Elogio dell’imperfezione: intervista a Matteo Plebani

Plebani

Se non avete mai letto niente di Matteo Plebani, questo è il momento di cominciare, specie se vi interessa la filosofia della matematica. Matteo ha pubblicato, in Italia, una bella Introduzione alla filosofia della matematica e, per chi parla inglese, insieme a Francesco Berto, Ontology and Metaontology: A Contemporary Guide. Altri articoli suoi li potete leggere qui.

L’ho raggiunto per scambiare due chiacchiere. Gli ho dato carta bianca e questo è quello che ne è venuto fuori.

Allora, di cosa ti piacerebbe parlare?

Mah, di come un percorso di laurea, dottorato, multipli post docs in filosofia possa alla fin fine renderti una persona migliore.

Può? E perché mai?

Perché è un percorso duro e per andare avanti bisogna sviluppare alcune virtù, come la pazienza o l’umiltà, se non si vuole perdere la bussola.

Ma non trovi che molta gente venga un po’ corrotta dall’ambiente accademico?

Può succedere, ma secondo me se uno cede al lato oscuro ne paga le conseguenze. Mi spiego con un esempio.

Vai!

Se uno decide di ripetere per tutta la vita certe dottrine (perché in certi ambienti fanno figo, per compiacere il proprio supervisore, i colleghi, chi sia) ha scarse possibilità di fare carriera in filosofia, perché i ripetitori di dottrine altrui sono noiosi e nessuno se li fila. Se una passa la vita semplicemente criticare le dottrine altrui, in pochi se la fileranno perché a un certo punto anche questo stanca e la gente non ti sta più ad ascoltare/leggere.

Quindi tu dici che, per fare strada in quell’ambiente, devi essere originale?

Sì, in generale devi capire che la filosofia è una conversazione con altri ed è importante, per partecipare a questa conversazione, interagire in modo fruttuoso con le idee degli altri. Per esempio imparare ad ascoltare (più spesso leggere) con attenzione e pensare: come posso contribuire a questo dibattito? Vederla così, come uno sforzo collettivo, aiuta anche a liberarsi dall’idea che l’obiettivo per un filosofo sia “avere ragione”. Il punto è far progredire la ricerca, ma tante volte per farlo bisogna imbarcarsi in progetti che non raggiungono l’obiettivo che si prefiggono.

Ok, ma fammi fare un po’ l’avvocato del diavolo. Non hai l’impressione che a volte questi dialoghi siano un po’ fasulli. Voglio dire: spesso mi è capitato di assistere a conferenze dove all’oratore venivano fatte obiezioni facili, in modo tale da permettergli di far bella figura. La logica è quella del: tu non rompi le palle a me, e io non le rompo a te.

Mah, può succedere, certo. A dire il vero alle conferenze a cui partecipo di solito le domande sono molto carogna, pure troppo.

E anche questo può essere un modo di mettersi in mostra. Non trovi?

Sì, certo, ci sarebbe molto da dire anche su questo. Josh Parsons aveva un bell’articoletto al proposito.

Io, ad esempio, faccio molta fatica a discutere di filosofia in modo costruttivo con la gente. Ci sono pochissimi individui con cui posso venire a capo di un problema, o almeno fare progressi, discutendone insieme.

È il problema di quelli che Parsons chiama “point scorers” [cioè quelli a cui interessa soltanto “fare punti”, vincere].

Nella stragrande maggioranza dei casi è tutta una competizione per chi ce l’ha più vero!

Sì, succede, ma, di nuovo, è uno spreco di tempo. Il filosofo più produttivo che conosca (cioè quello con il miglior rapporto sforzo profuso/risultato ottenuto) è Francesco Berto. E lui, se noti, non lo fa mai, perché semplicemente non conviene. Nel tempo in cui gli haters si arrabbiano, lui scrive un paper. Una cosa che aiuta a cambiare la percezione di come funziona la filosofia a livello professionistico è passare dalla parte dei giudici, dopo essere stati sul banco dei giudicati.

