Kant e la teleologia: breve analisi di un errore

kant1

Come è possibile spiegare il fatto che i fenomeni naturali sembrano ordinati in modo tale da favorire e la vita (ad esempio, la pioggia cade per far crescere il frumento) e che le parti che formano gli organismi viventi sembrano fatti in modo tale da favorire la loro conservazione e moltiplicazione (ad esempio, gli incisivi sono fatti per tagliare il cibo)? I filosofi che aderiscono alla dottrina del finalismo o teleologia rispondono che non è possibile spiegare questi fatti se ci limitiamo a supporre che la natura sia unicamente governata da cieche leggi causali. Accanto alle cause meccaniche, è necessario postulare l’esistenza di cause finali nei fenomeni naturali. Naturalmente, il punto dell’intera questione è: per quale ragione non è possibile spiegare la rispondenza a fini dei fenomeni partendo dalla causalità meccanica?

La teleologia in Kant: il finalismo è un giudizio riflettente

Kant si occupa della teleologia nei paragrafi 61-91 della Critica del giudizio (1790). Qui egli fa un’importante distinzione tra nexus effectivus (nesso delle cause efficienti) e nexus finalis (nesso delle cause finali).

Il nesso delle cause efficienti costituisce una serie di cause ed effetti “che va sempre all’ingiù”. Ad esempio, consideriamo la seguente sequenza causale: un colpo di vento fa cadere una tegola che colpisce un passante uccidendolo. Questo processo può essere descritto con lo schema:

(C) → (E/C’)→ (E’)

dove:

(C) = colpo di vento

(E/C’) = caduta della tegola

(E’) = morte del passante

Come si può notare, la caduta della tegola è, secondo rispetti diversi, sia effetto che causa: effetto del colpo di vento e causa della morte del passante. La cosa importante è che se consideriamo gli estremi della sequenza (il colpo di vento e la morte del passante) abbiamo una sequenza lineare, dove la causa precede l’effetto. Nel nexus effectivus abbiamo sempre questa struttura: ciò che viene dopo dipende sempre da ciò che viene prima.

Nel nexus finalis, invece, le cose stanno diversamente. Qui ciò che, dal punto di vista del nexus effectivus viene dopo, è causa in senso finale di ciò che viene prima. Consideriamo (l’esempio è di Kant) il caso di una casa che, dopo essere stata costruita, viene messa in affitto. Se descriviamo il processo seguendo la sequenza delle cause efficienti, otteniamo il seguente schema:

(C) = la casa viene costruita

(E/C’) = la casa viene affittata

(E’) = il proprietario della casa riceve i proventi dell’affitto

Questo modo di descrivere i fatti è perfettamente corretto, ma non ci consente di cogliere un elemento fondamentale che distingue questa sequenza causale da quella descritta precedentemente. Mentre infatti nel caso della tegola che cade, abbiamo a che fare con una sequenza cieca (il colpo di vento non fa cadere la tegola allo scopo di uccidere il passante), nel caso che stiamo esaminando la sequenza non è cieca: la casa viene costruita allo scopo di procurare dei proventi al suo proprietario. Questo significa che l’ultimo elemento della sequenza (E’) = il proprietario riceve i proventi dall’affitto) non è solo l’effetto della sequenza, ma anche la causa finale che mette in moto l’intero processo: è la ragione per cui la casa viene costruita. Se adesso volessimo ridescrivere l’intero processo tenendo conto di questo fatto, dovremmo iniziare dalla causa finale (CF), ossia dalla rappresentazione mentale che mette in moto il processo:

CF = il proprietario della casa riceve i proventi dell’affitto

(E/C’) = la casa viene costruita

(E’/C”) = la casa viene affittata

(E”) = il proprietario della casa riceve i proventi dell’affitto

Come si vede, la sequenza si conclude con lo stesso elemento con cui è iniziata: il proprietario della casa riceve i proventi dell’affitto; la differenza tra CF e E’’ sta nel fatto che CF è la rappresentazione mentale non ancora realizzata del fine, mentre E” è la realizzazione concreta di questo fine (di passaggio: l’intera metafisica hegeliana si fonda su questo concetto di matrice aristotelica).

Ora, mentre è possibile parlare di cause finali in senso soggettivo, quando si tratta di descrivere azioni umane (facciamo infatti esperienza diretta dei fini che stanno alla base delle nostre azioni), possiamo estendere la causalità finale anche al mondo oggettivo, cioè agli oggetti naturali privi di coscienza?

L’affermazione che gli oggetti naturali (che, come tali, sono privi di coscienza e intelligenza) agiscono in vista di un fine presuppone l’esistenza di un Dio che ne diriga il movimento (Tommaso). Ma, secondo Kant, la ragione umana non può attingere a questo essere, che è per noi una cosa in sé. In questo senso, il giudizio teleologico non è determinante, ma riflettente. 1

Se l’esistenza di Dio non è data, cosa ci spinge allora a interpretare i fenomeni naturali come se fossero ordinati finalisticamente? Per Kant è il fatto che vi sono realtà prive di coscienza (un filo d’erba, un verme) che non sono suscettibili di indagine se non considerandole come prodotti organizzati, dotati di una finalità interna, costituiti cioè secondo una totalità che “possa essere la causa [finale] […] delle parti”. Ad esempio: i denti e lo stomaco servono l’organismo nel suo insieme.

Una cattiva analogia

L’idea kantiana che noi siamo “costretti” a interpretare la natura teleologicamente si fonda però su di una cattiva analogia. L’errore consiste nel credere che due effetti uguali possano solo essere prodotti da due cause uguali. L’effetto qui è “essere adatto all’esistenza”. Kant ragiona così: siccome, nel mondo umano, ciò che è adatto all’esistenza è stato prodotto conformemente a un fine, così avviene anche nel mondo naturale. E siccome ciò che è conforme a un fine, nel mondo umano, è prodotto da una coscienza, così avviene anche nel mondo naturale: un progetto preesiste all’esistenza dell’organismo. In realtà ciò che in natura chiamiamo “essere conforme a un fine” significa semplicemente “essere adatto all’esistenza”.

Le cose in natura vanno diversamente. Ciò che è conforme a un fine nasce come caso particolare di ciò che è possibile: nascono innumerevoli forme, cioè combinazioni meccaniche. Tra queste innumerevoli combinazioni ve ne possono essere anche alcune adatte a vivere.

Se il teleologismo è sbagliato, allora la forma vivente non è più la causa finale che determina il divenire dell’organismo. Il divenire, cioè, non accade per realizzare la causa finale. La forma non è essenza del divenire degli animali, ma il risultato accidentale della concatenazione di cause efficienti che l’hanno determinato.

___________________

1 In generale, la facoltà di giudizio consiste nel sussumere un particolare oggetto all’interno di un concetto o di un principio generale (ad es. ‘Socrate è un uomo’). Se questo concetto o principio generale è dato, allora il giudizio si dirà determinante. Il giudizio è infatti determinato, ossia avviene sotto la costrizione di una regola, di un principio, di un universale dato. Se invece è dato il particolare ma non il generale, il giudizio che deve liberamente cercare il generale. Questa ricerca non è predeterminata, ma avviene liberamente e creativamente (come nell’arte e nella scienza). Il giudizio così ricavato è riflettente (così detto perché, a differenza che nel giudizio determinante, noi riflettiamo nella realtà quanto abbiamo autonomamente trovato). Il giudizio teleologico è riflettente: l’esistenza di Dio, su cui esso si fonda, non è qualcosa che possiamo ricavare dall’oggetto, ma è risultato dal modo di funzionare della nostra mente.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...