La filosofia ai tempi di Facebook

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C’è un’idea che mi è capitato di sentire più volte: che non si può veramente discutere di filosofia su Facebook. Non so quali fossero esattamente le ragioni dei sostenitori di questa idea, ma ho provato a immaginare quella che mi sembra la più plausibile:

…perché non puoi veramente argomentare: è vero che Facebook, a differenza di Twitter, non impone un numero definito di caratteri e che, in teoria, uno può scrivere testi molto lunghi. Ma di fatto si è costretti a contenere i propri interventi in uno spazio ragionevolmente breve. Anche un post di 6000 caratteri potrebbe comunque essere troppo breve, perché ci sono tesi che richiedono lunghe catene di argomentazioni. Immaginate se Darwin avesse voluto diffondere su Facebook le argomentazioni che sorreggono la teoria della selezione naturale! Ci sarebbe riuscito? No di certo. Le discussioni serie richiedono lunghi discorsi, ed è per questo che esistono i libri.

Interminati spazi?

Ora questo argomento mi sembra quanto meno esagerato: è vero che ci sono teorie che, per essere pienamente giustificate, richiedono lunghe catene di argomentazioni, ma non è sempre così. Prendiamo un esempio famoso. Nel 1963 Edmund Gettier pubblica un articolo per mostrare che, contrariamente a quanto si era fino a quel momento pensato, la conoscenza non è un insieme di credenze vere giustificate. Sapete quanti caratteri contiene quell’articolo? 5132! Ciò significa che potreste tranquillamente stamparlo tutto nello spazio di una sola pagina, usando il carattere Times New Roman 12. D’accordo, non sarà paragonabile ai Principia Mathematica, ma è pur sempre un articolo importante, che ha suscitato un intenso dibattito nel mondo accademico. Non è vero, dunque, che non si può assolutamente argomentare in uno spazio breve. Ci sono argomenti che possono essere facilmente contenuti nello spazio di poche righe e che possono essere discussi in scambi brevi e serrati. E cosa impedisce di farlo anche su Facebook?

Il tutto e le parti

A pensarci bene, non è nemmeno vero che non è mai possibile discutere le grandi teorie in spazi brevi. Basta che ci mettiamo d’accordo sullo scopo della discussione. Forse non potremmo fare un bilancio complessivo della Somma teologica di Tommaso d’Aquino, ma nulla ci impedisce di discutere parti specifiche di quell’opera. Per esempio, potremmo fare una discussione sulle prove dell’esistenza di Dio (ciascuna delle quali, per inciso, occupa uno spazio anche inferiore dell’articolo di Gettier). E anche le opere fortemente organiche come l’Enciclopedia delle scienze in compendio di Hegel possono essere discusse nelle loro parti. L’idea che non si possa mai estrapolare un micro-argomento da un contesto più ampio allo scopo di discuterlo criticamente è, di nuovo, frutto di un’esagerazione, e si fonda su di un fraintendimento della natura stessa dell’argomentazione filosofica.

Supponiamo che io voglia dimostrare che la storia universale è la manifestazione del Maligno nel mondo, e che per farlo abbia bisogno di una catena di 666 pagine di argomentazioni. Ora, per quanto lunga, un’argomentazione non è un pastone informe, ma sarà sempre formata da una serie di premesse e conclusioni. E in ogni punto dell’argomentazione è lecito chiedersi se le premesse che lo formano sono vere e se la conclusione segue dalle premesse. È vero che la verità delle premesse di un argomento può dipendere (e spesso dipende) da premesse più generali, ma questo non vuol dire che non ci si possa comunque interrogare sulla coerenza tra le premesse specifiche e le conclusioni specifiche. Inoltre, è sempre possibile andare a reperire quelle premesse generali da cui l’intero discorso scaturisce, ed esaminarle a parte.

Un’agorà… nel bene e nel male!