Spiegati.

Per esempio, a me alcune volte delle riviste mandano dei papers da referare, cioè mi viene chiesto se l’articolo merita o meno di essere pubblicato. In quella condizione è interessante prendere nota di quali articoli tendo a scartare e quali ad accettare. Se un paper è un piacere da leggere, è originale, provocatorio, insomma mi tiene sveglio, finisco di leggerlo presto quando ancora sono fresco e pieno di energie, e in questi casi penso: “Scommetto che anche ad altri piacerebbe leggerlo”, e normalmente consiglio di pubblicarlo. Oh, tutte queste sono ovvietà. Però quando uno le vive sulla propria pelle scopre che queste ovvietà possono aiutarti, perché se impari a metterti nelle prospettiva di chi ti leggerà impari a scrivere articoli migliori.

Per me la scuola di chiarezza è il fatto di dover spiegare Kant a degli adolescenti. Se non ti fai capire entro tre secondi ti mandano a fare in culo.

Certo, quello è un grande banco di prova. Per dire, un’altra esperienza utile è quando incontri qualcuno che ti fa una domanda per aiutarti a chiarirti le idee, o a svilupparle. Quando persone così (e ce ne sono) ti aiutano a migliorare la tua presentazione/articolo allora capisci veramente cos’è una conversazione utile, e scopri che c’è un’alternativa a fare a gara a chi ce l’ha più vero. Insomma il mio punto generale è che il percorso che si intraprende per diventare un filosofo professionista è duro, costringe a confrontarsi con il fallimento spesso. Ma questo può essere utile.

Fammi un esempio di un tuo fallimento da cui hai imparato qualcosa.

Credo di aver iniziato a fare filosofia della matematica perché mi pareva una cosa da tipi tosti (con tutte le connotazioni maciste del termine), speravo di riuscire a dimostrare qualcosa, a strutturare argomenti inattaccabili che nessuno avrebbe potuto rifiutare e tutte quelle cavolate lì. Non ho dimostrato nessun teorema (nuovo) né ho mai costruito argomenti che ottenessero una approvazione universale. Ogni volta che cerco di fare un punto, c’è qualcuno che non viene convinto.

E per “qualcuno” intendi qualcuno la cui opinione tu rispetti molto.

Buona domanda. Alle volte sì.

Perché, voglio dire, c’è ancora chi non è ancora persuaso del fatto che la terra non è piatta.

Chiaro. No, diciamo che a volte convinco la maggioranza di quelli che vorrei convincere, però in ogni caso ci sarebbe l’aspettativa di un accordo maggiore quando si parla tra esperti.

E quindi cosa hai imparato da questa cosa?

Che è inutile prendersela se non tutti sono d’accordo con me. Che effettivamente, detta così, è una cosa che qualsiasi persona matura dovrebbe aver imparato ben prima di iniziare un dottorato. Ma anche ho imparato a non essere troppo perfezionista, e questa è una cosa che si tende a dimenticare quando si fa un dottorato.

C’è uno spirito popperiano in quello che dici, non trovi?

Sì sì. L’atteggiamento vincente è quello di Priest, descritto qui:

Io non sono un perfezionista. Se capisco di aver sbagliato, semplicemente ci scrivo sopra un altro paper! (Graham Priest)

Su questo sono d’accordissimo. Una buona teoria non deve essere inconfutabile o precisa fin nei minimi termini, ma deve portarti da qualche parte.

Certo. La cosa importante è che la teoria ispiri un progetto di ricerca fruttuoso, che lavorando sulla teoria si ottengano risultati.

Ok, come tireresti le somme di questa chiacchierata?

