Prenderesti una pillola per diventare buono?

 

serial-killer
Andrej Cikatilo, il Macellaio di Rostov

Uno dei tratti che accomunano gli psicopatici è la loro anaffettività: non provano alcuna pietà, alcuna compassione, alcun rimorso per le loro vittime. Si direbbe che hanno una specie di handicap, solo che non è di natura fisica, ma morale. Come uno non sente i suoni, così lo psicopatico non sente certe emozioni che sono tipicamente umane. Scrive, a questo proposito Patricia S. Churchland:

I dati disponibili fino a oggi suggeriscono importanti differenze tra i cervelli degli psicopatici e quelli dei controlli sani in quelle aree che regolano emozioni, impulsi e risposte sociali. In particolare le regioni paralimbiche del cervello sono diverse negli psicopatici sia anatomicamente (più piccole) sia funzionalmente (minor livello di attività nell’apprendimento di emozioni e in compiti di decisione). […] Studi sui gemelli e sulle famiglie suggeriscono un’ereditarietà della psicopatia del 70% circa; circostanze dell’infanzia come abuso e abbandono possono essere rilevanti in chi è geneticamente predisposto. (Churchland, 2011, pp. 55-56)

Ora, di solito nessuno solleva obiezioni contro le protesi auricolari. Se, indossando una protesi, una persona riesce a sentire, tanto meglio per lei. Lo stesso vale per quei farmaci che integrano o sostituiscono quelle sostanze che il nostro organismo, per qualche ragione, non è più in grado di sintetizzare.

Supponiamo adesso che venga inventata una pillola capace di far provare a un individuo certe emozioni di base, come la compassione o l’empatia. Per quale motivo non dovremmo somministrarla agli psicopatici?

E il libero arbitrio?

Nel romanzo Arancia meccanica, Anthony Burgess racconta la storia di un giovane criminale di nome Alex che viene trasformato in un un cittadino modello grazie a una cura sperimentale, detta “cura Ludovico”. La cura prevede la somministrazione di un farmaco che induce la nausea, mentre al paziente vengono mostrati dei film particolarmente violenti. Dopo due settimane di trattamento, Alex ha sviluppato una repulsione fisica alla violenza: ora non può più nemmeno pensare di compiere un atto violento, senza provare un forte senso di nausea. Prima di rimettere Alex in libertà, il dottor Brodsky decide di dare una dimostrazione dell’efficacia della cura Ludovico. Nella sala di un teatro viene fatto entrare in scena un uomo di mezza età che prende a insultare e a picchiare Alex senza motivo. Non appena Alex pensa di reagire, viene assalito da un orrendo senso di nausea che lo paralizza. Allora si inginocchia e inizia a leccare gli stivali del suo aggressore. Spiega Brodsky:

Il nostro soggetto, come vedete, è indotto al bene quando, paradossalmente, è indotto al male. L’intenzione di compiere atti di violenza è accompagnata da sensazioni fisiche molto sgradevoli. Per contrastarle, il soggetto deve assumere un atteggiamento diametralmente opposto. Nessuna domanda? (Burgess, 1962, pp. 146)

A questo punto prende la parola il prete del carcere nel quale Alex aveva trascorso la sua detenzione:

In realtà lui non ha scelta, vero? Era il proprio interesse, la paura del dolore fisico che lo hanno spinto a quel grottesco gesto di autoavvilimento. La sua insincerità era anche troppo evidente. Cessa di essere un malfattore, ma cessa anche di essere una creatura capace di scelta morale. (Burgess, 1962, pp. 146-147)

L’obiezione sollevata dal prete è fondamentale: una persona non è buona quando fa il bene, ma quando sceglie di farlo. Il primo requisito di un’azione morale è che venga compiuta liberamente. Alex non è libero di scegliere il bene, ma vi è costretto dalla paura del dolore. Perdendo la propria libertà – che è anche la libertà di compiere il male – Alex ha perso la propria umanità, per diventare un automa, una macchina, una “arancia meccanica”, appunto.

La domanda che a questo punto dobbiamo farci è: vale questa obiezione nel caso che stiamo considerando?

Non proprio. C’è infatti una di differenza essenziale tra la cura Ludovico e la nostra fantomatica pillola per diventare buoni, ed è questa. La cura Ludovico è invalidante, nel senso che ti impedisce di compiere certe azioni che tu vorresti compiere (se fossi come Alex), ma non puoi; la pillola per diventare buoni è invece uno strumento compensativo, perché ti mette nella condizione di provare quelle emozioni che provano tutti gli altri (un po’ come se indossassi un paio di occhiali morali). In altre parole, la cura Ludovico restringe la gamma delle azioni che un individuo può compiere, mentre la pillola la allarga.

Si dirà: ma chi prende la pillola non è comunque soggetto a una sorta di costrizione? Non una costrizione fisica (attacchi di nausea, ecc.), ma la costrizione psicologica costituita dal senso di colpa che proveremmo qualora dovessimo compiere un atto criminale. Insomma, i sentimenti non sono la controparte psicologica della nausea di Alex?

