La natura nella filosofia di Leopardi. Un’interpretazione

Leopardi

Questo testo è la trascrizione di una conferenza che ho tenuto a Ca’ Foscari per conto della Società Filosofica Italiana, il 12 maggio 2015.

 

Per me questa è una bella occasione perché ho la possibilità di parlare di Leopardi dopo tantissimo tempo. Ho letto, come tutti voi, Leopardi per la prima volta quando ero alle scuole superiori e mi ricordo che, già allora, ha fatto su di me una grossa impressione. Poi l’ho riscoperto quando mi sono iscritto all’Università, qui a Ca’ Foscari. Erano gli anni in cui insegnava ancora Emanuele Severino e chi di voi ha studiato a Ca’ Foscari (e forse anche chi non ha studiato a Ca’ Foscari) saprà che Severino ha dedicato due ponderosi tomi alla filosofia di Leopardi. Dico “filosofia” perché lo scopo di quei saggi era proprio quello di esaminare, di analizzare, in modo approfondito ciò che Leopardi dice nello Zibaldone. Quindi ho riscoperto Leopardi negli anni dell’Università, dove ho avuto occasione per la prima volta di leggere lo Zibaldone, ed è molto vero quello che diceva il professor Maso poco fa: lo Zibaldone è un testo di cui tutti conoscono l’esistenza, di cui qualcuno forse ha letto qualche brano, qualche passaggio qua e là, ma che pochissimi hanno avuto il coraggio di affrontare da cima a fondo. Io ho avuto questo coraggio e sono sopravvissuto. L’ho letto la prima volta da cima a fondo quando ero all’Università e devo dire che è stata una delle letture più entusiasmanti e più straordinarie della mia vita, tanto che poi ho deciso anche di farci una tesi sopra. Avevo il relatore ideale a Ca’ Foscari, che era Severino, e quindi gli ho chiesto se andava bene una tesi su Leopardi. Lui ha accettato ben volentieri. La tesi mi ha dato l’occasione di approfondire anche altri aspetti della filosofia di Leopardi, e di leggere anche un po’ di letteratura critica, che non guasta mai. Devo dire che, sulla critica, in Italia abbiamo dei lavori di altissimo livello, soprattutto per quanto riguarda il Leopardi poeta (anche se questa distinzione tra Leopardi poeta e Leopardi filosofo non ha molto senso), e ci sono alcuni ottimi, bellissimi, lavori sul Leopardi filosofo, però sono meno numerosi, stanno aumentando in questi ultimi anni. Ed è vera anche un altra cosa che diceva Maso, e cioè il fatto che Leopardi è stato proprio recentemente scoperto nei paesi di lingua anglosassone, perché è stato da poco tradotto dall’inizio alla fine lo Zibaldone, di cui non sapevano niente gli inglesi e gli americani, e pare che sia diventato una specie di bestseller in quei paesi, con ottime recensioni. Leggevo da qualche parte che cominciano già a paragonare Leopardi a Dostojevski e a Nietzsche. Quindi credo che in futuro la figura di Leopardi sarà destinata a ingrandirsi sempre di più nell’immaginario collettivo.

La lezione che farò oggi è incentrata, appunto, su questo testo che, come sapete, non era stato pensato per la pubblicazione, ma è un enorme, smisurato mostro di inchiostro e di carta (così lo chiama Pietro Citati) di più di quattromila pagine, che Leopardi ha scritto nel corso della sua vita. Ha iniziato da adolescente e poi, con varie interruzioni, ha proseguito per diversi anni. Ci sono dei periodi in cui la su attività su questo testo era intensissima (era capace di scrivere quindici, venti pagine al giorno, in una prosa bellissima), oppure c’erano dei mesi, o addirittura degli anni, in cui non scriveva niente, se non qualche nota qua e là. È un testo di cui è molto difficile parlare perché si occupa di una vastissima quantità di temi. Si va dalla critica letteraria, alla poesia, a osservazioni sul costume, sulla morale, alla filosofia, alla metafisica, alla storia, e leggendo questo testo uno si rende conto veramente della enorme, smisurata e, come diceva il Giordani, “spaventevole” conoscenza e preparazione di Leopardi. Quindi io non posso certamente avere la pretesa qui di riassumere i temi di cui si parla. Ho scelto un tema come filo conduttore e di attraversare, usando questo filo, la foresta dello Zibaldone. Il tema che ho scelto è uno dei più importanti, se non il più importante da un punto di vista filosofico, che è il tema della natura.

