Lezioni su Schopenhauer (Parte 3)

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Oggi mi propongo di parlare dell’ultimo grande argomento della filosofia di Schopenhauer, cioè delle vie di liberazione dalla sofferenza.

Abbiamo detto più volte che, secondo Schopenhauer, la volontà è Volontà di vita, per la quale l’individuo non ha alcun valore. Tale forza naturale, dunque, genera individui al solo scopo che essi si riproducano, lasciando una discendenza. Una volta raggiunto questo scopo, gli individui vengono buttati via come rifiuti. In Metafisica dell’amore sessuale, un saggio breve, Schopenhauer mostra come ogni innamoramento tragga origine dall’istinto della specie di riprodursi e, dunque, dalla Volontà di vivere. Tale Volontà ci fa piacere unicamente ciò che è utile alla riproduzione della specie. E’ una pura illusione l’idea che si possa controllare la vita mediante la ragione, perché, invece, si è controllati dalla Volontà.

Esiste una libertà per le azioni spicciole della vita quotidiana (giro a destra o a sinistra?), ma non si è liberi nella costruzione complessiva della propria esistenza. Se, per esempio, si ha un carattere impulsivo, si sarà impediti a svolgere una professione che implica pazienza.

In queste cose, Schopenhauer si avvicina molto alla psicoanalisi: vi è nell’uomo una forza che sopravanza alla nostra razionalità. Si tratta di un’idea totalmente nuova, in filosofia, perché, tradizionalmente, si era sempre sostenuto che l’uomo è anzitutto la sua razionalità.

Se il dolore, quindi, dipende dalla Volontà di vita, ci si può chiedere se c’è un modo per sottrarsi ad essa.  Schopenhauer ne conosce tre:

  • La consolazione dell’arte, che rappresenta un sollievo passeggero, limitato alla fruizione dell’opera.
  • La via della compassione, cioè dell’amore del prossimo. Si tratta di un tema ripreso anch’esso dal buddismo.
  • L’ascesi. L’asceta è colui che rinuncia a certe cose, per ragioni spirituali e religiose. Ascesi è rinuncia al desiderio, al volere, è la forma più alta e definitiva dalla sofferenza. Schopenhauer la definisce noluntas, la “nolontà”.

Questa forma più radicale di rinuncia alla volontà la si trova già nella religione buddista e si chiama nirvana. Letteralmente, nirvana è un termine sanscrito che significa estinzione.

La prima forma di liberazione, si è detto, è costituito dall’arte e dall’esperienza estetica. Schopenhauer spiega che, quando si assiste ad uno spettacolo artistico, ci si allontana da se stessi, ci si dimentica della propria vita. E’ come se esistesse solo lo spettacolo e, anche la sofferenza messa in scena, non sembra riguardarci. Non tutte le forme d’arte sono sullo stesso piano, perché alcune sono meglio delle altre. L’arte suprema è la musica, perché non è rappresentativa, non fa uso di immagini. Inoltre, essa entra in immediata sintonia con le emozioni. In altri termini, la musica è puro sentimento essa stessa.

La seconda forma di liberazione è la compassione. Anche con la compassione ci si dimentica di se stessi. Si conduce tutta la vita, dicendo “io”; nel momento in cui, però, ci si dimentica di se stessi e si prendono in carico gli altri, ci si dimentica delle proprie esigenze. Se dovessimo seguire la nostra natura, che è egoistica, non ci occuperemmo mai negli altri. Tuttavia, se vogliamo alleviare la sofferenza, dobbiamo dimenticarci di noi stessi e, dunque, della Volontà che ci domina.

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2 pensieri su “Lezioni su Schopenhauer (Parte 3)

  1. “Tale forza naturale, dunque, genera individui al solo scopo che essi si riproducano, lasciando una discendenza. Una volta raggiunto questo scopo, gli individui vengono buttati via come rifiuti.” In questo passaggio trovo una notevole affinità con la teoria dell’evoluzione come è presentata da Dawkins nel Gene egoista: l’uomo come “macchina” da riproduzione dei geni.

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