Charlie Hebdo e la satira

Charlie Hebdo_Terremotati

Le vignette di Charlie Hebdo sui terremotati hanno scatenato una pioggia di reazioni indignate da parte di coloro per cui ironizzare sulle disgrazie di quella povera gente è di cattivo gusto. Fra i commenti che si possono leggere in giro per i social emergono alcune lamentele ricorrenti:

  1. Quella vignetta non è satira.
  2. Esiste un limite anche alla satira, e quelli di Charlie lo hanno oltrepassato.

Proviamo ad analizzare queste posizioni. Sono leggermente diverse tra loro.

La prima pone un problema di demarcazione. C’è un confine che separa la satira dalla non satira, e quelli di Charlie Hebdo lo hanno oltrepassato. Ma qual è questo confine? Non crediate che sia un problema di poco conto. Lo è eccome, perché la satira gode storicamente di una sorta di immunità sociale rispetto alla critica e alla censura: è un salvacondotto che permette alla gente di dire cose che, altrimenti, non si potrebbero dire. Se le vignette sui terremotati sono satira, allora le dobbiamo in qualche modo tollerare. Se invece non sono satira (ma pretesa satira), le possiamo criticare ed eventualmente censurare, perché non godono di quell’immunità di cui si diceva.

Ma, appunto, cos’è la satira?

Il peccato originale del Liceale

Molti di voi saranno forse tentati di lasciare al dizionario l’onere rispondere a questa domanda. È quello che io chiamo “il vizio del liceale”. Si tratta di una pessima idea, per due ragioni. La prima è questa. Pochi riflettono sul fatto che i dizionari danno definizioni di carattere descrittivo, e non prescrittivo. Se cercate la parola “arte”, ad esempio, un buon dizionario vi dirà che cosa è stata l’arte fino a oggi, descrivendo ciò che è già stato. Ma non può prescrivere come sarà l’arte di domani. Non potete decidere se un’installazione della Biennale di Venezia è un’opera d’arte o meno, semplicemente leggendo la definizione di arte del Devoto-Oli. Non lo potete fare perché l’arte vive rinnovandosi e ridefinendo i propri confini continuamente. Il caso della satira è molto simile. Nella misura in cui è un’attività creativa, la satira non può essere definita dal proprio passato, e quindi nessun dizionario ci aiuterà mai a tracciare una linea di demarcazione precisa tra la satira e la non-satira. Smettetela quindi di dirimere le questioni a colpi di dizionario! I tempi del Liceo sono finiti.

Houston, abbiamo un oggetto vago!

La seconda ragione per cui servirsi di un dizionario è una cattiva idea è che la satira è quello che si potrebbe chiamare un oggetto vago. Un oggetto vago è un oggetto dai contorni, per così dire, sfumati, che lo rendono difficile da definire. Pensate, ad esempio, al famoso paradosso del sorite o del mucchio. Intuitivamente sappiamo tutti cos’è un mucchio di sabbia, e sappiamo anche che non basta un solo granello per formare un mucchio. Ma quanti granelli ci vogliono? Due? Tre? Non è chiaro. Il concetto di satira è altrettanto vago. Non nel senso che non sappiamo che cosa sia – di solito, non abbiamo problemi a riconoscere una vignetta satirica -, ma nel senso che non sappiamo individuarne con precisione i contorni. Ci sono situazioni di confine nelle quali non sappiamo decidere.

Everything goes!

Forse è meglio lasciare da parte il problema della demarcazione, e assumere una posizione prudenzialmente più tollerante nei confronti della nozione di satira. Potremmo dire: “Everything goes! Satira è tutto ciò che viene presentato come tale dalla società nel suo insieme.” Questa posizione presenta l’indubbio vantaggio che non ci costringe più a tracciare confini (dopotutto, chi siamo noi per stabilire cos’è e cosa non è la satira?), ma solleva il problema dell’immunità rispetto alla critica. Se tutto può essere satira, allora al limite potrei andare in giro a tirare sberle alla gente con “intenti satirici”, e invocare per me il diritto all’immunità dalla critica. Naturalmente non sarebbe accettabile una cosa del genere. Per cui, se assumiamo la posizione everything goes! rispetto alla definizione di satira, dobbiamo poi introdurre delle restrizioni morali rispetto a ciò che si può fare in nome della satira. Questa sembra essere l’intuizione sottesa a chi sostiene la tesi (2): la vignetta sui terremotati è satira, ma è un tipo di satira che ha oltrepassato il limite morale che le è consentito.

Moralismo?

