Fare il male per non fare il male

WWI fungo atomico Nagasaki

Le possibilità letali di una futura guerra atomica sono spaventose. Io allora sentivo che, essendo stati i primi a usarla, abbiamo adottato uno standard etico da barbari medievali. Non mi hanno insegnato a fare la guerra in quel modo, e le guerre non possono essere vinte distruggendo donne e bambini.

Grande Ammiraglio William D. Leahy, Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Statunitensi del presidente Truman (Leahy, 1950, p. 441)

Una guerra di autodifesa (così come ogni guerra) è un’azione tendenzialmente a-specifica, perché non va a colpire solo coloro che sono i diretti responsabili dello scontro, ma anche molti altri individui innocenti (ad esempio, i civili) che si trovano, loro malgrado, coinvolti nel conflitto. La teoria della guerra giusta, d’altro canto, impedisce di uccidere un innocente per autodifesa. Come possiamo, allora, parlare di “guerra giusta”, se ogni guerra comporta l’uccisione di molti innocenti? E se anche una guerra comportasse l’uccisione di un solo innocente, come potrebbe essere giusta?

Un modo per uscire da questa aporia consiste nell’affiancare la nostra teoria a una dottrina ausiliaria: la dottrina del doppio effetto (DDE).

La DDE, parte dalla constatazione che un’azione può produrre due tipi di effetti: effetti intenzionali ed effetti previsti (ma non intenzionali). Gli effetti intenzionali sono voluti. Gli effetti previsti, invece, non sono voluti ma sono, per così dire, il sottoprodotto non intenzionale della nostra azione. Facciamo un esempio. Mi sono rotto una gamba e l’ortopedico mi applica un gesso. L’effetto intenzionale è la guarigione della mia gamba. L’effetto previsto è che per un po’ di tempo dovrò usare una stampella1.

La DDE dice che:

(DDE) L’uccisione di innocenti è consentita quando è un effetto previsto (e non intenzionale).

Perciò, se l’effetto intenzionale di una guerra è la difesa una popolazione da uno stato aggressore, questa guerra è giusta, anche se comporta l’uccisione di alcune persone innocenti. Queste uccisioni sono, infatti, l’effetto previsto, ma non voluto dell’azione bellica2.

La DDE non viene applicata solo nei casi di guerra. Ci sono molte politiche perfettamente accettabili che producono la morte prevedibile di un certo numero di persone. Un paio di esempi dovrebbero qui bastare: se il limite di velocità di una certa strada viene innalzato da 80 a 100 Km/h, possiamo ragionevolmente prevedere un incremento del numero delle morti per incidente. Questa cosa di solito la mettiamo in conto e la accettiamo senza problemi. Oppure: la vaccinazione di massa comporta la morte di alcune persone per reazione allergica. Ma accettiamo anche questo perché l’effetto intenzionale è la profilassi di una larga parte della popolazione.

Ora, nel caso di una guerra per autodifesa, c’è in ballo il diritto alla sopravvivenza e alla libertà di un’intera nazione. Questo rende giustificabile l’uccisione non intenzionale di alcune persone innocenti. Presentata in questo modo, la DDE sembra abbastanza plausibile.

Ci sono tuttavia dei problemi che devono essere risolti.

Il problema dei costi-benefici

Il primo problema è ben illustrato da questo scenario. Per catturare un terrorista facciamo esplodere un’intera città uccidendo tutti i suoi abitanti. In base alla DDE questa azione è giustificabile, perché la morte dei civili innocenti è solo un effetto previsto, ma non intenzionale. Tuttavia, il danno arrecato alla popolazione è così grande rispetto al bene prodotto dall’uccisione del terrorista che è difficile da accettare. Questa obiezione è utile, perché ci segnala la necessità di aggiungere alla DDE una condizione ulteriore:

(DDE) L’uccisione di innocenti è consentita

1) quando è un effetto previsto (e non intenzionale) e

2) quando rappresenta un danno accettabile in termini di costi-benefici.

Il danno intenzionale come mezzo per un bene previsto

C’è un secondo problema, molto più serio del primo, che ora dobbiamo affrontare. Per illustrarlo, mi servirò di un celeberrimo caso storico: la distruzione delle città di Hiroshima e Nagasaki da parte degli americani.

