Due (vecchie) lezioni su Sartre

Sartre

Prima lezione

La filosofia dell’esistenza o esistenzialismo è una corrente filosofica che si impone in Europa tra la prima e la seconda guerra mondiale. Sono gli anni in cui le guerre e i regimi totalitari fanno crollare le speranze in un futuro migliore e l’umanità sembra sull’orlo di una catastrofe irreversibile. Non stupisce, dunque, che la filosofia si interroghi sul senso dell’esistenza e sulla precarietà delle nostre certezze. Temi tipici dell’esistenzialismo sono, infatti, la finitezza e precarietà dell’uomo, il quale si trova “gettato” in un mondo che gli altri hanno deciso per lui, e che deve fare i conti con situazioni assurde e angoscianti. I principali esponenti dell’esistenzialismo sono Martin Heidegger, Karl Jaspers e Jean-Paul Sartre. In queste lezioni prenderemo in esame l’esistenzialismo di Sartre.

Nel 1946 Sartre pubblica un breve saggio divulgativo intitolato L’esistenzialismo è un umanismo, nel quale tenta di difendere la sua filosofia dalle critiche che da più parti gli erano state rivolte. In quegli anni, l’esistenzialismo era accusato di essere una filosofia anti-umanistica; una dottrina, cioè, che metteva in risalto solo i lati deteriori della natura umana, che faceva piazza pulita dei valori morali, e che induceva gli uomini al quietismo e alla disperazione. Secondo Sartre, queste accuse sono del tutto infondate: l’esistenzialismo, infatti, non è un anti-umanismo, ma è anzi una filosofia che restituisce all’uomo quella dignità che il cristianesimo prima e gli illuministi poi gli avevano tolto. In questo senso, l’esistenzialismo è, a pieno titolo, una filosofia umanistica. Per comprendere a fondo il senso di queste affermazioni, dobbiamo innanzitutto capire in cosa consiste l’esistenzialismo.

Sartre ce lo spiega così. Consideriamo un oggetto fabbricato, come, ad esempio, un tagliacarte. Tale oggetto è opera di un artigiano, il quale l’ha fabbricato ispirandosi a un modello da lui progettato. In questo senso, il tagliacarte è l’esemplificazione di un modello ideale. Diremo dunque, per quanto riguarda il tagliacarte, che l’essenza – ossia il modello concepito dall’artigiano – precede l’esistenza concreta del tagliacarte.

Allo stesso modo, quando diciamo che Dio ha creato il mondo, stiamo paragonando Dio a una sorta di artigiano supremo, il quale ha la capacità di creare dal nulla le cose che la sua mente ha concepito. Così il concetto di uomo, nella mente di Dio, è come l’idea del tagliacarte nella mente dell’artigiano. In tal modo l’uomo individuale incarna un certo concetto che è nell’intelletto di Dio. Tizio, Caio, Sempronio sono altrettante esemplificazioni di un modello ideale che si trova nella mente di Dio. Anche nella visione religiosa del mondo, pertanto, l’essenza – intesa stavolta come modello concepito nella mente di Dio – precede l’esistenza.

Nel secolo XVIII, con i filosofi atei, la nozione di Dio viene eliminata, non così però l’idea che l’essenza preceda l’esistenza. Secondo gli illuministi, infatti, l’uomo possiede una natura umana: questa natura, cioè il concetto di uomo, si trova presso tutti gli uomini, il che significa che ogni uomo è un esempio particolare di un concetto universale: l’uomo. Così, anche per gli illuministi, l’essenza dell’uomo precede quell’esistenza storica che incontriamo nella natura.

L’esistenzialismo ateo, che Sartre rappresenta, è più coerente. Se Dio non esiste, esso afferma, c’è almeno un essere in cui l’esistenza precede l’essenza, un essere che dunque esiste prima di poter essere definito da alcun modello o concetto preesistente: questo essere è l’uomo.