I difensori irriducibili della libertà di espressione accuseranno questa posizione di moralismo. “La satira fa esattamente quel cazzo che le pare!”, diceva Daniele Luttazzi. Non ci sono limitazioni morali alla satira, così come non ci sono limitazioni morali all’arte più in generale. In realtà non è proprio così. Dei limiti ci sono e sono imposti dal principio del danno. Sono libero di dire quello che voglio, ma non sono libero di danneggiare gli altri. Ad esempio, non posso allestire un’installazione artistica che prevede l’esecuzione in una sedia elettrica di un essere umano. In questo caso, il principio morale del danno ha una priorità lessicale rispetto alla libertà di espressione, il che significa che nessuna eccezione al principio del danno è ammessa allo scopo di aumentare la libertà di espressione. Questo naturalmente vale anche per la satira: non posso danneggiare gli altri in nome della satira. Questo ci porta al vero cuore della questione. La vignetta di Charlie Hebdo ha danneggiato qualcuno? E, se sì, in che senso?

Dal momento che la satira non danneggia fisicamente le persone, dobbiamo chiederci in che senso le può danneggiare. Più in generale, dobbiamo chiederci in che senso un’immagine (o un discorso) può danneggiare una persona.

La satira è diffamazione?

Consideriamo il caso della diffamazione. Supponiamo che qualcuno pubblichi delle notizie false su di me allo scopo di danneggiarmi: ad esempio, potrebbe dire in giro che arrotondo lo stipendio facendo rapine in banca. In questo, caso io potrei subire un danno concreto: la polizia potrebbe avviare un’indagine e il mio datore di lavoro potrebbe sospendermi in attesa che si faccia chiarezza sulla faccenda. La diffamazione può arrecare danni reali e quindi è giusto che venga contrastata.

La satira, però, non è una forma di diffamazione. Se un giornale satirico mi ritraesse nell’atto di rapinare una banca, nessuno (a meno che non fosse un analfabeta funzionale) penserebbe che il fatto sia veramente accaduto. E la ragione è che l’immagine è presentata come un contenuto satirico: è come se ci fosse una sorta di disclaimer implicito che dice: “Hey ragazzi, questo è solo uno scherzo. Non vogliamo farvi credere che il Berti è veramente un rapinatore di banche.”

Offendere i sentimenti

Se la satira non danneggia nel senso della diffamazione, forse danneggia in un altro senso. A essere feriti sono i sentimenti di coloro che sono bersaglio della satira. Questo è sicuramente il caso delle vignette contro l’Islam. La gente si è indignata perché pensa che non si debba fare ironia sui sentimenti delle persone.

Questa tesi è molto difficile da difendere fino in fondo perché, di fatto, tutte le battute satiriche sono potenzialmente offensive. Pensate alle battute sui Carabinieri, ad esempio: non vengono forse sempre dipinti come una massa di subnormali? Oppure pensate alle battute che si basano su uno stereotipo nazionale: gli italiani tutti mafiosi, i francesi tutti sporchi, gli ebrei tutti spilorci, ecc. La satira non colpisce solo i potenti, ma anche le minoranze, persino quelle più svantaggiate (non molti si sono indignati quando giravano battute che ironizzavano sulla cecità di Andrea Bocelli). Ma è sufficiente questo a invocare la censura? Se la regola fosse che una battuta va censurata quando offende i sentimenti di qualcuno, faremmo prima a chiudere tutti i giornali satirici.

Satira nobile e ignobile

Forse il problema delle vignette sui terremotati non ha a che vedere con i sentimenti delle persone, ma con l’etica in un senso più ampio. C’è qualcosa di nobile nella satira che colpisce i potenti, che denuncia le iniquità, che smaschera la falsità di certe convenzioni sociali. Ma quando la satira è rivolta contro i deboli, i sofferenti e gli svantaggiati diventa qualcosa di ignobile e va deprecata. Credo che molti non trovino divertenti le vignette di Charlie Hebdo per questo motivo. Se vi interessa saperlo, nemmeno io le ho trovate divertenti, come non trovo divertenti le battute sulle vittime dell’Olocausto o sugli handicappati. Detto questo, non mi sognerei mai di chiedere la chiusura di Charlie Hebdo, perché la satira – anche quella di pessimo gusto – è una cartina di tornasole del grado di libertà di un paese. La libertà di parola non è a senso unico. Come scrive Nigel Warburton:

La libertà di parola è tanto per i bigotti quanto per gli intellettuali liberali rispettosi. Non è chiaro perché un principio meriterebbe il nome di “libertà di parola”, se esso proteggesse solo le opinioni di coloro che troviamo in sintonia con noi. (Warburton, 2009, p. 51)

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Warburton, Nigel (2009), Libertà di parola. Una breve introduzione, Raffaello Cortina, Milano 2013.

 

 

 

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