È giusto che uno Youtuber guadagni un fracco di soldi?

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Come sapete, il mio argomento è la filosofia di Robert Nozick, e in particolare quello che è il suo testo classico, che si chiama Anarchia, stato e utopia. Io non ho preparato alcun appunto per la relazione di oggi, se non i passi che ho progettato di leggere, quindi non so esattamente cosa dirò, però se parlo per troppo tempo invito e autorizzo il professor Maso a silenziarmi.

L’argomento di cui io vi parlerò oggi, come argomento, diciamo così, generale, è il tema della giustizia distributiva. Come probabilmente saprete, ci sono almeno due sensi in cui possiamo parlare di giustizia. Esiste una giustizia che si chiama retributiva, che è la giustizia che ha a che fare con i concetti di pena e di colpa: io rubo in un supermercato, e quindi commetto un’infrazione, un reato di qualche tipo, e poi si pone il problema se e quale tipo di pena infliggermi, come conseguenza di questo mio atto. Naturalmente qua ci sono un sacco di problemi che sorgono. Uno di questi è di stabilire quale è la pena giusta o proporzionale (ammesso che ci debba essere una pena) che noi dobbiamo dare a un reato del genere. Però io non parlerò di nulla di tutto questo, non parlerò di giustizia retributiva, ma vi parlerò invece di giustizia distributiva. La giustizia distributiva è quella giustizia che riguarda il modo in cui noi distribuiamo cose come premi, cariche, onori e – ultimo, ma non ultimo – soldi. Si può parlare di giustizia e ingiustizia in senso retributivo, naturalmente, ma si può anche parlare di giustizia e ingiustizia in senso distributivo, nel senso che possiamo dire che viviamo in una società nella quale regnano le diseguaglianze, nel senso distributivo del termine, diseguaglianze che devono essere, in qualche modo, corrette.

Questo è un tema antichissimo, inutile che ve lo dica, è un tema di cui si occupano diffusamente già i sofisti, che poi viene ripreso da Socrate, che viene discusso approfonditamente da Platone, in particolare nella Repubblica, e che viene analizzato molto bene anche da Aristotele nella sua Etica, e più specificamente nel V libro, o capitolo, della sua Etica Nicomachea.

La domanda della mia studentessa

Giusto per spiegare un po’ meglio qual è il tipo di problema di cui oggi intendo discutere, vorrei partire da una domanda che, qualche tempo fa, mi ha fatto una mia studentessa in un momento in cui io stavo, se non ricordo male, sistemando il registro. A un certo punto questa ragazza, dal nulla, alza la mano e mi chiede se io ritenevo giusto che uno Youtuber guadagnasse così tanti soldi. Domanda bellissima!

Perché questa domanda? Perché Youtube ha dato la possibilità a molte persone di riuscire a guadagnare dei soldi. In alcuni casi, non sono moltissimi ma ce ne sono, di guadagnare molti soldi. Siccome io mi interesso un po’ di queste cose, io prima che la ragazza mi facesse questa domanda, avevo fatto delle ricerche per conto mio, e ho scoperto che ci sono Youtubers che guadagnano qualcosa come 200, 300 mila euro all’anno, e c’è anche chi guadagna di più. Poi ho voluto fare una ricerca, per capire quale fosse, in assoluto, il canale Youtube più seguito, cioè quello che ha un maggiore numero di iscritti e un maggiore numero di visualizzazioni. E ho scoperto – a meno che adesso i dati non siano cambiati – che fino a qualche tempo fa il canale più visto al mondo è un canale di un ragazzino che si filma mentre gioca ai videogiochi. Questo qua guadagna probabilmente dieci volte quello che guadagniamo il professor Maso, io e voi messi insieme. Solo di proventi pubblicitari. Quindi la domanda di questa ragazza era perfettamente sensata.

Io credo anche di aver capito quale era il retro-pensiero che c’era dietro alla sua domanda. Questa ragazza è giovane, avrà 16 anni, e quindi passerà un certo numero di ore a vedere canali di Youtube di varia gente. C’è gente che si trucca, gente che fa vedere cosa c’è nella sua borsa, gente che fa vedere cosa c’è nel suo Iphone. C’è di tutto e di più. L’altro giorno Francesco Berto, che è mio amico, mi ha mandato un video di uno che faceva una lezione su Severino… nudo. Spettacolare!

Quello che però la ragazza mi stava veramente chiedendo io, credo, fosse questo: è giusto che una persona che non ha alcun talento particolare, uno che gioca ai videogiochi, oppure uno che fa lo scemo davanti a una telecamera, guadagni molti più soldi di un cardiochirurgo, che fa un lavoro che è indubbiamente molto più utile per la società? Probabilmente per lei non era giusta una cosa del genere. Ho indagato, le ho chiesto, e lei mi ha detto che era esattamente questo che stava pensando. Allora io le ho detto: “La pensi esattamente come Aristotele.”