Che significa in questo caso che l’esistenza precede l’essenza? Significa che l’uomo innanzitutto esiste, sorge nel mondo, e che solo dopo definisce la propria essenza. Secondo la concezione esistenzialistica, l’uomo non è dunque definibile a partire da un’essenza, da un modello preesistente, in quanto all’inizio non è niente. Sarà solo in seguito, e sarà quale si sarà fatto. Così, non c’è una natura umana, poiché non c’è un Dio che la concepisca. L’uomo non è ciò che Dio ha deciso che sia, ma ciò che egli decide, progetta di essere. L’uomo è progetto.

Questo significa che l’uomo è totalmente responsabile delle proprie azioni, e non può giustificare le proprie scelte dicendo, per esempio: “Ho ucciso perché sono un uomo, e la violenza è insita nella natura umana”, oppure: “Ho fatto questo perché è la volontà di Dio”, ecc. L’uomo non può scaricare su Dio, o sulla natura umana il peso delle proprie azioni, ma è costretto a farsene carico in ogni momento. In questo senso, noi siamo abbandonati a noi stessi. Ecco come Sartre descrive questa situazione:

“Per darvi un esempio che permetta di comprendere meglio che cosa intendo per abbandono, citerò il caso di un mio allievo, venuto a chiedermi consiglio nelle circostanze seguenti. Nella sua famiglia i rapporti tra il padre e la madre si erano guastati e d’altra parte il padre tendeva a collaborare con i tedeschi; il figlio maggiore era caduto durante l’offensiva germanica del ’40, mentre il figlio minore, il mio allievo, giovane dotato di sentimenti un po’ primitivi ma generosi, lo voleva vendicare. La madre viveva sola con l’unico figlio rimastole, affranta per il mezzo tradimento del marito e per la fine dell’altro figlio, e vedeva in lui la sola consolazione.”

Il giovane deve ora scegliere se rimanere con la madre o combattere contro i tedeschi:

“Quel giovane in quel momento poteva scegliere tra partire per l’Inghilterra e arruolarsi nelle Forze Francesi di Liberazione – e quindi abbandonare la madre – o restare presso la madre e consolarne l’esistenza. Si rendeva ben conto che la donna viveva solo per lui e che il suo andarsene via – e forse la sua morte – l’avrebbero gettata nella disperazione. Si rendeva anche conto che in fondo, su di un piano concreto, il rimanere con la madre voleva senz’altro dire aiutarla a vivere, mentre la scelta di partire e di combattere era un atto il cui risultato poteva essere incerto, perdersi nella sabbia, non servire a niente: per esempio, partendo per l’Inghilterra, passando attraverso la Spagna avrebbe potuto essere preso e tenuto chissà sino a quando in un campo di concentramento spagnolo; poteva giungere in Inghilterra o ad Algeri e finire in un ufficio a riempire dei fogli.”

Si trovava quindi di fronte a due tipi di condotta assai differenti: una concreta, immediata, ma che si rivolgeva a un individuo soltanto; un’altra che si rivolgeva a un insieme infinitamente più vasto, a una collettività, ma che era, per questo fatto stesso, incerta e che poteva interrompersi per strada.

Secondo Sartre, nessuna morale può aiutare quel giovane a prendere la giusta decisione:

“Chi poteva aiutarlo a scegliere? La dottrina cristiana? No. La dottrina cristiana dice: siate caritatevoli, amate il prossimo, sacrificatevi per gli altri, scegliete la via più aspra, ecc. ecc. Ma qual è la via più aspra? Chi amare come «il proprio fratello», la madre o chi combatteva? Qual è l’utilità più grande, quella, vaga, di combattere con tanti altri, o quella, precisa, di aiutare a vivere un essere ben definito? Chi può decidere a priori? Nessuno. Nessuna morale precostituita lo può dire.”

Neanche il sentimento è d’aiuto:

“Se i valori sono vaghi e sempre troppo vasti e indefiniti per il caso concreto e preciso che consideriamo, non ci rimane che affidarci all’istinto. È quanto ha tentato di fare il giovane in questione; quando l’ho visto egli diceva: in fondo quello che conta è il sentimento; dovrei scegliere quello che mi spinge veramente in una certa direzione. Se sento d’amare tanto mia madre da sacrificare a lei tutto il resto – il mio desiderio di vendetta, il mio desiderio d’azione, il mio desiderio d’avventure – rimango presso di lei. Se sento quell’amore insufficiente, parto.”

