Tre problemi col Burkini

Burka

La decisione di alcuni comuni francesi di vietare il costume integrale ha fatto molto discutere. In quello che segue proverò a esaminare un argomento di coloro che sono a favore del divieto. L’argomento va così:

(1) È giusto vietare i simboli di sottomissione;

(2) il burkini è un simbolo di sottomissione, quindi

(3) è giusto vietare il burkini.

Questo argomento presenta almeno tre problemi che devono essere tenuti distinti.

Perché il burkini no e il velo sì?

Il primo problema riguarda il suo carattere restrittivo: si parla esclusivamente del burkini, e non anche del velo in generale. Per quale motivo? C’è una differenza sostanziale tra il fatto di indossare il burkini e il fatto di coprirsi con un velo? Forse che il burkini è un simbolo di sottomissione, mentre il velo non lo è? Se è così, allora bisogna mostrare perché è così. Se invece non è così, allora la norma è arbitraria: non si capisce perché un divieto debba colpire solo alcuni simboli di sottomissione, ma non tutti. Il fatto che un simbolo di sottomissione venga ostentato in una spiaggia piuttosto che per strada o in una biblioteca non sembra rilevante.

Secondo alcuni, però, la distinzione tra velo è burkini è moralmente rilevante. Lorella Zanardo, ad esempio, ritiene che il velo non sia un simbolo di sottomissione, ma “un segno di modestia per chi lo porta.”

Cos’è un simbolo di sottomissione?

Questo ci porta al secondo problema. Zanardo giustifica il carattere restrittivo della norma invocando una distinzione tra simboli di modestia e simboli di sottomissione. Ma come facciamo a distinguere gli uni dagli altri? In assenza di un qualche criterio oggettivo, questa stessa distinzione sembra arbitraria. Al limite, un mussulmano potrebbe ribattere che anche il burkini è un simbolo di modestia, e chi potrebbe contraddirlo?

Forse un modo per dirimere la questione è quello di leggere il passo del Corano nel quale si fa menzione del velo. Eccolo:

E di’ alle credenti […] di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne. (Corano, Sura XXIV, 31)

Il punto qui non sembra essere la modestia (anche perché, se così fosse, pure l’uomo dovrebbe coprirsi), ma la monogamia della donna: le donne devono nascondere quelle parti del loro corpo che possono eccitare il desiderio sessuale degli uomini che non possono unirsi con loro. Se è così, allora l’uso del burkini sembra essere la naturale estensione di questo principio. Se la donna deve coprire gli “ornamenti” quando è per strada, a maggior ragione dovrà farlo quando va in spiaggia (la stessa regola non vale per l’uomo perché, stando ai dettami dell’Islam, l’uomo può avere più donne). Ma allora non c’è nessuna ragione per restringere il divieto al solo indumento da spiaggia, e l’argomento dei fautori di questa norma dovrebbe essere molto più radicale e difficile da mettere in pratica. Dovrebbero dire:

(1) È giusto vietare i simboli di sottomissione;

(2) il velo, il burka, il burkini ecc. sono un simboli di sottomissione, quindi

(3) è giusto vietare il velo, il burka, il burkini ecc.

 

Adesso che abbiamo privato il divieto del suo carattere restrittivo, resta comunque il problema di stabilire se la premessa (2) sia vera o no. Gli indumenti che coprono gli “ornamenti” delle donne mussulmane sono simboli di sottomissione?

Una possibile risposta è: lo sono, perché hanno la funzione di confinare la sessualità della donna all’interno di uno schema di società patriarcale. La donna non può scoprirsi per non eccitare i desideri degli estranei, mettendo così a rischio la struttura poliginica della famiglia islamica.

A questo punto bisognerebbe dimostrare che alcune strutture familiari (la poliginia, innanzitutto, ma anche la monogamia) sono oppressive nei confronti della donna. Non mi addentrerò nella faccenda, perché è troppo complessa per lo scopo di questo articolo, ma nella parte che segue lo darò per assodato, per semplicità.

