa del tutto o del senso dell’essere, mentre le scienze si occupano di aspetti particolari della realtà. Ciò è semplicemente falso. La filosofia si occupa di moltissimi problemi, alcuni generali, altri particolari. Certi problemi sono molto concreti e possono essere avvertiti nella vita di tutti i giorni anche dal non filosofo. Pensa ad esempio, a questi problemi di natura etica:

  1. È giusto mantenere in vita un individuo in coma irreversibile, semplicemente perché disponiamo della tecnologia per farlo?
  2. È giusto permettere a una donna di mettere il proprio utero in affitto per permettere a una coppia sterile di avere dei figli?
  3. Ci sono dei casi in cui la tortura è moralmente accettabile?
  4. Ci sono dei casi in cui una guerra preventiva è moralmente accettabile?
  5. Ci sono delle cose che non possono essere messe in vendita?
  6. Ci sono limiti alla libertà di espressione?
  7. Qual è la migliore forma di governo?
  8. Come devo condurre la mia vita?

La lista potrebbe andare avanti all’infinito. I problemi di cui la filosofia si occupa non sono mai irrilevanti, ma sono sempre problemi reali. Alcuni sono più concreti e facilmente avvertibili, altri sono più astratti e difficili da avvertire. I problemi etici sono più urgenti e concreti, ma ci sono altri problemi tipicamente filosofici che sono altrettanto importanti. Pensa ad esempio a questi problemi epistemologici:

  1. Esiste una linea di demarcazione tra la scienza e la pseudoscienza?
  2. Cosa rende il metodo scientifico affidabile?
  3. Quali sono i criteri per cui si può affermare che una certa credenza è razionalmente giustificata?
  4. Una teoria scientifica funziona perché è vera, oppure la definiamo “vera” perché funziona? O nessuna di queste due opzioni?
  5. È possibile costruire una scienza a partire dall’esperienza, oppure a partire da un insieme di principi che sono veri a priori?

Il contributo che i filosofi hanno portato per rispondere a queste domande è stato immenso. Non tanto perché abbiano trovato delle risposte definitive (è un po’ ingenuo credere nelle risposte definitive), ma perché ci hanno permesso di mettere a fuoco meglio i problemi e soprattutto di evitare un sacco di errori.

Terzo. La filosofia è molto utile anche a livello individuale, perché raffina il senso critico delle persone. Chi studia filosofia dovrebbe imparare a pensare criticamente, a mettere in questione i luoghi comuni, a individuare gli errori e le fallace nei ragionamenti degli altri e anche nei propri. In questo senso, la filosofia può essere vista come un vaccino contro le stronzate. Bertrand Russell esprimeva questo concetto molto meglio di me, e scriveva:

Gli uomini temono il pensiero più di ogni altra cosa al mondo – più della rovina, anche più della morte. Il pensiero è sovversivo e rivoluzionario, distruttivo e terribile; il pensiero non ha pietà del privilegio, delle istituzioni stabilite e delle comode abitudini; il pensiero è anarchico e fuorilegge, indifferente all’autorità, incurante della collaudata saggezza dei secoli. Il pensiero scruta la fossa dell’inferno senza paura. Vede l’uomo, un flebile granello, circondato da insondabili profondità di silenzio; eppure ha un portamento orgoglioso, impassibile, come se fosse il signore dell’universo. Il pensiero è grande e fulmineo e libero, è la luce del mondo e la più grande gloria dell’uomo. Ma se il pensiero diventa il possesso di molti, e non il privilegio di pochi, abbiamo finito di aver paura.

 

 

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8 pensieri su “A cosa serve la filosofia? (Risposta a una lettrice/lettore)

  1. Pingback: Il muro bianco | carlo maria cirino

  2. Ciao Dario,
    proabilmente sono off-topic, ma non sapevo dove postare.
    Volevo chiederti, se riesco con la massima sintesi, un parere sulla filosofia occidentale, in termini di strumenti di indagine e metodo, a confronto con quella orientale.
    Se la filosofia occidentale si basa, per sua stessa natura, sull’argomentazione logico-deduttiva, analitica, razionale, è perché la ritiene il migliore metodo di indagine (e forse unico). In altri termini usa un linguaggio codificato, sempre e comunque, per dare una rappresentazione della realtà.
    Così facendo però intrappola se stessa nel linguaggio che essa stessa fonda. Cioè, il linguaggio che esprime il pensiero, il contenuto psichico, non è esattamente quel contenuto psichico o quel pensiero bensì il contenuto semantico espresso (da quel
    determinato apparato linguistico, per quanto sofisticato e complesso) sul contenuto psichico. Inoltre, un linguaggio formalizzato incappa in Goedel o in Tarski e servirebbe un metalinguaggio, e un metalinguaggio del metalinguaggio, e così, via per stabilire la veridicità di un sistema filosofico.
    Brevemente, ricordo le derive ‘mistiche’ da Heidegger a Severino, da Cantor a Wittgenstein, laddove la razionalità sembra apparire insufficiente (oppure adottano un forma di razionalità non convenzionale).

