Il verbalismo e l’ontologia del Grande Blobbone

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Il filosofo Francesco Sepe scriveva oggi sulla sua bacheca di Facebook quanto segue:

Questa storia secondo cui il mondo in sé sarebbe un pastone senza proprietà e differenze, in cui noi, magicamente, tramite i nostri concetti, categorie ecc, ritagliamo questa o quella entità è, a mio avviso, una bufala e non capisco come anche filosofi intelligenti come Achille Varzi ci caschino. Se fosse vero non esisterebbero realmente nemmeno i nostri corpi e i nostri cervelli e non potremmo ritagliare alcunché. D’altra parte se si ammette che i nostri corpi esistono realmente, allora perché non ammettere la realtà oggettiva di pianeti, montagne, alberi e molecole di h2o?
L’alternativa a questo quadro contraddittorio per un antirealista alla Varzi (ma non per il realista) è ammettere gli spiriti disincarnati.

Sono d’accordo con Sepe, e aggiungo che questa ontologia, che io chiamo del Grande Blobbone, mi sembra un bell’esempio di sottoprodotto del verbalismo. Mi spiego con un esempio. Avete presente la Notte stellata di Van Gogh? Dove finisce quel quadro? Forse dove finisce la tela. E chi lo ha stabilito? Non potrebbe finire, invece, dove finisce la cornice? Dobbiamo considerare parte del quadro anche il chiodo che lo mantiene appeso? Di solito non lo facciamo? Ma chi ci impedisce di farlo? Ma se consideriamo anche il chiodo, visto che ci siamo, perché non consideriamo anche il muro che tiene su il chiodo? E perché non l’intero museo che lo contiene, e la città del museo, ecc.? Volendo essere estremi potremmo persino arrivare a dire che la Notte stellata comprende l’intero universo o, come dicono i filosofi, la totalità dell’essere. E perché no?!

Cosa c’è di sbagliato in questo modo di ragionare? Nulla in realtà, perché la Notte stellata è una cosa o un’altra a seconda del criterio di identità che decidiamo di adottare. Se decidiamo che un quadro finisce dove finisce la tela, allora la cornice, il chiodo, il muro ecc. non fanno parte del quadro. Se invece decidiamo che un quadro deve comprendere anche la sua cornice, allora la Notte stellata finisce sul bordo di legno che delimita la tela. Che noi adottiamo un certo criterio di identità piuttosto che un altro è un fatto totalmente arbitrario. Proprio per questo la domanda: che cos’è veramente la Notte stellata è priva di senso! È priva di senso perché non esiste un criterio di identità privilegiato rispetto agli altri, che ci venga imposto, per così dire, dalla natura stessa delle cose. Che la Notte stellata sia la tela piuttosto che la tela più la cornice dipende interamente da noi, proprio come dipende da noi il fatto di chiamare “quadro” una certa cosa. Per la stessa ragione, non esiste nemmeno qualcosa come un’essenza delle cose: la domanda socratico-platonico-aristotelica “che cos’è?”, è priva di senso.

Non mi fraintendete, però. Non dico che sia privo di senso in generale chiedersi cos’è questa o quella cosa. Ha senso chiedere che cos’è un quadro! Ma ci sono due modi di intendere questa domanda: un modo, per così dire, corretto e uno scorretto. Il modo corretto non presuppone che esista un criterio di identità privilegiato, naturale, per rispondere alla domanda. Secondo questa accezione, chi chiede: “Che cos’è un quadro?” vuole semplicemente sapere qual è il criterio di identità che abbiamo socialmente – quindi convenzionalmente! – deciso di adottare quando parliamo di quadri. Il modo scorretto – quello socratico-platonico-aristotelico – presuppone invece che esista qualcosa come una natura intrinsecaoggettiva del quadro che si tratta di individuare, di scoprire. Ma una cosa del genere non esiste affatto, come si diceva. Sarebbe come pensare che le cose hanno naturalmente un nome piuttosto che un altro.

Ora, da tutto questo non segue nessuna delle seguenti conclusioni (leggete bene antirealisti!):

  1. che non esiste il quadro
  2. che non esistono le proprietà del quadro
  3. che l’esistenza del quadro dipende dai nostri schemi concettuali
  4. che in realtà esiste solo un Grande Blobbone (ciò è altrettanto arbitrario che dire che esistono quadri, montagne, fiumi e persone)
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Un pensiero su “Il verbalismo e l’ontologia del Grande Blobbone

  1. Pingback: Il verbalismo e l’esistenza dei draghi – Dario Berti

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