La mia intenzione era parlare di alcuni aspetti etici del percorso di apprendista filosofo. Non che voglia pormi come esempio da imitare: sono permaloso e vanitoso (come dimostra il mio aver accettato questa intervista) e un rompiscatole. Alla fine delle superiori la mia prof. di Filosofia mi disse: “Matteo, mi raccomando: cerca di non diventare un rompicoglioni”. Temo di essere diventato quello che lei non voleva, ma per lo meno sono un rompiscatole consapevole e intenzionato a non esserlo troppo.
Il succo di quello che volevo dire è che l’addestramento a diventare un filosofo professionista ricorda per certi aspetti l’addestramento alle arti marziali, almeno stando a quello che racconta un esperto di arti marziali e filosofia (Graham Priest, ‘The Martial Arts and Buddhist Philosophy’, pp. 17-28, Royal Institute of Philosophy, Supp. Volume, 73, 2013, scaricabile qui. Scrive Priest:

Anche lo sforzo e l’autodisciplina sono necessari e vengono sviluppati nell’addestramento alle arti marziali. Per cominciare, questi sono richiesti negli esercizi che creano forza e resistenza. Anche le routine di allenamento devono essere ripetute molte volte finché non diventano automatici. Bisogna disciplinare se stessi per fare quello che ci viene detto immediatamente e senza riserva. E si impara l’autodisciplina della pazienza. Per molte cose (come i risultati degli esami di valutazione) bisogna solo aspettare. Un aspetto dell’autodisciplina è particolarmente germanico nel contesto attuale. Nel dojo succederanno spesso delle cose che non ti piacciono: vieni colpito in sparring, si commette un errore in un kata quando tutti stanno guardando, non riesci a passare un esame di valutazione. Devi imparare a lasciarti scivolare questo problema, metterlo dietro di te – per continuare a concentrarsi su ciò che viene dopo.

priest
Graham Priest

Qualcosa di simile vale per la palestra filosofica (dottorato, post doc, post doc2, ecc.). Molto spesso le cose non vanno come vorresti: le tue idee vengono criticate o fraintese, i tuoi articoli rifiutati e le tue richieste di lavoro non vanno a buon fine. Sono colpi altrettanto duri di quelli che prende il karateka. Ma devi imparare ad accettare tutto questo. Queste cose è facile dirle, meno facile viverle, tanto è vero che gli accademici tendono a sclerare.
Un altro aspetto etico è l’importanza di rapportarsi con gli altri; l’ha ben espresso Timothy Williamson qui:

L’argomentazione filosofica non è un monologo nello spazio; è un contributo a una conversazione continua che ci richiede di relazionarsi a ciò che è già stato detto e di comprendere le opinioni di chi non la pensa come noi.

Collegato a questo c’è il tema degli incontri: l’apprendistato filosofico al giorno d’oggi costringe a girare parecchio e spesso nei vagabondaggi si incontrano persone eccezionali (oltre ad un tot di persone sgradevoli). Una delle cose di cui sono più grato sono gli incontri (tra cui uno romantico) che ho fatto in questi anni.

Concludiamo con due domande. La prima è: qual è una teoria che, secondo te, promette bene?

Teorie coraggiose ed interessanti: il lavoro di Stephen Yablo sulla nozione di “Aboutness”. L’aboutness è ciò di cui parla un testo, o una conversazione, o un qualsiasi scambio comunicativo. “Di cosa si parla stasera a Ballarò?”: il cosa di cui si parla a Ballarò è ciò su cui Ballarò è “about”: il tema, l’argomento. Yablo ha idee molto interessanti a proposito (ne parla un po’ qui).
Un altro tema super interessante è il tentativo di Oysten Linnebo e altri di riscattare la nozione di infinito potenziale. L’idea è che l’universo degli insiemi è ‘indefinitamente estendibile’: per quanti insiemi esistano, ne potrebbero esistere di più. L’unica introduzione che ho trovato è questo video.

La seconda domanda è di rito: consiglia ai miei lettori 3 libri da leggere.

Raymond Smullyan, Satana Cantor e l’Infinito
Bertrand Russell, I problemi della filosofia
Tim Williamson, Io ho ragione tu hai torto
Non resisto. Un quarto: Graham Priest, Logic: a very short introduction

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Un pensiero su “Elogio dell’imperfezione: intervista a Matteo Plebani

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