Difficile fare il Socrate oggigiorno!

 

Socrate_Cicuta_divertente

In un post precedente mi ero occupato del particolarismo morale. Oggi mi occuperò della concezione diametralmente opposta: l’assolutismo morale. L’assolutismo morale è l’idea socratica per cui, se diciamo che le azioni x, y, z, ecc. sono “giuste”, allora deve esistere una qualche proprietà comune, invariante, che le rende tali. Questa proprietà comune e invariante può essere catturata da una definizione. Una volta che abbiamo la nostra definizione, possiamo fare ragionamenti morali del tipo:

(1) Tutto ciò che possiede la proprietà G è giusto;

(2) x ha G, quindi

(3) x è giusto.

L’assolutismo morale è stato recentemente difeso da un gruppo di filosofi australiani (Frank Jackson, Philip Pettit, e Michael Smith 2004) sulla base di un argomento che dice, in sostanza:

(1) Se non esistesse una proprietà comune e invariante che definisce un termine, non saremmo competenti nell’uso di quel termine;

(2) ma è un fatto che noi siamo competenti nell’uso dei termini morali, quindi

(3) esistono proprietà comuni e invarianti che definiscono i termini morali.

Cosa vuol dire la premessa (1)? Facciamo un esempio. Prendiamo la parola “pari”. Noi usiamo questa parola in modo competente, nel senso che siamo capaci di riconoscere un numero pari come pari quando ne “vediamo” uno. Ma come siamo diventati competenti nel riconoscere i numeri pari? Non certo perché a scuola ci hanno fatto passare in rassegna tutti i numeri pari! Una cosa del genere sarebbe impossibile, perché esistono infiniti numeri pari. Piuttosto, ci hanno dato una definizione di numero pari. E cos’è una definizione? L’indicazione della proprietà comune e invariante a tutti i numeri pari, qualcosa del tipo: se un numero è un multiplo di 2, allora è pari. La premessa (1) dice dunque che, per essere competenti nell’uso di un termine, devono esistere proprietà comuni e invarianti.

La premessa (2) non fa che applicare il discorso ai termini morali. Anche in questo caso, noi usiamo in modo competente termini come “giusto” e “sbagliato”.

Ma, allora, siamo portati a concludere, con (3), che devono esistere proprietà comuni e invarianti che definiscono i termini morali.

Humm…

Che dire di questo argomento? Come minimo, che non è molto convincente. Chi ha detto, infatti, che l’unico modo di diventare competenti nell’uso di un termine sia quello di afferrare un tratto comune a tutte le cose a cui lo applichiamo? Prendiamo il caso della parola inglese “and”. Siamo sicuri che esista un significato nucleare di questa parola? Quale potrebbe essere? Quello di congiunzione? No. Un parlante competente sa che “and” può essere usato anche in contesti dove non significa affatto congiunzione. Ad esempio, nella frase: “Two and two make four” vuol dire “più”. Diventare competente nell’uso di questo termine non significa imparare a cogliere un senso invariante ma, al contrario, imparare i diversi usi della parola. Perché dovremmo supporre che la nostra competenza nell’uso dei termini morali debba essere diversa?

Forse l’assolutista deve fare qualche sforzo in più per perorare la sua causa. Ad esempio, dovrebbe impegnarsi a mostrare concretamente che, come nel caso dei numeri pari, esiste effettivamente un significato unitario per i nostri termini morali.

Good luck with that!

___________________________________

 

JACKSON, FRANK; PETTIT, PHILIP & SMITH, MICHAEL (2004), Mind, Morality, and Explanation, Oxford University Press, New York.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...