Io trovo molto interessante la riflessione che Leopardi fa sul tema della natura, soprattutto se ne seguiamo l’evoluzione. È molto interessante perché, a mio modo di vedere, Leopardi è forse il primo pensatore che arriva alla fine dello Zibaldone a pensare che la natura non sia un cosmo, non sia cioè un ordine, un sistema costituito da un insieme di parti che concorrono al funzionamento del tutto e al bene, ma sia una sorta di metastasi (un’espressione, questa, che non è di Leopardi, ma che prendo a prestito da Gesualdo Bufalino), un mostro deforme che è capace solo di produrre, nelle creature che lo abitano, dolore e sofferenza. Tutto questo senza che vi sia alcuna intenzione da parte della natura di fare questo: ciò accade semplicemente perché la natura è, appunto, una metastasi, è qualche cosa che accade senza che vi sia un disegno o un progetto dietro. La cosa interessante è che Leopardi non perviene, se non nell’ultimissima parte dello Zibaldone, a questa convinzione. Prima, per molti anni, lui cerca (e mi verrebbe da dire anche disperatamente) di trovare un modo di salvare quella immagine classica, tradizionale, della natura intesa come ordine orientato o finalizzato al bene. Cerca di farlo, cerca varie soluzioni ma, mano a mano che passano gli anni, si rende conto che tutte queste soluzioni non funzionano, finché alla fine arriva a riconoscere quello che per lui stesso è mostruoso, cioè il carattere assolutamente contraddittorio e insensato della natura.

Ma andiamo per ordine. Vorrei cominciare con un’osservazione di carattere psicologico. Non è affatto scontato pensare che la natura non sia ordinata al bene perché, almeno a un’osservazione superficiale, noi potremmo essere facilmente indotti a pensare il contrario. Per esempio, osserviamo il rapporto che c’è tra un organismo vivente e l’ambiente che lo circonda, ci verrebbe da dire che c’è quasi una sorta di armonia prestabilita tra i due. Ad esempio, io ho bisogno di bere per sopravvivere e, guarda caso, in natura io trovo l’acqua. Io ho bisogno di luce per vedere le cose e, guarda caso, c’è il sole che mi fa vedere le cose. Quindi la prima domanda che noi dobbiamo farci è: che cosa potrebbe mai avere indotto Leopardi, giovanissimo, a dubitare di questa idea, che è un’idea che attraversa, come un fiume carsico, la storia dell’uomo e che, probabilmente, si perde anche nella preistoria? Risposta: ci arriva nell’unico modo in cui avrebbe potuto arrivarci un pensatore prima di Darwin, e cioè attraverso l’introspezione, guardandosi dentro.

Un’altra delle cose che non ho detto sullo Zibaldone, ma che meriterebbe di essere approfondita, è che lo Zibaldone è un testo ricco di acutissime e profondissime osservazioni psicologiche. Potremmo anche pensare di ricavare un’antologia dello Zibaldone intesa come manuale di psicologia. Aveva questa capacità introspettiva Leopardi di esaminare non solo i sentimenti degli altri, ma anche i propri stessi sentimenti, con una freddezza e una lucidità che certe volte impressionano, perché lui rimaneva freddo e lucido anche quando descriveva la propria disperazione. Sembra quasi di vedere un medico anatomista che fa l’autopsia di un cadavere: solo che il cadavere è lui.

Ma che cosa nota Leopardi quando si guarda dentro? Si accorge di un fatto che è, in realtà, sotto gli occhi di tutti noi, ma sul quale forse non riflettiamo abbastanza. Cioè il fatto che l’uomo, anche quando non è turbato da nulla, anche quando cioè non c’è nulla che possa giustificare uno stato di sofferenza, tende a soffrire.

Questa osservazione di Leopardi è stata curiosamente confermata da un recente esperimento che è stato fatto dall’Università di Standford, e di cui forse avrete letto qualcosa sui giornali. L’esperimento era semplicissimo e consiste in questo: si prendono dei soggetti, li si mette in una stanza senza nessun tipo di distrazione (quindi questi non avevano tablet, non avevano tenefonini, niente televisione, niente giornali, neanche finestre per guardare fuori quello che succedeva), e questi soggetti potevano scegliere se rimanersene lì per un certo tempo, oppure auto-somministrarsi delle leggere scosse elettriche. Ebbene, il risultato dell’esperimento è che la stragrande maggioranza di queste persone preferiva di gran lunga soffrire piuttosto che non fare niente. Questo esperimento è una specie di conferma a posteriori, potremmo dire, dell’osservazione che fa Leopardi, il quale, proprio all’inizio dello Zibaldone, siamo a pagina 174-175 della numerazione autografa, scrive:

Poniamo un uomo isolato, senza nessuna occupazione spirituale o corporale, e senza nessuna cura o afflizione o dolor positivo, o annoiato dalla uniformità di una cosa non penosa né dispiacevole per sua natura, e ditemi per che motivo quest’uomo deve soffrire. Eppur vediamo che soffre e si dispera, e preferirebbe qualunque travaglio a quello stato.