Aristotele: a ciascuno il suo!

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Se voi leggete la parte che Aristotele dedica alla giustizia distributiva nell’Etica, vedrete che a un certo punto Aristotele fa il seguente esempio, che è l’esempio dell’aulo. Siccome però noi oggi abbiamo poca dimestichezza con questi strumenti dell’antichità, lo sostituirò con l’esempio della chitarra. Allora immaginate di avere un liutaio che fabbrica delle chitarre, e deve decidere a chi dare la sua chitarra migliore. Gli si presentano, davanti al suo negozio, tre soggetti, A, B e C. A è una persona molto bella, molto avvenente, non particolarmente ricco, ma totalmente incapace di suonare la chitarra. B è bruttino, è pieno di soldi, ma è un chitarrista mediocre. C non è né bello né brutto, non ha un soldo però, in compenso, è un chitarrista straordinario. Ebbene, a chi dovrebbe dare la sua chitarra il liutaio?

Secondo Aristotele il liutaio dovrebbe dare la chitarra a C, che è miglior chitarrista. Primo, perché se lo merita. Quindi, c’è l’idea che la distribuzione di cose come i beni deve seguire il criterio del merito. Siccome sei più bravo degli altri a suonare, meriti più degli altri di ricevere la chitarra. La seconda ragione, più metafisica o ontologica, è che il fine intrinseco della chitarra non è quello di essere appesa su una parete per fare bella mostra, ma è quello di essere suonato. E quindi, in base a queste due ragioni, il liutaio dovrebbe dare la chitarra al miglior chitarrista.

Ora questa risposta, che è la più antica di tutte, ha un problema. Ci sono certamente delle situazioni in cui il criterio del merito va seguito. Per esempio, se dobbiamo assegnare, anziché un bene, una carica, come ad esempio quella del professore di scuola o del primo violino di un’orchestra, sembra del tutto logico e giusto che questa carica venga assegnata al più bravo, cioè al più meritevole tra i concorrenti. Ed è per questo che noi ci arrabbiamo tanto quando scopriamo che i concorsi sono truccati: truccare un concorso significa vivere in una società in cui il principio del merito non è rispettato. Questo va benissimo, e va benissimo in molti contesti. Il problema è che questo criterio non funziona in una società come la nostra (e anche come quella di Aristotele) in cui le persone si scambiano beni che devono essere comprati. Immaginiamo infatti di voler realizzare il sogno di Aristotele nel quale tutti ricevono tutto unicamente in base al principio del merito. In questa società il nostro liutaio dovrebbe dare la chitarra al miglior chitarrista. L’unico problema è che il chitarrista, e non è un dettaglio da poco, non può pagare la chitarra, perché abbiamo stipulato che era povero. E allora in questo caso abbiamo una situazione il cui il liutaio deve lavorare “a gratis”, come si suol dire. Ma per quale motivo un liutaio dovrebbe darsi da fare, se non per ottenere un qualche tipo di compenso in cambio? È chiaro che una società del genere non potrebbe esistere per un solo secondo. E quindi, che ci piaccia o meno, dobbiamo cominciare ad accettare l’idea che, in certi casi, la distribuzione di beni e servizi avviene non tanto secondo il criterio del merito, quanto secondo altri criteri.

Rawls: non puoi arricchirti a spese degli altri!

Rawls

Adesso facciamo un salto in avanti, di più di 2000 anni, e parliamo di quello che è l’autore contro il quale Nozick si scaglia quando scrive Anarchia, stato e utopia. Nozick, come forse saprete, è stato un professore di Harvard e, contemporaneo a Nozick, altrettanto famoso, era un altro professore, John Rawls, il quale, qualche anno prima, nel 1971, aveva pubblicato un libro che è da subito diventato un classico della filosofia politica contemporanea. Questo libro si chiama Una teoria della giustizia. In questo libro Rawls cerca di rispondere a questa domanda: immaginiamo di voler realizzare una società giusta, nel senso della giustizia distributiva. Come dobbiamo fare? Come faremmo?

Ora, quello che di solito uno immagina quando si mette nella posizione del demiurgo che progetta società o utopie è la seguente cosa: ci sediamo davanti a un tavolo e cerchiamo di metterci d’accordo, noi che faremo parte della società, su quelle che dovranno essere le regole della futura società giusta. Il problema, dice Rawls, è che, in una situazione del genere il risultato al quale arriveremo, non sarà quello di progettare una società giusta. Perché, qualora noi ci dovessimo sedere veramente intorno a un tavolo per discutere, ciascuno di noi, in modo più o meno malizioso, in modo più o meno cosciente, cercherà di proporre un modello di società che avvantaggia lui. Per esempio, se in questa stanza ci fosse un multimilionario, nella sua proposta cercherà ovviamente un tipo di società che permetta a quelli come lui di fare la bella vita, o di continuare a fare la bella vita. Mentre invece, chi è povero, cercherà di portare avanti progetti nei quali persone come lui avranno la possibilità di migliorare la propria condizione. Ciascuno cerca di portare acqua al proprio mulino. In questo modo però è difficile arrivare a un modello di società che fa contenti tutti.

