Cercare la verità: intervista a V. Fano

 fano
Ho fatto una chiacchierata con Vincenzo Fano, professore di Logica e Filosofia della scienza all’Università di Urbino, autore di molti articoli e saggi, tra cui Comprendere la scienzaI paradossi di Zenone e L’orologio di Einstein, scritto insieme a Isabella Tassani. Vincenzo si occupa anche di coordinare il blog dell’Università di Urbino, uno dei blog filosofici più interessanti che ci sono in Italia. Abbiamo parlato di etica della ricerca, logiche accademiche, Schopenhauer e un tot di altre cose.

Partiamo prima da un’esperienza personale: ti è mai capitato, discutendo con qualcuno di filosofia, che l’altro stesse “giocando sporco”?

Sì, quasi sempre.

Da cosa lo capisci?

Innanzitutto molte discussioni importanti si svolgono in inglese che per me è una seconda lingua. Spesso l’interlocutore o è madre lingua o comunque la conosce meglio di me. E usa questo strumento per surclassarmi.

Dandoti uno svantaggio in partenza…

Sì, certo, soprattutto se l’altro vuole vincere la conversazione e non cercare la verità, cioè quasi sempre.

Ma si potrebbe rispondere che non c’è una cattiva intenzione in questo.

Non credo. Io ci vedo solo un istinto umano di sopraffazione. L’uomo è un primate aggressivo e prepotente, anche i filosofi lo sono.

E quando giochi in casa, cioè quando discuti in italiano?

Allora lì c’è un altro problema. Molti filosofi discutono lungamente del nesso logico fra A e B, dove B è molto interessante. Quasi sempre A è del tutto implausibile, in base alle nostre conoscenze empiriche, e quasi sempre il filosofo o non lo sa o se ne disinteressa. E, quando glielo faccio notare, mi risponde: vabbè, ma adesso stiamo valutando se da A dipende B e non A.

Fammi un esempio.

Per esempio, prendi l’eternalismo, una metafisica arditissima che spesso si deduce dalla relatività speciale. Che fine fa il libero arbitrio in un universo eternalista?

Suppongo che evapori…

Ovviamente si deve diventare compatibilisti. Ricordo una discussione con Hoefer su questo, in inglese. Lui era molto paziente, non usava certo la lingua per sopraffarmi. A un certo punto disse: “Probabilmente hai ragione, ma io mi occupavo dell’altro problema”, con nessuna cattiva intenzione.

Quindi stai dicendo che ha spostato la discussione su altro quando si è sentito messo alle strette?

Non su altro, ma sul punto che aveva scelto lui. La gente deve pubblicare, questo distorce molto il nostro lavoro. Poi ci sono gli storicisti: se dici A ha detto X, e a me sembra che X sia ragionevole per queste ragioni addotte da A, quello ti dice: “Ma A ha detto anche Y, che è una sciocchezza.” Che minchia c’entra!, per dirla alla francese.

Ma tu pensi che la logica della pubblicazione abbia, in qualche modo, un effetto tossico sui dibattiti?

Assolutamente sì.

In che modo?

Abbiamo voluto giustamente l’università di massa, e questo vuol dire migliaia di docenti universitari che vengono selezionati sulla base della loro ricerca. Solo una minima parte di questi hanno vero interesse per la ricerca della verità.

E il resto?

La maggior parte gioca un gioco per trovare un lavoro qualitativamente divertente, retribuito decentemente e abbastanza prestigioso, nonostante tutto. Ti racconto questa storia. Nel ’92 mio padre ebbe un infarto (è un fisico teorico): appena lo seppi, mi fiondai all’ospedale, e lo trovai tutto intubato in terapia intensiva, con accanto un libro di teoria dei gruppi. Persone così sono poche. Lo credo anch’io. Poi lui ha anche dei difetti, ma è un altro discorso.

Schopenhauer proponeva di lasciare la filosofia fuori dalle università perché ridiventasse una forma autentica di ricerca. Tu saresti d’accordo?

No, per la ragione che la filosofia si fa assieme. Ci vuole una scuola. A parte il fatto che Schopenhauer non è che capisse molto di filosofia: è un moralista, che scrive benissimo, ma non un cercatore della verità.

Cos’è allora un cercatore della verità?