Ma come si può determinare il valore di un sentimento? Che cosa determinava il valore del suo sentimento per la madre? Proprio il fatto che egli restava per lei. Io posso dire: amo abbastanza quel mio amico da sacrificargli quella somma di denaro; ma non posso dirlo che quando l’ho fatto. Io posso dire: amo abbastanza mia madre da restare con lei, se sono rimasto con lei. Non posso determinare il valore del mio affetto se non quando ho fatto appunto un atto che lo convalidi e lo definisca. Ora, non appena chiedo a quel sentimento di giustificare il mio atto, mi trovo avvolto in un circolo vizioso.

“D’altra parte […] un sentimento che si finga o un sentimento che si viva sono due cose pressoché indiscernibili: decidere che amo mia madre restando presso di lei o recitare una commedia che mi farà ugualmente restarle vicino, è un po’ la stessa cosa.”

In altre parole il sentimento si forma con gli atti che si compiono: non posso consultarlo perché mi serva da guida. Questo vuol dire che non posso né cercare in me lo stato autentico che mi spingerà ad operare, né chiedere ad una morale i concetti che mi permetteranno di operare.

Non solo la morale e i sentimenti non ci aiutano a decidere, ma neanche i consigli delle persone che riteniamo più sagge o esperte di noi:

“Almeno, direte voi, quel giovane è andato da un professore per chiedergli consiglio. Ma se voi cercate consiglio, ad esempio da un prete, nello scegliere quel prete voi sapete già, in fondo, più o meno, quello che vi consiglierà. In altre parole, scegliere il consigliere è ancora impegnare se stessi. La prova è che, se siete cristiani, penserete di consultare un prete. Ma ci sono preti «collaborazionisti», preti «attendisti», preti della Resistenza. Quale scegliere? E se un giovane sceglie un prete della Resistenza o un prete collaborazionista, ha già deciso il genere di consiglio che riceverà. Così, venendomi a trovare, quel giovane conosceva la risposta che gli avrei dato, e io stesso non potevo dargliene altra: tu sei libero, scegli, cioè, inventa.”

L’uomo è dunque essenzialmente libero. Attenzione, però: questo non vuol dire che può fare tutto ciò che vuole. Non dovete confondere la libertà con l’onnipotenza. Sartre sa benissimo che l’esito delle nostre scelte dipende da una serie di circostanze che sfuggono al nostro controllo. La fine del fascismo, ad esempio, non dipende solo da me, ma dalla volontà di altri uomini che agiscono come me. Domani, altri uomini possono decidere di ristabilire il fascismo e la gente può essere abbastanza vile e sprovveduta da lasciarli fare. In quel momento il fascismo sarà la verità umana, e tanto peggio per noi.

Questo, però, non significa che ci si debba abbandonare al quietismo e all’inazione. Il fatto che delle circostanze esterne possano vanificare i nostri sforzi non ci esime dalle nostre responsabilità, perché noi siamo comunque liberi di decidere se combattere contro il fascismo oppure no, comunque vada. Per cui, l’atteggiamento di chi dice: “È inutile che ti impegni per realizzare questa cosa, tanto è una battaglia persa in partenza.”, nasconde una profonda ipocrisia e malafede. Perché non è importante se la mia battaglia avrà buon esito oppure no. Ciò che conta è che, attraverso il mio impegno, io affermo la mia identità, decido ciò che sono, progetto la mia esistenza. In questo senso, dice Sartre, non c’è bisogno di sperare per agire.