Non esattamente. È certamente vero che il timore del senso di colpa ha un effetto deterrente, ma la forza di questo deterrente non è quasi mai irresistibile. Se lo fosse, non potremmo mai provare sensi di colpa, ma saremmo costretti ad agire sempre in conformità con i nostri sentimenti morali. Il fatto stesso che noi, qualche volta, ci sentiamo in colpa è invece la prova del fatto che siamo fondamentalmente liberi, cioè che non siamo totalmente soggiogati dal sentimento. Il caso di Alex, invece, è diverso, perché la nausea che lo assale è un ostacolo insormontabile che gli impedisce sempre di compiere il male. Alex non è libero di fare il male; chi prova sensi di colpa, invece, lo è, anche se forse la sua libertà è in parte condizionata da quello che prova. Il punto, comunque, è che se uno psicopatico prendesse la pillola per diventare buono, alla fine, sarebbe tanto libero quanto lo sono le persone normali.

Perché, allora, non prendere la pillola per diventare super-buoni?

Supponiamo allora che non ci siano obiezioni morali alla pillola che fa diventare buoni. Anche così, avremmo pur sempre il problema della sua prescrizione: non possiamo obbligare uno psicopatico a prendere la pillola, così come non possiamo obbligare un miope a indossare gli occhiali. Lo psicopatico potrà scegliere se prendere la pillola e diventare buono o continuare a rimanere socialmente pericoloso e rimanere in galera (tralasciamo qui il problema della giustizia retributiva: si potrebbe sostenere che lo psicopatico deve comunque rimanere in galera per pagare il proprio debito con la società).

A questo punto proviamo a portare il discorso su un piano completamente diverso. Chiediamoci questo: sarebbe auspicabile che la gente prendesse delle pillole per potenziare i propri sentimenti morali, cioè per diventare molto più empatica e pro-sociale di quanto non sia adesso? Secondo Ingmar Persson e Julian Savulescu, autori del libro Unfit for the Future (2014), non solo sarebbe auspicabile, ma presto diventerà necessario. La tesi di fondo del libro è questa: la nostra specie è moralmente inadeguata ad affrontare i problemi di oggi. I nostri sentimenti pro-sociali sono limitati alla piccola sfera dei membri del nostro gruppo di appartenenza (i famigliari, gli amici più intimi e pochi altri). Poco o nulla ci interessa di quello che accade nel resto del mondo. Ma questa moralità tribale, se poteva essere utile quando vivevamo in piccoli gruppi isolati, diventa dannosa in un mondo fortemente interconnesso come quello attuale. Perciò, solo con un potenziamento morale potremmo sopravvivere alle sfide che il futuro ha in serbo per noi. Potremo fare veramente qualcosa per chi si trova dall’altra parte del mondo il giorno in cui sentiremo qualcosa per lui.

Ma il sentimento è una guida affidabile?

Questo disegno potrà a prima vista sembrare sensato, ma presenta un enorme problema che proverò a illustrare con un esempio. Supponete di essere i genitori di un bambino particolarmente ghiotto di dolci. Questo bambino vorrebbe mangiare dolci in continuazione. Se smettete di comprargli dolci o se provate a nasconderli, il vostro bambino si mette a piangere. Siccome siete persone empatiche, il suo dolore vi fa star male. Qual è la cosa giusta da fare? Se doveste seguire ciò che i vostri sentimenti vi dicono, dovreste assecondare i desideri di vostro figlio e dargli tutti i dolci che vuole. Ma questa non sarebbe la cosa giusta da fare. Per capire qual è la cosa giusta da fare, almeno in questo caso, non potete affidarvi al sentimento, ma dovete fare delle considerazioni di carattere razionale. Dovete chiedervi che cosa è bene per vostro figlio, indipendentemente da quello che il sentimento vi dice.

Ora, se già in un caso così elementare il sentimento risulta essere una guida poco efficace, come possiamo pensare che possa guidarci quando si tratta di prendere decisioni infinitamente più complicate? È giusto fabbricare centrali nucleari? È giusto che un anziana/o possa avere un figlio, viste le sue scarse aspettative di vita? È giusto permettere che uno Stato salvi una banca che ha fallito dopo aver truffato i propri clienti? In che modo pensate che il sentimento possa aiutarci a dirimere questioni del genere? Non si tratta, piuttosto, di esaminare razionalmente questi problemi e di soppesarne i vari aspetti?

 

 

 

TESTI CITATI

Burgess, A. (1962) A Clockwork Orange. Tr. it. Arancia meccanica, Einaudi, Torino 1996.

Churchland, P. C. (2011) Braintrust. What Neuroscience Tells Us about Morality. Tr. it. Neurobiologia della morale, Raffaello Cortina Editore, Milano 2012.

Persson, I., Savulescu, J. (2014) Unfit for the Future, Oxford University Press, Oxford.

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