Colui che ha rispetto per l’immensa complessità del mondo che ci viene incontro attraverso la sensibilità e che capisce che tutto ciò lo trascende, e che, lavorando sodo, può strappare a quel mondo qualche piccolo segreto.

Io ho questa idea, però, e vorrei un tuo parere. Secondo me, un problema grosso dell’Accademia è che, per fare carriera, devi pubblicare molto e in fretta. Ma le grandi idee, le idee originali, richiedono spesso anni di incubazione, penso ai casi di Einstein, Darwin, solo per citare i grandissimi, ma anche Higgs. Non trovi che tutta questa pressione per pubblicare sia di ostacolo alla riflessione profonda?

Direi di sì. Io sono per la valutazione, ma forse occorrerebbe utilizzare criteri un po’ diversi specifici per ogni disciplina. In filosofia si sta imponendo un criterio simile ad esempio a quello della chimica organica. Probabilmente non funziona bene.

Spiegati meglio.

Numero di citazioni, impatto della rivista e numero di pubblicazioni, cioè l’h index. Non credo sia un gran che.

Quale potrebbe essere l’alternativa allora?

Il numero di ragazzi che hai portato al dottorato, ad esempio.

Perché questo dovrebbe essere un fattore dirimente?

È uno dei tanti, perché vuol dire che sai fare ricerca in gruppo e coinvolgere le persone, interdisciplinarità della tua ricerca.

Ma poniamo che uno sia un genio solitario e con scarse abilità sociali…

Qui stiamo parlando di media, il genio passa quasi sempre, cioè ce la fa: è ai livelli intermedi che ci sono i problemi.

Questo me lo diceva anche Francesco Berto tempo fa.

Io potevo restare fuori dall’accademia, perché sono normale, e mi è andata bene. Ma un fuoriclasse passa, viene quasi sempre riconosciuto.

Torniamo un attimo alla questione etica. Quali sono secondo te gli errori da non fare in una discussione?

Il primo è quello di distinguere fra la tesi e chi la sostiene, mai parlare del secondo.

Poi?

Il secondo è avere la consapevolezza che quello che si sostiene è quasi sicuramente sbagliato e, anche se fosse giusto, qualsiasi critica aiuta a migliorarne la formulazione, quindi reprimere il senso di offesa che le critiche comportano.

Tre?

In terzo luogo, non dare mai per scontato che l’altro sappia qualcosa, spiegare tutto in modo semplice e chiaro, come se dovessi parlare a uno scemo. Anche perché quasi sempre l’altro, dell’argomento di cui stai parlando, che magari stai studiando in quel momento, non sa o non ricorda quasi nulla, quindi è in effetti abbastanza scemo.

Il problema è che gli incompetenti tendono a sottovalutare la loro stessa incompetenza.

Infatti, vedi l’effetto Dunning-Kruger. Poi c’è la questione delle gerarchie.

Cioè?

Se si sta un po’ attenti, presto ci si rende conto se l’altro è più intelligente di te, basta non valutarsi male, cioè non rimanere vittima di questo bias tremendo. Bisogna rispettare questo fatto.

Non capisco come questo c’entri con le gerarchie però…

Se Berto dice una cosa, ci penso mezz’ora prima di contraddirlo, se la dice un filosofo della domenica, ci metto 30 secondi.

Ah, ok, quindi supporre che un esperto in una disciplina sappia di cosa sta parlando e magari abbia previsto certe obiezioni che gli fai.

Sì, sono molto più cauto.

Su questo sono d’accordo. Quando discuto con un esperto le mie obiezioni sono il più delle volte interlocutorie, servono a stimolare la discussione.

Sì, non solo l’esperto, ma anche quello dotato di grandi capacità. Pensa a Suppes, sconosciuto ai più quasi fino alla morte. Era il più grande. Insegnava a Stanford. Ha dato contributi fondamentali in tutti i campi, dalla probabilità alla psicologia, ai fondamenti della MQ, alla causalità. Ha riflettuto su problemi complessi come che cosa è una teoria, che cosa vuol dire misurare, sulla simmetria, sull’invarianza, ecc.

Più di quando potrei fare io in dieci vite!