    La filosofia orientale (il buddhismo, che nella sua forma originaria dovrebbe essere decostruttivista all’estremo), diversamente, tenta di togliere qualsiasi freno razionale al pensiero perché reputato, fin da subito, illusorio. O almeno comprimario rispetto alle valenze simboliche e inconsce, per portarlo a un livello di razionalità superiore, svincolato dal mondo sensibile.

    Questo non toglie che la filosofia occidentale non abbia la sua utilità, ma voglio andare oltre.

    Ammettiamo che il contenuto, o meglio, l’esperienza psichica nella sua totalità e potenzialità estrema sia la via d’accesso alla verità (se così non fosse allora perché l’essere umano da sempre si interroga sul fine ultimo delle cose?), non pensi che l’essenza della filosofia occidentale (metafisica, logica e linguistica) non sia che l’uso parziale, da parte dell’uomo, dei propri organi e facoltà? E’ possibile una conoscenza che vada al di la del linguaggio e della razionalità comunemente intesa?

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  3. Ciao Michele,
    mi pare che il tuo argomento sia questo:
    (1) La filosofia occidentale aspira a una conoscenza oggettiva della realtà.
    (2) Per ottenere il suo scopo, la filosofia occidentale si serve della logica.
    (3) Ma la logica, per quanto sia un linguaggio sofisticato, è pur sempre un linguaggio e cioè una gabbia che imbriglia il pensiero impedendogli di attingere alla realtà.
    (4) Pertanto, la filosofia occidentale è destinata a fallire nel suo compito.

    Poi dici delle altre cose sulla filosofia orientale, che non sono in grado di commentare, perché non conosco abbastanza l’Oriente. Per cui mi concentrerò su questo primo argomento. Lo condivido, ma fino a un certo punto. E’ certamente vero che il nostro desiderio di conoscenza deve fare i conti con molte limitazioni. Le capacità intellettive della nostra specie, per quanto comparativamente superiori rispetto a quelle delle altre specie, è pur sempre limitata. Nulla ci impedisce di pensare che, da qualche parte nell’universo, esistano forme di intelligenza molto superiori alla nostra e che ai loro occhi le nostre migliori teorie scientifiche appaiano dei balbettamenti infantili. Poi ci sono le infinite trappole che il nostro stesso linguaggio ci tende. Se c’è una cosa che abbiamo imparato dai neopositivisti è che molte metafisiche non sono che il sottoprodotto di un cattivo uso del linguaggio.
    Io penso però che tu sia troppo pessimista. Dal fatto che dobbiamo superare degli ostacoli non deriva che quegli ostacoli siano insormontabili e che noi non possiamo sapere proprio nulla del mondo che ci circonda. A me pare che in duemila e rotti anni di filosofia e in quattrocento anni di storia della scienza di cose ne abbiamo imparate parecchie, abbiamo imparato molte più cose di quante non se ne siano imparate in centinaia di migliaia di anni prima.

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  4. Ciao Dario,

    Sì, volevo evidenziarne i limiti, soprattutto su temi principalmente ontologici, di tutte quelle filosofie che trattano ad es. l’essere con la E maiuscola, senza tuttavia reputare ridicolo qualsiasi tentativo di spingersi verso una conoscenza oggettiva del reale.

    In generale è vero che duemila anni di pensiero occidentale hanno svolto un ruolo fondamentale, primo su tutti l’emancipazione da qualsiasi forma di teocrazia a favore del laicismo e del pensiero critico, il quale ha sicuramente facilitato le rivoluzioni scientifiche che conosciamo. Apro un parentesi dicendo che tuttavia sono meno favorevole a sdoganarlo come del tutto positivo: lo sfondo in cui si muove gran parte del pensiero occidentale è fortemente antropocentrico (a differenza dell’Oriente), che in altre parole pone l’uomo nella possibilità di conoscere per modificare (e dominare) le circostanze, la società e la natura. Quindi, se è vero che ogni civiltà è caratterizzata dal proprio sottosuolo filosofico, allora all’interno di questo quadro, la filosofia occidentale, nel migliore dei casi, sembra la cura per quei mali che essa stessa ha creato (capitalismo, sistema tecnico-scientifico, ecc..).