“Prima io mi devo impegnare, poi devo operare secondo la vecchia formula: «Non c’è bisogno di sperare per agire». Questo non vuol dire che io non debba appartenere a un partito, ma che sarò senza illusioni e che farò ciò che posso. Poniamo ad esempio che mi domandi: «Arriveremo alla collettivizzazione vera e propria?», ebbene, non ne so nulla: so soltanto che farò tutto quello che sarà in mio potere perché ci si arrivi: a parte questo, non posso contare su niente. Il quietismo è l’atteggiamento di coloro che dicono: gli altri possono fare ciò che io non posso fare. La dottrina che vi presento è proprio l’opposto dei quietismo, perché essa dice: non c’è realtà che nell’azione. Essa va ancora più lontano, perché aggiunge: l’uomo non è niente altro che quello che progetta di essere; egli non esiste che nella misura in cui si realizza; non è, dunque, niente altro che l’insieme dei suoi atti, niente altro che la sua vita.”

Le circostanze esterne, dunque, possono decidere l’esito delle nostre azioni, ma non ci possono impedire di agire. Ora, è dalle nostre azioni – e non dal loro esito – che si misura il fallimento o la riuscita della nostra esistenza. Il fallito non è colui che non ha ottenuto ciò che desiderava, ma colui che non ha fatto nulla per ottenerlo, e che incolpa di ciò le circostanze esterne. Questa è la ragione per cui, secondo Sartre, la dottrina esistenzialista fa orrore a un certo numero di persone:

“Perché, spesso, esse hanno un solo modo di sopportare la loro miseria, ed è di pensare: «Le circostanze sono state contro di me, io valevo molto di più di quello che sono stato; è vero, non ho avuto grandi amori, grandi amicizie, ma questo è avvenuto perché non ho incontrato un uomo o una donna che ne fossero degni; non ho scritto ottimi libri, perché me ne è mancato l’agio; non ho avuto figli a cui dedicarmi, perché non ho trovato l’uomo con il quale avrei potuto costruire la mia vita. È rimasta, dunque, in me, non usata eppure vitale, una quantità di disposizioni, di inclinazioni, di possibilità, che mi danno un valore che la semplice serie dei miei atti non permette di misurare». Ora, in realtà, per l’esistenzialista non c’è amore all’infuori di quello che si realizza, non c’è possibilità d’amore all’infuori di quella che si manifesta in un amore; non c’è genio all’infuori di quello che si esprime in opere d’arte: il genio di Proust è l’opera globale di Proust, il genio di Racine è la serie delle sue tragedie; perché attribuire a Racine la possibilità di scrivere una nuova tragedia se non l’ha scritta? Un uomo si impegna nella propria vita, disegna il proprio volto e, fuori di questo volto, non c’è niente. Evidentemente questa idea può parer dura a qualcuno che non è riuscito nella vita. Ma, d’altra parte, essa dispone gli animi a comprendere che soltanto la realtà vale; che i sogni, le attese, le speranze permettono soltanto di definire un uomo come un sogno deluso, come una speranza mancata, come un’attesa inutile; cioè di definirlo negativamente e non positivamente.”

Queste sono le ragioni per cui, secondo Sartre, l’esistenzialismo non può essere considerato una filosofia del quietismo, o una filosofia pessimistica:

“Così abbiamo risposto, credo, ad alcuni rimproveri riguardanti l’esistenzialismo. Appare chiaro che non lo si può considerare come una filosofia del quietismo, dato che definisce l’uomo in base all’azione, né come una descrizione pessimista dell’uomo: non c’è anzi dottrina più ottimista, perché il destino dell’uomo è nell’uomo stesso; ne come un tentativo di scoraggiare l’uomo distogliendolo dall’operare, perché l’esistenzialismo gli dice che non si può riporre speranza se non nell’agire e che la sola cosa che consente all’uomo di vivere è l’azione.”

Seconda lezione

Si è rimproverato all’esistenzialismo di murare l’uomo nella sua soggettività individuale. Se, infatti, è impossibile trovare in ciascun uomo una essenza universale, che sarebbe la natura umana, sembra che gli individui fra loro non abbiano niente in comune, e che dunque ciascuno sia isolato dagli altri.

