Lezioni su Schopenhauer (parte 2)

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In precedenza, abbiamo spiegato per quali ragioni il mondo è illusione/rappresentazione e qual è la via di accesso alla verità, cioè il nostro corpo.

Il corpo è conoscibile in due modi:

  • come rappresentazione, cioè come si conoscono tutte le altre cose, come in uno specchio.
  • attraverso l’introspezione, cioè dall’interno. Ciò è possibile solo per il corpo mio; il corpo altrui non si può vivere. Solo io, quindi, posso conoscere il mio mondo interiore.

Che cosa accade quando rivolgiamo il nostro occhio interiore all’interno di sé?

La risposta a questa domanda è un punto cruciale del pensiero di Schopenhauer. Quando si guarda in se stessi, si ha a che fare con la Volontà. Non si tratta della volontà di un singolo individuo, ma la Volontà del mondo, che non è la somma delle volontà singole, ma qualcosa che sta dietro di esse e che si ritrova anche dentro di noi. Si tratta quindi di un’entità che fuori dallo spazio, dal tempo e dalla legge di causalità. Questa è la tesi di fondo di Schopenhauer.

Perché giunge a questa conclusione?

Ancora una volta, la risposta è nella filosofia di Kant. Spazio, tempo e causalità, secondo Kant, erano modi attraverso i quali percepiamo la realtà, non sono proprietà delle cose. Questi aspetti a-priori funzionano finché osserviamo il mondo esterno; essi smettono di funzionare quando si pratica l’introspezione interiore. Nell’introspezione, nulla è soggetto a tempo, spazio e causalità.

Per quale ragione Schopenhauer sente la Volontà dentro di sé?

Si potrebbe obiettare che, quando ci si guarda dentro, si vedono anche pensieri, sensazioni, ricordi, preoccupazioni… Schopenhauer non nega tutto ciò, ma, quando dice che siamo essenzialmente Volontà, intende dire che siamo pulsione verso la vita. Schopenhauer avrebbe, cioè, dovuto dire che siamo ma istinto di sopravvivenza: siamo anzitutto cose che vogliono vivere.

La tesi successiva è quella per cui Schopenahuer si avvicina a Leopardi: la vita è fondamentalmente sofferenza. Si tratta di una posizione pessimista. Il pessimista non è un soggetto che vede il bicchiere mezzo vuoto, perché tale posizione sarebbe arbitraria. Il vero pessimista non è neanche chi afferma che, nel mondo, c’è il male.

Il vero pessimista è chi ritiene che la vita sia essenzialmente un male.

Schopenhauer afferma questo per delle ragioni vicine alle posizioni buddiste.

Siddharta, fondatore del buddismo, non poteva uscire dal palazzo, perché un oracolo aveva previsto che, da grande, sarebbe diventato povero, per diventare un profeta. IL padre, allora, tentava di non farlo uscire, facendogli trovare, nel suo palazzo, ogni sorta di bellezza e ricchezza. Non gli parla, inoltre, né di vecchiaia, né di morte, né di malattia. Cresciuto, come regalo di compleanno, chiede di poter uscire. Gli viene accordato, ma, nel mondo che andrà a vedere, viene eliminato tutto ciò che richiami, morte, vecchiaia e malattia. Tuttavia, in un vicolo, vede un uomo a terra che sta male. Scende dalla sua carrozza e vede, per la prima volta, un lebbroso. Gli chiede che cos’ha e l’uomo risponde di avere una malattia, una piaga che colpisce alcuni uomini. Siddharta si distacca dal corteo e incontra un vecchio, decrepito. Chiede allora a quest’uomo che cos’ha. Questo risponde di essere vecchio e che la vecchiaia è una cosa che colpisce, se non ci si ammala. Proseguendo, vede dei cadaveri che stanno per essere bruciati con i loro parenti che piangono. Siddharta scopre, quindi, che, anche se non si contraggono malattie e se si vive una vecchiaia serena, si muore. Questo personaggio, allora, abbandona il palazzo e decide di non tornarvi finché non avrà scoperto il modo, per sconfiggere il male. Si ritira perciò in una foresta a meditare. Qui vive per sei anni in uno stato di rinuncia quasi totale. In questo periodo, si avvicina parecchio alla morte, dimagrendo tantissimo. In questo periodo, vede un maestro che dice all’allieva suonante un sitar di non tendere troppo le corde, perché si sarebbero spezzate, e di non allentarle troppo, perché non avrebbero più suonato. Siddharta capisce allora che è necessario trovare un equilibrio.

Dopo essersi ritirato in meditazione per riflettere sulla morte, Siddharta  raggiunge il risveglio (Buddha). Fa poi un discorso: delle quattro nobili verità.

  • La vita è sofferenza.
  • La causa della sofferenza è trişna: desiderio e attaccamento. Si soffre perché si desiderano delle cose e perché ci si attacca ad esse. La realtà, però, è un continuo mutare, scorrere del tutto. Ci si attacca, perciò, a qualcosa, ma questo qualcosa sfugge.
  • Per mettere fine alla sofferenza è necessario porre fine al trişna.
  • Come si fa a smettere di attaccarsi alle cose? Attraverso il sentiero dalle otto vie. La vera chiave che consente di liberarsi dalla sofferenza è la meditazione. Tale soluzione sembra l’unica possibile. Non viene sconfitta la morte, ma si propone un atteggiamento di distacco di fronte ad essa.

Schopenhauer afferma, quindi, che, per evitare di soffrire, è necessario estinguere la Volontà.

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