    Ritornando brevemente a quei limiti conoscitivi, intendevo dire che sono legati costitutivamente e biologicamente a quel “determinato modo di fare filosofia”, ovvero con l’emisfero sinistro del cervello. Quindi, se fare filosofia, in Occidente, significa ‘solo’ analisi logico-razionale allora è impossibile tentare di uscire da questo orizzonte conoscitivo attraverso il ragionamento stesso. A scanso di equivoci, non intendo stabilire nessun primato tra Oriente e Occidente, e mi sta bene la filosofia occidentale nella sua forma più autocritica.
    Proseguire il discorso sulla teoria della conoscenza a cavallo tra queste due visioni speculative mi sembra un impresa enorme, soprattutto in questo contesto 🙂

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  5. Non c’è un modo diverso di fare filosofia, perché ognuno fa filosofia a modo suo; solo che il modo di fare considerazioni o pensare semplice non viene mai preso in considerazione dai cosiddetti competenti, che poi non fanno altro che rendere sempre più complicata la stessa materia filosofica con un linguaggio il più criptico possibile, finendo per rendere il più complicato possibile uno scambio di opinione. D’altra parte dovremmo ricordare e valutare quanta filosofia c’era in certi detti o massime o adagi spontanei dei vecchi di una volta; ma ormai la vecchiaia è un fardello che pesa su tutti senza riguardo o considerazione verso i vecchi stessi. Penso che il vero metodo di fare filosofia sia quello di cercare di dare il giusto apporto alle varie problematiche secondo le propensioni di ognuno di noi, ed individualmente. Credo che il problema bioetico o di qualsiasi altro si tratti, prima di tutto debba essere di stretta scelta della persona cui compete la scelta, quando si ritiene in grado di poterlo fare, e poi di volta in volta creare i presupposti per una soluzione compatibile con l’etica e la morale corrente. In fondo la malattia o la vecchiaia è solitudine, perché chi ci sta intorno non pensa affatto al vecchio o al malato, ma a se stesso in senso sfrenatamente egoistico; e non credo che nella maggior parte della gente, la filosofia abbia dato un grande apporto per una equilibrata evoluzione. Uno degli errori che si compie nello studiare filosofia o farla, ė quello di considerarla una disciplina pronta a dare degli schemi o strutture entro i quali gli individui dovrebbero rientrare, senza considerare che non sempre è non tutti abbiamo una posizione in questi schemi. Mi vengono n mente i test, di qualsiasi genere, dove la risposta è sì o no, senza prevedere una via di mezzo. Alla fine ci ritroviamo catalogati senza nemmeno saperlo, ed il bello è che questi pseudo test, che dovrebbero essere solo indicativi e quindi correggibili in itinere, finiscono per essere determinanti per le categorie e non per gli individui; come dire che invece di adeguare i test agli uomini, succede l’inverno, per cui se uno deve scegliere se essere normale o anormale, non troverà una via di mezzo o un compromesso, che possa essere il più idonea possibile alla realtà variabile. Se poi pensiamo al problema di avere delle regole o meno, di vivere in una società civile, non si riesce a capire se l’uomo fa le regole per tutti o solo per gli altri, e mai contemplate per se stesso. Mi sembra di ricordare il famoso adagio del ” fate quello che vi dico e non fate quello che io faccio”; forse è qui che avrebbe potuto essere utile la filosofia, ma purtroppo anch’essa si è adeguata ai momenti storici e sottostare al padrone di turno. Certo indicare la via giusta per districarsi da questa ragnatela vischiosa è difficile, forse è meglio conservare l’immagine che abbiamo della filosofia del “Conoscere se stessi” di socratica memoria, che non l’utilitarismo intellettuale di Heidegger, con le sue idee naziste non ostante un buon bagaglio intellettuale, che avrebbe dovuto guidarlo un po’ meglio nelle sue scelte. Quando la filosofia avrà capito qual’è il suo vero ruolo nella società, forse avremo trovato uno spiraglio in una questione come questa sulla funzione della filosofia ed il modo stesso di fare filosofia.

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