Il problema della libertà

Supponiamo dunque che il velo, il burkini e gli altri indumenti religiosi che coprono il corpo delle donne siano simboli di sottomissione o di oppressione. Rimane comunque un terzo problema da discutere: quello della libertà. Supponiamo che io giri per strada indossando un guinzaglio tenuto dalla mia ragazza. Cambia sapere se indosso il guinzaglio liberamente oppure no? Direi proprio di sì.

Se lo indosso liberamente (dove “liberamente”, qui, vuol dire che nessuno mi ha costretto, e che posso decidere di toglierlo in ogni momento senza conseguenze), allora non vedo perché lo Stato dovrebbe impedirmi di farlo. Dopotutto si tratta di un atto perfettamente libero, compiuto da una persona che, fino a prova contraria, è nel pieno delle sue facoltà. Ad altri potrà non piacere. Qualcuno potrà trovare la cosa di cattivo gusto. Ma, in una società democratica, il gusto delle persone non è un argomento sufficientemente forte per giustificare un divieto. Se invece dovesse venir fuori che non indosso il guinzaglio liberamente (magari perché la mia ragazza mi ha minacciato), allora l’intervento dello Stato è giustificato.

Ora, l’argomento che stiamo considerando non tiene minimamente in conto del problema della libertà. Dice semplicemente: se x è un simbolo di oppressione, allora va vietato. Punto. E se questo simbolo di oppressione fosse indossato liberamente? Se le donne islamiche potessero decidere di toglierlo senza conseguenze, sarebbe ancora giusto vietarlo? Se la risposta è no, allora il punto della faccenda non è se il burkini sia un simbolo di oppressione o meno, ma se venga indossato liberamente (indipendentemente da cosa simboleggi).

Questa è la ragione per cui il paragone che alcuni hanno fatto tra le donne mussulmane e le suore cattoliche (anche loro vanno in spiaggia vestite) si basa su una cattiva analogia. È vero che le suore sono tenute a coprirsi anche quando vanno in spiaggia, ma nessuno le ha costrette a diventare suore e a coprirsi e, semmai decidessero di uscire dalla chiesa, potranno spogliarsi senza che questo abbia delle conseguenze.

Alcuni pensano che il problema sia proprio questo: le donne mussulmane non sono veramente libere di scegliere se coprirsi oppure no. Magari credono di esserlo, ma non lo sono. Lorella Zanardo, ad esempio, è di questa opinione:

Conosco donne che sostengono di indossarlo come libera scelta. Ma in questi casi penso a quella volta che mia nonna, che è del 1910, mi ha detto: “Sai Lorella, noi ci tenevamo proprio a sposarci vergini”. Era davvero una loro libera scelta? Può darsi, ma come mai dopo la rivoluzione sessuale non è più stato così? Abbiamo scoperto che forse tanto libera non era.

È possibile che Zanardo abbia ragione. Dopotutto è facile confondere il consenso con la libertà. Che un’azione x abbia il mio consenso non vuol dire che sia anche libera. Io potrei, ad esempio, dare il mio consenso alla politica di un dittatore, ma non essere libero di farlo. La libertà implica la possibilità di fare altrimenti, senza che vi siano conseguenze per me. Magari le donne islamiche si trovano in una situazione analoga. Acconsentono a indossare il velo, ma non possono fare altrimenti.

Se le cose stanno così, allora i fautori del divieto hanno un argomento dalla loro parte. Questo argomento, però, non si basa sul significato simbolico del burkini (o del velo), né sul consenso delle donne che lo indossano (è irrilevante), ma sulla libertà di scelta. Ciò significa, però, che il divieto non può essere applicato indiscriminatamente, ma solo quando ne va della libertà delle persone.

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Il Corano, Newton & Compton, Roma 2010.

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