Questo è il problema da cui sorge, a mio modo di vedere, l’intera riflessione di Leopardi sulla natura. Se la natura è veramente, come ci dicono i poeti e i filosofi, un ordine finalizzato al bene, allora ci si aspetterebbe che un essere umano, un animale, lasciato in stato di quiete, senza che vi sia nulla che lo turbi, sia contento del proprio stato. Però non accade questo. Accade che, quando noi ci troviamo in questo stato, senza alcun “dolor positivo”, noi soffriamo. E allora questo solleva un’importantissima domanda: quale potrebbe essere la causa di questa sofferenza?

Ci si apre, di fronte a questo problema, subito un dilemma: o diciamo che c’è un’armonia prestabilita nella natura, ma allora dobbiamo spiegare da dove salta fuori questa infelicità apparentemente senza cause. Questa è la prima alternativa. L’altra alternativa, molto più drammatica, consiste nel dire che non c’è alcuna armonia prestabilita nella natura e che, quindi, la nostra infelicità è una prova del fatto che la natura non è un ordine, non è un cosmo.

Per molto tempo Leopardi cercherà di seguire la prima strada, perché nemmeno lui vuole accettare l’idea che la natura sia qualcosa di mostruoso. E troverà, nel corso degli anni, due soluzioni al dilemma, due soluzioni che andrà però, come vedremo, scartando.

La prima soluzione la trova subito, ma è una soluzione che scarta dopo pochi mesi, ed è la seguente: il motivo per cui l’uomo soffre anche quando non c’è nessun dolor positivo che lo fa soffirre è la prova del fatto che l’uomo non è fatto per questo mondo. La sua infelicità è la prova del fatto che egli aspira a un tipo di felicità superiore, a un tipo di felicità ultraterrena. Quindi, in questa primissima fase dello Zibaldone, Leopardi dice: l’infelicità è una prova dell’immortalità dell’anima.

Tutto è o può esser contento di se stesso, eccetto l’uomo, il che mostra che la sua esistenza non si limita a questo mondo, come quella delle altre cose.

Ovviamente questa teoria implica che vi siano due diversi tipi di infelicità possibili: abbiamo un primo tipo di infelicità che è quella che ha delle cause che noi possiamo rintracciare nel mondo. Per esempio, se io mi faccio male ho un buon motivo per essere infelice. Oppure, se mi accade un lutto ho un buon motivo per stare male. Questa è quella che potremmo chiamare l’infelicità materiale.

Ma accanto a questo primo tipo di infelicità, che è comune anche agli animali, c’è quell’infelicità, che potremmo chiamare infelicità metafisica, che sopraggiunge nell’uomo anche quando non è presente l’infelicità materiale. Questo secondo tipo di infelicità sarebbe, per Leopardi, la prova dell’immortalità dell’anima.

Tra questi due tipi di infelicità c’è anche una differenza qualitativa, se volete, nel senso che la prima forma di infelicità (quella materiale) è piena, è un dolore positivo. Mentre l’infelicità metafisica, quella senza cause materiali, è un’infelicità vuota. Leopardi chiamerà “noia” questo secondo tipo di infelicità. La noia è un sentimento di vacuità, di vuotezza. Sentimento, dice Leopardi, della “nullità di tutte le cose”. Con questa espressione lui non intende dire, ovviamente e banalmente, che le cose sono nulla, ma intende dire che le cose sono nulla rispetto al mio desiderio, cioè che nessuna cosa è capace, in quanto tale, di soddisfare il mio bisogno di felicità.

Questa prima teoria, che è conosciuta da pochissimi, viene abbandonata quasi subito, perché Leopardi si rende conto che non è affatto necessario postulare l’immortalità dell’anima per spiegare quella che abbiamo chiamato infelicità metafisica. Anzi, Leopardi si convince che noi possiamo spiegare il sentimento della nullità di tutte le cose in modo assolutamente materiale con una diversa teoria del desiderio e dell’uomo. Ed è questa la fase in cui Leopardi, a partire da pagine 165 e seguenti, formula la famosa teoria del piacere.