Più che a una sala conferenze dove ciascuno parla ex cathedra senza mai essere interrotto (salvo alla fine), Facebook assomiglia a un’agorà, una piazza virtuale dove uno esprime in modo molto sintetico le proprie idee e dove gli altri si mettono immediatamente a discutere con lui: richiedendo dei chiarimenti, facendo obiezioni, proponendo idee alternative e, qualche volta, insultando. Non c’è nulla che possa avvenire nella grande agorà di Facebook che non possa avvenire in un’agorà reale. Nel bene come nel male! Naturalmente questo può essere molto frustrante, perché non sempre le discussioni avvengono in punta di fioretto. Spesso ti sembra di fare la lotta greco-romana nel fango. C’è un bel detto di un anonimo che dice: “Discutere con certe persone è come giocare a scacchi con un piccione. Puoi essere anche il campione del mondo ma il piccione farà cadere tutti i pezzi, cagherà sulla scacchiera e poi se ne andrà camminando impettito come se avesse vinto lui.”

Questo però non è un problema di Facebook, ma della gente che ci sta dietro. Se guardate un qualunque dibattito televisivo (da Uomini e Donne a Otto e Mezzo) vedrete che i colpi bassi non mancano mai, come non mancano nei dialoghi di Platone, che sono così belli da leggere anche per quello. Noi umani siamo fatti così. Vogliamo vincere nelle dispute, e spesso siamo pronti a usare ogni mezzo pur di riuscirci. Con questo, naturalmente, non voglio giustificare l’uso dei colpi bassi nelle discussioni. Sto solo dicendo che, se è impossibile discutere di filosofia su Facebook, allora lo era anche per Socrate nell’agorà di Atene. E badate che Socrate non discuteva solo con raffinati cultori della materia, ma con calzolai, carpentieri, vasai, con la gente comune.

Ma Eco non ha detto che “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli”?

Sì, lo ha detto, e non ho mai trovato questa battuta particolarmente felice, anche perché non si capisce bene cosa si vorrebbe insinuare. Voleva forse dire Eco che agli imbecilli non deve essere dato il diritto di parola? Non penso che volesse dire una cosa del genere. Forse allora voleva dire che i social, per come sono fatti, non rispettano le gerarchie, perché non tengono conto del grado di competenza dei partecipanti alle discussioni. Tutti hanno diritto di parola nei social, e la parola di un Nobel vale quanto quella di un complottaro. Anche l’ultimo degli imbecilli può criticare le opinioni di un Rovelli su Facebook. Rovelli, se vuole rispondere, deve in qualche modo mettersi al suo stesso livello. Questo è vero, certamente.

Ma allora? Dove starebbe esattamente il problema? A parte il fatto che nessuno obbliga Rovelli a rispondere a tutte le critiche che gli vengono mosse (specie a quelle idiote), resta comunque il fatto che, se scrivi una cosa nel tuo profilo Facebook, vuol dire che acconsenti a condividerla con la cerchia delle persone a cui hai permesso di vedere quello che scrivi. Chi ha dato a queste persone il diritto di replica? Ma tu, ovviamente, nel momento in cui le hai ammesse nella tua cerchia di amici! Nessuno ti ha obbligato a farlo, così come nessuno ti obbliga a farlo in futuro. Se vuoi che le tue cose siano giudicate da una cerchia ristretta di esperti, non hai che da trovare il posto giusto per farlo. Ci sono un sacco di riviste specializzate che sono completamente fuori dalla portata delle legioni di imbecilli di cui parla Eco. Non solo, ma Facebook ti dà anche il potere del tutto legittimo di togliere la parola agli imbecilli che scrivono sul tuo profilo. Se quello che scrive un tuo “amico” non ti piace, o se lo trovi offensivo, puoi sempre cancellarlo dalle tue amicizie, oppure puoi impedirgli di scrivere nella tua bacheca o di vedere quello che scrivi. Dopotutto, la bacheca è la tua, e tu hai tutto il diritto di decidere chi ci può scrivere e chi no. Se invece vai a scrivere in uno spazio pubblico come un forum o altre cose del genere, devi stare alle regole e accettare le critiche, oppure andartene.

In summa…

Insomma, io non penso che non si possa proprio discutere di filosofia su Facebook. È vero che molte discussioni sono una perdita di tempo, che spesso si gira intorno ai problemi senza mai venire a capo di nulla, ma non mi sembra che ci siano delle ragioni strutturali che impediscano un confronto proficuo. Nella mia esperienza, ho visto che la differenza la fanno sempre le persone. Quando discuto con gente brava (e tra i miei contatti c’è della gente che io reputo veramente brava), imparo sempre qualcosa, mi chiarisco le idee su molte questioni, vengo spinto a vedere le cose da punti di vista differenti. E se questo non è fare filosofia, allora non so più cosa lo sia.

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