Anche qui, secondo Sartre, siamo di fronte a un grossolano fraintendimento. Perché, se è vero che non esiste un’essenza umana universale, esiste però una universalità umana di condizione, dove per “condizione” dovete intendere l’insieme dei limiti a priori che delineano la situazione fondamentale dell’uomo nell’universo. Con un linguaggio più semplice possiamo dire che la “condizione” è il contesto storico determinato nel quale ci troviamo a vivere. Questo contesto è uguale per tutti, e si costituisce come un limite, una resistenza con la quale dobbiamo fare i conti per realizzare il nostro progetto esistenziale. Ed è un limite a priori, perché nessuno è libero di scegliersi l’epoca nella quale vivere. In questo senso, noi siamo “gettati” nel mondo.

Ora, scrive Sartre:

“Benché i progetti possano essere diversi, nessuno potrà riuscirmi del tutto estraneo, perché essi si presentano come un tentativo di superare quei limiti, o di farli arretrare, o di negarli, o di adattarvisi. Di conseguenza, ogni progetto, per quanto individuale esso sia, ha un valore universale. Ogni progetto, anche quello di un cinese, di un indiano o d’un negro, può essere compreso da un europeo. Esso può essere compreso: questo vuol dire che l’europeo del 1945 può comportarsi, rispetto a una situazione che lo condiziona, nello stesso modo, e che può rifare in sé lo stesso progetto del cinese, dell’indiano o dell’africano. Esiste una universalità di ogni progetto, nel senso che ogni progetto è comprensibile da ogni uomo.”

Il che, detto banalmente, significa che, per quanto diversi, siamo tutti gettati nello stesso mondo, e ne condividiamo i problemi. Diverso è solo il modo in cui ciascuno di noi cerca di risolvere questi problemi.

Un altro rimprovero che viene solitamente mosso all’esistenzialismo è di negare i valori morali. Ricordate il caso dello studente che non sapeva se arruolarsi o restare con la madre? Sartre gli aveva detto che nessuna morale precostituita poteva dirgli che cosa fare in quella determinata situazione, e che dunque avrebbe dovuto decidere in piena autonomia, prendendosi tutte le responsabilità delle sue azioni future.

Questa risposta potrebbe indurci a pensare che, per Sartre, non esistano azioni immorali, e che dunque un’azione valga quanto un’altra contraria. Anche in questo caso, però, cadremmo in errore. Sartre, infatti, non intende negare la morale, ma le morali precostituite, le morali, cioè, che pretendono di valere in ogni situazione possibile.

Il mondo reale ci mette invece davanti a situazioni che nessuna morale precostituita riesce a prevedere. In questi casi, la morale deve essere inventata da noi con una sorta di atto creativo. Sartre paragona esplicitamente la scelta morale alla costruzione di un’opera d’arte.

“Si è mai rimproverato a un artista che fa un quadro di non ispirarsi a regole stabilite a priori? Gli si è mai detto il quadro che deve fare? È chiaro che non c’è un quadro determinato da fare, che l’artista si impegna nella costruzione del suo quadro e che il quadro da fare è precisamente il quadro che egli avrà fatto; è chiaro che non ci sono valori estetici a priori, ma che ci sono valori che si colgono in seguito, nell’armonia del quadro, nei rapporti che ci sono tra la volontà creatrice e il risultato. Nessuno può dire quella che sarà la pittura di domani; non si può giudicare la pittura che quando essa è compiuta. Quale rapporto ha tutto questo con la morale? Noi siamo nella stessa situazione creatrice. Non parliamo mai della gratuità di un’opera d’arte. Quando parliamo di una tela di Ricasso, non diciamo mai che è gratuita; comprendiamo benissimo che l’artista si è formato, così come è, nello stesso tempo in cui dipingeva e che l’insieme della sua opera fa corpo unico con la sua vita.”

Lo stesso accade nell’ordine morale. L’arte e la morale hanno in comune la creazione e l’invenzione. Non possiamo decidere a priori su ciò che si deve fare.