Che cosa dice la teoria del piacere? Leopardi, proprio all’inizio di queste pagine, dice: il desiderio illimitato dell’uomo di felicità non è un indizio o una prova della sua immortalità, non è il segno del fatto che noi aspiriamo a oltrepassare i limiti della nostra esistenza materiale, ma è “ingenito o congenito” con l’esistenza animale, cioè fa parte della nostra animalità. E quindi è qualche cosa che gli animali hanno in comune con noi. “Ingenito o congenito” vuol dire che questo desiderio illimitato di felicità fa parte della nostra vita tanto quanto il mangiare e il respirare. Non c’è un momento nella nostra vita in cui il nostro bisogno di mangiare viene soddisfatto una volta per tutte, non c’è il pasto che risolve la fame. Noi possiamo placare la fame, possiamo estinguerla per un po’ di tempo mangiando, però poi, siccome il bisogno di mangiare fa parte della nostra natura, questo bisogno si manifesterà di nuovo, e quindi noi dovremo di nuovo cercare di soddisfarlo. Leopardi in questa fase tenta quindi una soluzione materialistica. Quindi non c’è niente di misterioso, non c’è niente di metafisico nell’infelicità.

Ora, se però lui si fosse limitato a dire questo, la conclusione che ne sarebbe seguita immediatamente è questa: se, da una parte, l’uomo ha in sé un desiderio illimitato di felicità (dove illimitato non vuol dire che aspira all’al di là, ma nel senso che continua all’infinito), e dall’altra parte il mondo fosse incapace di soddisfare questo desiderio, allora l’uomo e gli animali sarebbero necessariamente infelici, e torneremo a dire che la natura è contraddittoria. In questa fase Leopardi esclude che si possa dire una cosa del genere. E quindi aggiunge una sorta di corollario, e dice: accanto a questo desiderio illimitato, la natura, “nel suo magisterio”, ci ha dato anche una facoltà immaginativa che ci consente di immaginare “le cose che non sono, in un modo in cui le cose non sono”. Per cui quei piaceri illimitati che io non posso trovare nella realtà, dice Leopardi, li potrò trovare nella mia immaginazione. L’immaginazione è una sorta di impiastro refrigerante che la natura ci ha dato nella sua bontà per far sì che noi possiamo, anche in questa vita, essere felici. Questo però vuol dire che la felicità consiste nelle illusioni e che la felicità dura fintanto che durano queste illusioni. Ma attenzione: qualora l’uomo avesse l’ardire e la curiosità di sapere come stanno veramente le cose, e quindi di fare filosofia, le sue illusioni ne verrebbero distrutte. Il giorno in cui l’uomo dovesse distruggere le proprie illusioni, precipiterà nel dolore e nell’infelicità.

Questa seconda fase, che alcuni critici hanno chiamato del “pessimismo storico” dura per quasi tutto lo Zibaldone. Fino a che un giorno, e precisamente l’11 maggio 1824, Leopardi non si accorge di un grosso problema. Il passo si trova nell’ultima parte dello Zibaldone, a pagina 4087:

Non è cosa che tanto consumi ed abbrevi o rende nel futuro infelice la vita quanto i piaceri. E, d’altra parte, la vita non è fatta che per il piacere. E senza di esso è imperfetta la vita. E però d’altro canto non c’è cosa che abbrevi la vita quanto i piaceri, perché manca del suo fine, ed è una continua pena perché ella è naturalmente e necessariamente un continuo e non mai interrotto desiderio e bisogno di felicità, e cioè di piacere. Chi mi sa spiegare questa contraddizione in natura?

Notate il modo molto forte con cui Leopardi si esprime in questo passo: lui parla di “contraddizione in natura”. Questa osservazione porterà Leopardi a fare la seguente considerazione: finora abbiamo dato per scontato che il piacere fosse un bene per l’uomo. E lo è, sicuramente perché, come Leopardi dice in questo pensiero, una vita che sia privata di qualunque forma di piacere non meriterebbe nemmeno di essere vissuta. Quindi dobbiamo certamente dire che il pacere è un bene. Ma il piacere è anche un male perché può, al tempo stesso, abbreviare e rendere nel futuro infelice la vita. E questo pone un problema molto grosso perché, provate a pensare: se la natura fosse stata in qualche modo disegnata da qualcuno, o se la natura fosse stata veramente benigna, non avrebbe mai permesso una cosa del genere. Non avrebbe, cioè, mai permesso che una cosa che è essenziale per la nostra felicità producesse al contempo la nostra infelicità. Fra gli esempi che Leopardi ha in mente vi sono gli abusi del cibo. È bellissimo mangiare, eppure, se io dovessi assecondare questo mio bisogno in modo sfrenato, ne seguirebbero delle conseguenze dolorose. Perché accade questo? Noi siamo abituati a darlo per scontato, ma chiediamocelo veramente. Perché accade questo, se il mondo è perfetto e finalizzato al bene? Non dovrebbe accadere questo. Dovrebbe accadere che, quanto più io godo di quel piacere, tanto meglio sto. Un altro esempio che fa Leopardi è quello del bere: il bere nuoce alla salute. Poi dice: ci sono dei casi in cui il piacere è un male per le conseguenze che ne derivano, o un dolore è un bene per le conseguenze che ne derivano. Leopardi fa l’esempio dell’arto che deve essere amputato per evitare una cancrena. In quel caso è chiaro che subire un’amputazione non è una cosa piacevole. Anzi, può essere molto dolorosa, specie se pensiamo al tempo in cui scriveva Leopardi, tempi in cui i chirurghi erano appena una tacca sopra i macellai e dove non c’era anestesia. Eppure questo male, questo dolore, è un bene per le conseguenze che ne derivano. Quindi noi siamo di fronte a questa specie di paradosso, e dobbiamo dire che, da un lato, l’assenza del piacere causa infelicità, da un altro lato che la presenza del piacere causa infelicità. Quindi non c’è nessuna via di uscita: “chi mi spiega questa contraddizione?”