Rawls allora propone di risolvere il problema per mezzo di un esperimento mentale, che è quello del velo d’ignoranza. L’esperimento funziona così. Immaginiamo di sederci davanti a questo tavolo per progettare la futura società giusta, ma con una restrizione: tutti noi indossiamo un ipotetico o metaforico velo di ignoranza. Ignoranza di cosa? Noi ignoriamo tutto di noi stessi, cioè quando dobbiamo stabilire le regole noi non sappiamo se, nella futura società, saremo uomini o donne, non sappiamo se saremo musulmani, cristiani, atei o buddisti, non sappiamo se saremo ricchi o poveri, non sappiamo assolutamente nulla di noi. Scrive Rawls:

Questo [il velo d’ignoranza] assicura che nella scelta dei principi nessuno sia avvantaggiato o svantaggiato dal caso naturale o dalla contingenza delle circostanze sociali. Poiché ognuno gode di un’identica condizione, e nessuno è in grado di proporre dei principi che favoriscano la sua particolare situazione, i principi di giustizia sono il risultato di un accordo o contrattazione equa. (Rawls, 1971, p. 28)

Quindi quello che ha in mente Rawls è una situazione del genere: se io non so se, in una futura società, sarò un uomo o una donna, quando devo proporre una legge, cercherò di fare in modo che questa legge tratti in modo uguale sia gli uomini che le donne. Se invece proponessi una legge che discrimina gli uomini dalle donne, se per esempio volessi una legge per cui le donne non possono guidare, e poi, nella futura società, scoprissi che io sono una donna, evidentemente verrei penalizzato da quella regola che io avevo proposto.

Ebbene, se noi ci sottoponessimo a questo esperimento, a quale tipo di società arriveremmo? Quali sarebbero le regole di questa società?

La prima cosa è questa: sotto il velo di ignoranza, tutti noi vorremmo essere liberi, cioè tutti vorremo che le libertà fondamentali vengano garantite a tutti. Le libertà fondamentali sono la libertà di parola, la libertà di movimento, la libertà di scegliersi il proprio lavoro, ecc.

Un’altra regola che sceglieremmo, secondo Rawls, è la parità dell’accesso a tutte le cariche, cioè non bisogna precludere a nessuno, in linea di principio, la possibilità di fare qualunque cosa nella vita. Per esempio, non possiamo dire che un individuo, per il fatto che appartiene a una certa religione, non può fare un certo lavoro.

Fin qua non c’è molto da discutere. Il punto che invece mi interessa di più, che poi è quello che andrà a criticare Nozick, è il terzo, ed è quello che Rawls chiama il principio di differenza, che consiste sostanzialmente in questo: noi vogliamo vivere in una società in cui è permesso, o è consentito alle persone di arricchirsi. Sotto al velo di ignoranza a ciascuno piacerebbe un’idea del genere: perché non posso arricchirmi se mi do da fare? Ma a una condizione: in questa società nessuno può arricchirsi a spese o a scapito degli altri. Quindi va benissimo che io mi arricchisca, non c’è nessun problema se nella nostra società ci sono delle differenze di natura economica, se c’è chi è più ricco e chi è più povero. Alla condizione, però, che i ricchi non si arricchiscano a spese dei poveri. Questo è, riassunto in modo brutale e schematico, quello che Rawls dice in Una teoria della giustizia.

Nozick: se c’è libertà c’è giustizia!

Nozick

Adesso veniamo a Nozick, il quale è completamente in disaccordo, non tanto con i primi due principi, quanto piuttosto col terzo principio, cioè col principio di differenza. Qui vorrei essere il più breve possibile, per cui mi limiterò a portarvi il contro-esempio con il quale Nozick ritiene di mostrare i limiti della filosofia di Rawls. Il contro-esempio si basa su un riferimento allo sport, alla pallacanestro. Negli anni ‘70 c’era un famoso giocatore di pallacanestro, che si chiamava Wilt Chamberlain, che era l’equivalente all’epoca di ciò che fu Magic Johnson negli anni ‘80 e ‘90. E allora, dice Nozick, immaginiamo di accontentare Rawls e di permettergli di realizzare la società che lui vorrebbe con questo velo d’ignoranza, e supponiamo di avere esattamente il tipo di giustizia distributiva che piace tanto a Rawls. E, per semplicità, indichiamo questo schema distributivo di Rawls con la lettera D1. Ok, siamo in una società dove c’è lo schema D1. C’è Wilt Chamberlain, grande giocatore di pallacanestro. Chamberlain fa un accordo con la sua squadra, che viene messo nel contratto, che prevede quanto segue: ogni volta che la squadra giocherà in casa, gli spettatori che vanno a vedere la partita, se lo vogliono – cioè in modo assolutamente libero e non coercitivo – potranno mettere su una cassetta messa fuori dallo stadio dove c’è il nome di Chamberlain una donazione di 25 centesimi di dollaro. La squadra acconsente a questa clausola nel contratto, inizia il campionato e viene fuori che, alla fine del campionato, Wilt Chamberlain ha guadagnato 200.000 dollari più dei suoi compagni di squadra, quindi si è arricchito molto di più degli altri.