Il 6 agosto del 1945 fu sganciata la prima bomba atomica sulla città di Hiroshima. La città fu quasi completamente rasa al suolo, e morirono tra i 90 e i 166.000 civili (all’incirca il 50% della popolazione). Tre giorni, dopo, il 9 agosto, fu sganciata la seconda bomba su Nagasaki, dove morirono tra i 60 e gli 80.000 civili (il 30% della popolazione3). Facendo la somma, otteniamo una cifra che si aggira tra i 150 e i 246.000 civili uccisi. È un numero spaventoso. Ma è giustificabile in base alla DDE? Possiamo dire che si è trattato di un costo accettabile in termini di costi-benefici?

La risposta non è scontata, perché dipende da cosa intendiamo per “costi” e “benefici”. Se per “costi” intendiamo il numero dei civili uccisi, e per “benefici” intendiamo la distruzione degli obiettivi militari dislocati nelle due città, la risposta è no. Come disse l’Ammiraglio Leahy: “Le guerre non possono essere vinte distruggendo donne e bambini.”

Ma questo non è l’unico modo di calcolare i benefici. Ce n’è anche un altro. Chiediamoci: che cosa sarebbe successo se le bombe non fossero state sganciate? La guerra sarebbe continuata ancora per diversi mesi, perché i giapponesi non avevano alcuna intenzione di arrendersi. Per vincerla, sarebbe stato necessario invadere il Giappone. E quante persone sarebbero dovute morire? In una famosa lettera4 allo storico James Lea Cate, l’allora presidente Truman risponde a questa domanda:

Quando a Potsdam arrivò il messaggio che un’esplosione atomica era avvenuta con successo in New Messico, ci fu molta eccitazione e si parlò molto dell’effetto che la cosa avrebbe avuto sulla guerra allora in corso con il Giappone.

Il giorno dopo comunicai al Primo Ministro della Gran Bretagna e al Generalissimo Stalin che l’esplosione era stata un successo. Il Primo Ministro Britannico capì e apprezzò quello che gli avevo detto. Il Premier Stalin sorrise e mi ringraziò per avergli detto dell’esplosione, ma sono sicuro che non ne capì il significato.

Convocai una riunione con il Segretario di Stato, il Sig. Byrnes, il Segretario alla Guerra, il Sig. Stimson, l’Ammiraglio Leahy, il Generale Marshall, il Generale Eisenhower, l’Ammiraglio King e qualche altro, per discutere sul da farsi con questa terribile arma.

Chiesi al Generale Marshall quanto ci sarebbe costato in vite umane sbarcare sulla piana di Tokyo e in altre parti del Giappone. La sua opinione era che l’invasione del Giappone sarebbe costata un minimo di un quarto di milione di caduti, e sarebbe potuta costare fino a un milione, per il solo lato americano, e un numero eguale al nemico. Gli altri militari e ufficiali di marina erano d’accordo.

Chiesi al Segretario Stimson quali città giapponesi erano impegnate esclusivamente nella produzione militare. Lui nominò prontamente Hiroshima e Nagasaki, tra le altre.

Mandammo l’ultimatum al Giappone. Fu respinto.

Ordinai che le bombe atomiche venissero sganciate nelle due città succitate al ritorno da Potsdam, mentre eravamo in mezzo all’oceano Atlantico. (Truman a Cate, 12/01/1953)

La stima del generale Marshall non era affatto esagerata. Basti pensare che durante la battaglia di Okinawa, da poco conclusasi, erano morte 280.000 persone tra militari e civili. A Okinawa i giapponesi avevano combattuto con una ferocia inaudita, dando un’idea di cosa avrebbe comportato l’invasione del Giappone. Avrebbero combattuto per difendere la madrepatria anche con maggior fervore. Avevano più di due milioni di soldati e stavano addestrando milioni di irregolari. Sembra dunque che l’alternativa fosse sganciare le bombe, far finire la guerra, e fare 246.000 morti (tenendo la cifra più alta), oppure non sganciare le bombe, continuare la guerra e fare tra i 500 e i 2 milioni di morti, tra americani e giapponesi.

Vista in questo modo, la decisione americana sembra rispettare il criterio dei costi-benefici. Ma c’è un problema. L’uccisione di quelle 246.000 persone a Hiroshima e Nagasaki non fu solo un effetto previsto. Fu anche un effetto intenzionale. Gli americani non volevano solo distruggere gli obiettivi militari delle due città. Volevano anche creare uno shock psicologico nei giapponesi, in modo tale da indurli alla resa. Ma per creare questo shock, era necessario dimostrare l’immenso potere distruttivo della nuova arma. E, per dimostrare questo potere, era necessario sganciarla in una città densamente abitata, uccidendo molti civili innocenti. In un verbale del Comitato “Target”, tenutosi a Los Alamos, tra il 10 e l’11 maggio 1945, possiamo leggere il seguente paragrafo:

§ 7. Fattori psicologici nella selezione dell’obiettivo

Si è convenuto che i fattori psicologici nella selezione dell’obiettivo fossero di grande importanza. Due aspetti di questi sono (1) ottenere il più grande effetto psicologico contro il Giappone e (2) fare dell’arma un primo impiego sufficientemente spettacolare perché venga riconosciuto in tutto il mondo quando sarà pubblicizzato5.