La conclusione alla quale arriva Leopardi è, per l’appunto, questa: che è una contraddizione, e cioè che in natura sono presenti delle contraddizioni. E se noi ci liberiamo un po’ da questa immagine che abbiamo ricevuto in eredità dai nostri padri, dai nostri nonni, dai poeti, dalle religioni, della natura come un ordine perfetto, ci rendiamo conto che la natura è un sistema che pullula di contraddizioni. Concludo con la lettura di questo passo. È molto bello, e si trova verso la fine dello Zibaldone, a pagina 4204-4205. In questo passo Leopardi fa un elenco di contraddizioni, e dice:

Contraddizioni innumerabili, evidenti e continue si trovano nella natura […]. La natura ha dato ai tali animali l’istinto, le arti, le armi da perseguitare e assalire i tali altri, a questi le armi da difendersi, l’istinto di preveder l’attacco, di fuggire, di usar mille diverse astuzie per salvarsi. La natura ha dato agli uni la tendenza a distruggere, agli altri la tendenza a conservarsi. La natura ha dato ad alcuni animali l’istinto e il bisogno di pascersi di certe tali piante, frutta, ec. ed ha armato queste tali piante di spine per allontanar gli animali, questa tali frutta di gusci, di bucce, d’inviluppi d’ogni genere, artificiosissimi e diligentissimi, o le ha collocate nell’alto delle piante ec. La natura ha creato le pulci e le cimici perché ci succino il sangue, ed a noi ha dato l’istinto di cercarle e di darne strage. L’enumerazione di tali ed analoghe contrarietà si estenderebbe in infinito, ed abbraccierebbe ciascun regno, ciascuno elemento, e tutto il sistema della natura. Io avrò torto senza dubbio, ma la vista di tali fenomeni mi fa ridere. Qual è il fine, qual è il voler sincero e l’intenzione vera della natura? Vuol ella che il tal frutto sia mangiato dagli animali o non sia mangiato? Se sì, perché l’ha difeso con sì dura crosta e con tanta cura? se no, perché ha dato ai tali animali l’istinto e l’appetito e forse anche il bisogno di procacciarlo e mangiarselo? […] Intanto che i naturalisti e gli ascetici esaminando le anatomie de’ corpi organizzati, andranno in estasi di ammirazione verso la provvidenza per la infinita artificiosità ed accortezza delle difese di cui li troverà forniti, io finché non mi si spieghi meglio la cosa, paragonerò la condotta della natura a quella di un medico, il quale mi trattava con purganti continui, ed intendendo che lo stomaco ne era molto debilitato, mi ordinava l’uso di decozioni di china e di altri attonanti per fortificarlo e minorare l’azione dei purganti, senza però interromper l’uso di questi. Ma, diceva io umilmente, l’azione dei purganti non sarebbe minorata senz’altro, se io ne prendessi de’ meno efficaci o in minor dose, quando pur debba continuare d’usarli?

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2 pensieri su “La natura nella filosofia di Leopardi. Un’interpretazione

  1. Bravo Dario, proprio domani parlerò (anche) di questo tema in una conferenza sulla mediterraneità in Camus, all’università di Aix-en-Provence. Seguo il tuo blog, perché sento una grande affinità con il tuo ideale, che è un po’ anche il mio. Hai dato un’occhiata qui? Magari può interessarti!

    http://giovannigaetani.com/2015/12/17/che-cose-la-filosofia-commestibile/

    Un saluto e avanti tutta!

    Giovanni Gaetani

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