È gente pazzesca. Adesso il più grande per me è John Earman. Anche lui sconosciuto: è appena uscito con un paper sull’entanglement che è straordinario. Anche lui un po’ vecchietto.

Ma questi sono i fuoriclasse di cui si parlava…

Sì, mi sento schiacciato. Invece, quando leggo Williamson, mi deprimo.

Perché?

Rifrigge idee banali, già dette mille volte, con una gran prosopopea.

Eppure sembra avere molto credito tra le cerchie analitiche.

Purtroppo. Sono le mode.

Ma tu pensi che le mode siano un modo di far emergere una certa mediocrità?

Non solo. Sono anche espressione dei desideri profondi dell’animo umano.

Cioè?

L’Unbedingt. Kant ce lo spiegava: la gente non riesce a non fare metafisica balorda. Gente nervosa, come li chiamava Quine.

È difficile dire cose interessanti tenendo i piedi ben piantati per terra.

Già, e per lo più sono state già dette, oppure sono punti talmente piccoli e noiosi.

Anche questa è una critica che viene fatta spesso ai filosofi analitici: di perdersi in dettagli insignificanti, di non essere capaci di avere delle visioni di ampio respiro.

Qui però intendevo una cosa un po’ diversa. Ci sono dettagli significativi, ma se sei una persona normale, come me, sono piccoli, non spostano molto la ricerca. Se vuoi spostare molto, basta che ti butti in epistemologia o metafisica disancorata dalle scienze empiriche, e lì puoi scoprire l’acqua calda e fartene gran vanto. Nasce una nuova epistemologia e una nuova metafisica ogni settimana.

Ma, mode a parte, quali sono secondo te i filosofi più significativi degli ultimi 200 anni?

Ci sono tre aspetti diversi: il metodo di lavoro, le pratiche argomentative e le intuizioni. Per il metodo di lavoro, i grandi empiristi: Mill, Brentano, Quine. Per le intuizioni, Hegel e Wittgenstein. Per le pratiche argomentative, Kant, Husserl, Suppes, Earman.

Pensavo che tra gli intuitivi mettessi Kant. Dopotutto pare che abbia visto una “grande luce”…

Sì, ma non ha detto cose così nuove, se pensi a Hume e Leibniz.

E Hegel? Cosa ha intuito di nuovo?

Beh, ha capito l’idealismo implicito in Galilei, l’importanza di una filosofia della soggettività, la dialettica servo padrone, la mediazione nel cristianesimo, i limiti del razionalismo in politica, la morte dell’arte.

Io Hegel lo vedo più come un grande sintetizzatore, un po’ come fu Mozart nel campo musicale.

Questo nell’Enciclopedia, che però è un’opera irrimediabilmente datata e ideologica.

Io ho scritto un paio di cose di fuoco sulla filosofia della natura e ho ricevuto delle critiche feroci. C’è ancora molta gente in Italia che lo prende serissimamente.

La Fenomenologia è piena di intuizioni, è un libro che ti fa fare dei passi avanti.

A me l’idea che la storia dell’uomo sia la storia della libertà non dispiace.

Se fosse vero sarebbe bello, in effetti.

Il problema, con Hegel, secondo me, è che è come l’oroscopo: c’è sempre qualcosa di vero in quello che dice.

Sì, è senz’altro un fuoriclasse. Conosco poco il resto dell’idealismo, purtroppo.

Lo penso anch’io. Quello che non sopporto sono i chiosatori a piè di pagina di Hegel, gli epigoni che lo vedono come una reliquia intoccabile.

Sì, con i grandi intuitivi occorre fare un lavoro di mediazione, cioè raccontarli in modo semplice e piano, e far capire le loro intuizioni e farle diventare patrimonio comune su cui argomentare e discutere. Non credo però che ci sia nulla di questo tipo in Heidegger che era solo un buono storico della filosofia.

Un’ultima domanda: cosa pensi della filosofia italiana contemporanea?

È quasi tutta storia della filosofia. È successa una strana cosa. Da Hegel fino a Cassirer, la storia della filosofia è stata una grande scoperta. Oggi non riesco a capire, non c’è quasi più nulla da scoprire. Sarebbe come se investissimo tutte le risorse che abbiamo per studiare la caduta dei gravi nel vuoto a livello del mare, cioè un tema ormai ben conosciuto.

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