La fallacia della finestra rotta

finestra

Un ragazzino lancia un sasso contro la finestra di un panettiere e la rompe. Ha fatto bene oppure no? Intuitivamente ci verrebbe da dire di no. Il panettiere ha subito un danno, e adesso dovrà spendere dei soldi (poniamo 100 €) per ripararla.

Supponiamo però che un passante non sia d’accordo e che dica: “C’è anche un lato positivo in questa faccenda. Dopo tutto, l’atto vandalico del ragazzino ha dato da lavorare al vetraio. Con i 100 € che guadagna per sostituire la vetrata del panettiere, potrà comprarsi delle cose, dando così del lavoro ad altra gente.”

Insomma, viene fuori che il piccolo vandalo è un benefattore!

Ma è così? Non proprio. In effetti, il passante sta considerando solo un lato della medaglia, vale a dire la catena degli effetti positivi che conseguono all’atto vandalico. Questi effetti positivi sono, indubbiamente, reali. Soprattutto sono visibili.

 

Poi, però, ci sono gli effetti negativi. Questi effetti sono invisibili e, proprio per questo, più difficili da cogliere. Il panettiere deve spendere 100 € per riparare la vetrata. Quei soldi li voleva spendere per comprarsi un vestito nuovo, ma ora non lo può più fare. Riparare la vetrata del suo negozio è più importante. Questo vuol dire che il sarto che gli avrebbe confezionato il vestito non riceverà quei 100 € dal panettiere. Né potrà spendere quei soldi per comprarsi, a sua volta, le cose di cui ha bisogno.

La morale di questa storia è che i soldi guadagnati dal vetraio sono stati persi dal sarto. L’atto vandalico non ha creato nuovo lavoro. Ha dato lavoro a qualcuno e tolto lavoro a qualcun altro. Noi tendiamo a notare ciò che è visibile (il vetro nuovo, il vetraio che guadagna dei soldi, ecc.) e a dimenticarci di ciò che è invisibile (il vestito che non è mai stato confezionato, il sarto che non ha mai guadagnato quei 100 €).

Ma l’economia non è solo la scienza del visibile, è anche la scienza dell’invisibile, come ha insegnato Frédéric Bastiat, da cui ho tratto questa storiella.

L’apologo della finestra rotta insegna che in economia – ma lo stesso discorso vale anche per la morale in genere – non dobbiamo limitarci a considerare solo gli effetti immediati di una misura economica, ma anche quelli più a lungo termine. Come dice Henry Hazlitt:

Il cattivo economista ha di mira solo gli effetti immediati; il buon economista guarda più lontano e si preoccupa anche di quelli remoti o indiretti. Il cattivo economista considera le conseguenze di una determinata politica solo nei confronti di un gruppo particolare; il buon economista si preoccupa anche delle conseguenze che tale politica può avere sull’intera collettività. (Hazlitt, 1946, p. 14)

Vediamo adesso quali sono alcune possibili applicazioni della fallacia.

La guerra e il terrorismo

La fallacia della finestra rotta ha numerose applicazioni. La più popolare è quella che sostiene che la guerra è un fattore propulsivo dell’economia perché, quando un paese viene distrutto, poi bisogna ricostruirlo, dando così lavoro a un sacco di gente. Ovviamente questa tesi piace molto ai teorici del complotto e, in generale, ai critici del capitalismo, che possono dire: “La guerra fa parte dell’essenza stessa del capitalismo, perché genera enormi profitti.”

Dopo aver letto la parabola della finestra rotta, però, dovremmo essere un po’ più cauti prima di accettare questa teoria. È certamente vero che la guerra fa girare una certa economia: se un paese è stato devastato da una guerra, ci saranno molte case e infrastrutture da ricostruire. Il settore dell’edilizia si espanderà notevolmente, dando da lavorare a molta gente. Questo è l’effetto visibile.

Ma poi c’è l’effetto invisibile, come nel caso della finestra rotta. All’aumento della domanda nel campo dell’edilizia corrisponde una diminuzione della domanda negli altri settori. Vengono costruite più case e strade, ma vengono anche vendute meno automobili, televisioni, vestiti, computer, ecc. Molta gente troverà lavoro nell’edilizia, ma quelli che lavoravano negli altri settori restano disoccupati. Quello che aumenta da una parte diminuisce dall’altra. Più che creare nuovo lavoro, la guerra lo sposta.

Una variante della stessa fallacia è stata sostenuta recentemente da Paul Krugman: secondo lui, la distruzione del World Trade Center avrebbe dato un notevole impulso all’economia americana. Di nuovo, si tratta di una mezza verità: tutte le risorse spese per ricostruire il WTC producono l’unico risultato di ripristinare le cose com’erano prima dell’attacco terroristico. Ma se non ci fosse stato l’attacco, non solo avremmo il WTC, ma avremmo anche quelle risorse, che potrebbero essere spese per altri progetti. Di nuovo, ci concentriamo su ciò che viene fatto e ci dimentichiamo di ciò che si sarebbe potuto fare.

Le opere pubbliche

Ci sono un tot di opere che lo Stato costruisce con i soldi pubblici: strade, ponti, edifici, porti, ospedali, ecc. Non c’è nulla di male in questo. Se c’è bisogno di un ospedale, è giusto che venga costruito.

Spesso però si sente dire che le opere pubbliche fanno crescere l’economia, perché “creano lavoro”. C’è una parte di verità in questo: per costruire l’ospedale, bisogna dare lavoro a della gente. Quando l’ospedale sarà terminato, vedremo un sacco di gente che ci lavora dentro. Vero.

Ma anche qui dobbiamo guardare agli effetti invisibili. I soldi con cui lo Stato realizza le opere pubbliche non vengono creati dal nulla, ma vengono prelevati dalle tasche dei contribuenti sotto forma di tasse. Più vengo tassato, meno soldi ho a mia disposizione da spendere in cose come libri, vestiti, spazzolini, ecc. Chi produce quelle cose non riceverà mai i soldi che mi sono stati prelevati dalle tasse. Perciò, al tot di lavoro pubblico creato dalla costruzione dell’ospedale corrisponde un tot di lavoro privato distrutto in altri settori. Come dice Hazlitt:

Questo formidabile capolavoro , che “i capitali privati non sarebbero mai stati capaci di realizzare”, l’ha costruito in realtà il capitale privato, quel capitale privato che è stato espropriato dalle tasse […]. (Hazlitt, 1946, p. 34)

__________________

Bastiat, Frédéric (1850), Ciò che si vede e ciò che non si vede. E altri scritti, Rubbettino 2005.

Hazlitt, Henry (1946), L’economia in una lezione, IBL Libri 2012.

Annunci

3 pensieri su “La fallacia della finestra rotta

  1. “Un ragazzino lancia un sasso contro la finestra di un panettiere e la rompe. Ha fatto bene oppure no? Intuitivamente ci verrebbe da dire di sì”. Credo che la tua intenzione fosse di scrivere “… ci verrebbe da dire di no”; giusto?

    Liked by 1 persona

  2. Pingback: La fallacia della finestra rotta | IlPiccoloMetafisico

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...