Formulata in altri termini, la stessa obiezione può assumere la seguente forma: voi esistenzialisti non potete giudicare gli altri, perché quello che è giusto per gli uni può essere sbagliato per gli altri, e viceversa. Ciò che è giusto per il tuo progetto di vita, può essere sbagliato per il mio. Quindi, nessuno ha torto e nessuno ha ragione.

Ora, da un certo punto di vista, le cose stanno proprio così: è vero che, ogni qualvolta l’uomo sceglie il suo progetto in piena sincerità e lucidità, qualunque sia questo progetto, è impossibile preferirgliene un altro. Ma questo non significa che non si possano mai giudicare le scelte degli altri. Perché c’è modo e modo di scegliere: un conto è scegliere prendendosi la responsabilità delle proprie azioni; un conto è scegliere senza assumersi la responsabilità delle proprie azioni.

Questo significa che una stessa azione può avere due significati diversi, a seconda che chi la compie se ne assuma o meno la responsabilità. Poniamo il caso di una donna che tradisce il suo partner. Può farlo assumendosi la responsabilità del tradimento, e quindi dicendo a se stessa: “Nessuno mi ha costretta a tradire, avrei anche potuto farne a meno, ma siccome mi andava di farlo, l’ho fatto. Sono quindi pienamente responsabile della mia azione.”

Quella donna può anche raccontarsi una storia diversa: “Ho tradito sotto la spinta di una passione incontrollabile. In quel momento, non potevo fare altro, ero fuori di me.” In questo caso, la donna non si assume la responsabilità del suo tradimento. Si rifugia dietro la scusa delle sue passioni e, così facendo, inventa un forma di determinismo psicologico.

Secondo Sartre, tutte le volte che ricorriamo al determinismo psicologico per giustificare le nostre azioni siamo in malafede. Le spiegazioni deterministiche del comportamento umano sono infatti tentativi di sottrarre l’uomo alla sua responsabilità e di soffocare l’angoscia che ne deriva.

Attenzione, però: il concetto di “malafede” ha per Sartre un significato tecnico, che non va confuso con quello corrente. La malafede, a differenza della menzogna, presuppone che l’individuo menta a se stesso, cioè che in una medesima coscienza vi sia identità di ingannatore e ingannato. La malafede è quindi un’operazione di frode verso se stessi. Essa può quindi definirsi un’automistificazione, il cui scopo è quello di evitare l’assunzione inquietante del proprio vero essere, di neutralizzare l’evidenza della libertà.

Quindi non è vero che l’esistenzialista non può esprimere giudizi sugli altri. Può dire se gli altri agiscono in malafede oppure no.

“Io posso formare dei giudizi su coloro che mirano a nascondere a se stessi la totale gratuità della loro esistenza e la totale libertà di essa.”

A conclusione di queste lezioni su Sartre possiamo dire che il suo grande merito è stato quello di aver messo in luce il carattere ambivalente della libertà. Se per un verso la libertà è ciò che ci distingue dagli altri animali – il cui comportamento è predeterminato dall’istinto –, dall’altro comporta che ci assumiamo la responsabilità delle nostre azioni. E siccome ogni assunzione di responsabilità comporta una certa dose di angoscia, ne consegue che la libertà è fonte di angoscia. Allora succede che l’uomo, per essere veramente felice, deve farsi carico della sua libertà; ma, nel fare questo, deve fare i conti con l’angoscia che ne deriva. Sembra, insomma, che non possiamo essere felici, se non inghiottendo una certa dose di angoscia.

Ora, molte persone preferiscono rinunciare a essere felici pur di non fare i conti con l’angoscia, e quindi la loro esistenza diventa piattamente infelice. Sto parlando di quell’infelicità sorda, quotidiana, diluita, che, giorno dopo giorno, accompagna l’esistenza di coloro che, per paura, hanno rinunciato a essere veramente felici. Qui, a mio avviso, Sartre tocca un punto veramente importante. Ciò che vi è di più vitale per noi è, spesso, anche ciò che ci fa più paura. La felicità fa più paura dell’infelicità, e quindi molti preferiscono l’infelicità.

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