L’uccisione di tutte quelle persone innocenti fu, dunque, un danno intenzionale. Più precisamente, l’uccisione intenzionale di tutti quegli innocenti era un mezzo per abbreviare la guerra.

Questo vuol dire, però, che il fatto di cui ci stiamo occupando non è difendibile in base alla DDE, perché non soddisfa il primo criterio: quello della non intenzionalità. Truman ha intenzionalmente ucciso 246.000 persone per evitare che ne morissero 2 milioni.

Ha fatto bene? Winston Churchill pensava di sì. Durante un’assemblea alla Camera dei Comuni, ebbe a dire:

Ci sono delle voci che dicono che la bomba non si sarebbe dovuta usare. Non posso associarmi a tali idee. Sei anni di guerra totale hanno convinto la maggioranza delle persone che se i tedeschi o i giapponesi avessero scoperto questa nuova arma, l’avrebbero usata contro di noi per distruggerci con la massima alacrità. Sono sorpreso di sentire che delle persone molto valorose – ma persone che nella maggior parte dei casi non sarebbero mai andate di persona a combattere sul fronte giapponese – adottino la posizione che, piuttosto che sganciare questa bomba, avremmo dovuto sacrificare un milione di americani e in quarto di milione di vite inglesi. (United Kingdom, House of Commons 1945, Debates 16 August 1945: Debate on the Adress. Hansard Series 5, Vol. 413, cc. 79-80)

Tutto questo ci porta ad articolare ancora meglio la DDE:

(DDE) L’uccisione di innocenti è consentita

1) quando è un effetto previsto, oppure

2) quando è un effetto intenzionale, ma a condizione che il danno sia solo un mezzo in vista di un bene più grande e non un fine in sé6, e

3) quando rappresenta un danno accettabile in termini di costi-benefici.

_____________________________

1 Ovviamente possono esistere anche degli effetti imprevisti: se appoggio male la stampella e mi rompo anche l’altra gamba, ho un effetto imprevisto. Gli effetti imprevisti non hanno particolare rilevanza etica, perché sono fuori dal nostro controllo. Gli effetti collaterali previsti, invece, possono avere, come vedremo, rilevanza etica.

2 James Sterba (1992) propone il seguente test controfattuale per distinguere tra azioni previste e intenzionali. Il test consiste nel rispondere a queste due domande: 1) Avresti fatto quell’azione se ne fossero derivate solo conseguenze buone e non anche le conseguenze cattive? 2) Avresti fatto quell’azione se ne fossero derivate solo conseguenze cattive e non anche conseguenze buone? Se la risposta a (1) è “sì” e la risposta a (2) è “no”, allora: l’azione è un mezzo in vista della realizzazione di un bene (per 1); l’azione è un bene intenzionale (per 2); il male è solo previsto (per 1).

3 Tutti i dati relativi alle morti in seguito ai bombardamenti atomici sono tratti da RERF (Radiation Effect Research Foundation), un centro di ricerca nippo-americano: http://www.rerf.or.jp/general/qa_e/qa1.html. Il loro calcolo tiene conto delle persone morte entro i primi quattro mesi dal bombardamento. Nel 1950 è stato fatto un censimento, dal quale risultò che 280.000 persone esposte al bombardamento erano ancora vive.

5 Il verbale integrale può essere letto qui: http://www.dannen.com/decision/targets.html

6 Sterba (1992) propone un test, che lui chiama Nonexplanation test, per stabilire se il male intenzionale è un mezzo in vista di un bene più grande. Il test consiste nel rispondere a questa domanda: il male che consegue a un’azione aiuta a spiegare per quale motivo l’agente ha compiuto quell’azione per ottenere un bene più grande? Se la risposta è no, allora il male è solo previsto. Se invece la risposta è sì, allora il male è un mezzo in vista di un bene più grande. Nel caso della decisione di Truman, la risposta è sì, perché l’uccisione di civili aiuta a spiegare perché l’azione è stata compiuta (scuotere il morale del paese).

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