Notate che le donazioni che hanno arricchito Chamberlain hanno modificato, di fatto, lo schema distributivo di Rawls. Prima i soldi erano distribuiti in un certo modo (supponiamo che prima tutti i giocatori di pallacanestro guadagnassero gli stessi soldi), alla fine del campionato non abbiamo più lo schema di prima. Abbiamo un giocatore che si è arricchito molto di più, e le persone che gli hanno dato i soldi si sono un po’ impoverite, perché quei soldi, anziché darli a Chamberlain, potevano tenerseli in tasca. Quindi abbiamo una situazione in cui una persona si è arricchita sulle spalle degli altri. L’arricchimento di Chamberlain ha causato, seppur di poco, un leggero impoverimento di coloro che hanno donato i soldi. E questo è proprio ciò che il principio di differenza di Rawls vorrebbe impedire. Ma, si domanda Nozick, cosa c’è di sbagliato in tutto questo?

Potremmo dire che è sbagliato quello che è successo solo se le persone fossero state costrette a dare i soldi a Chamberlain per vederlo giocare. Ma nulla di ciò è accaduto nel nostro scenario. Chamberlain ha chiesto alla squadra se andava bene avere questa clausola nel contratto. La squadra ha liberamente accettato di farlo. La cassetta è stata messa davanti allo stadio, e nessuno era costretto a donare nulla a Chamberlain. Tutti in questa storia qua sono liberi. Ma allora, se tutti sono liberi, in che senso il passaggio da uno schema distributivo a un altro diverso da quello che avrebbe voluto Rawls sarebbe ingiusto? A questo proposito vi leggo il passo in cui Nozick parla del caso di Chamberlain.

Ciascuna di queste persone ha scelto di dare venticinque centesimi del loro denaro a Chamberlain. Avrebbero potuto spenderlo andando al cinema, o in un negozio di dolciumi, o acquistando copie della rivista Dissent o della Monthly Review. Invece tutti, o quanto meno un milione di loro, convengono nel darli a Wilt Chamberlain in cambio dello spettacolo che offre giocando a basket. Se D1 era una distribuzione giusta, e le persone si spostano volontariamente da questa a D2, trasferendo parte delle quote loro assegnate in D1 […], non è forse giusta anche D2? Se le persone erano autorizzate a disporre delle risorse a cui avevano titolo (in D1), non era incluso il loro essere autorizzate a darle o a scambiarle con Wilt Chamberlain? (Nozick, 1974, p. 174)

Quindi, la risposta che uno come Nozick darebbe alla domanda della mia studentessa – se è giusto che uno Youtuber guadagni così tanti soldi – sarebbe sì, nella misura in cui le persone scelgono di guardare i suoi video. Perché il motivo per cui questo guadagna così tanto non è che ha un contratto con Youtube, il quale gli passa uno stipendio mensile in base a chissà quali accordi. No, lui guadagna così tanto perché i suoi video contengono delle pubblicità e fanno milioni di visualizzazioni. E quindi, nel momento in cui la gente smettesse di trovare interessanti questi video (per quale che sia la ragione), questo qua smetterà di guadagnare tutti quei soldi. Ma fino a quel momento non abbiamo nessuna vera ragione etica per dire che quello che sta succedendo è ingiusto.

(Testo di una conferenza tenuta il 2 marzo 2017 presso l’Università Ca’ Foscari per la Società Filosofica Italiana. L’audio della conferenza si trova qui. La discussione invece si trova qui.)

 

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ARISTOTELE, Etica Nicomachea, Bompiani, Milano 2000.

BERTI, DARIO (2016) 10 dilemmi morali. Un’introduzione all’etica per problemi, Youcanprint, Lecce.

NOZICK, ROBERT (1974) Anarchy, State, and Utopia, tr. it. Anarchia, stato e utopia, Il Saggiatore, Milano 2008.

RAWLS, JOHN (1971) A Theory of Justice, trad. it. Una teoria della giustizia, Feltrinelli, Milano 2008.

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