A proposito di autodifesa

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Il fatto di avere dei diritti implica la possibilità di difenderli ricorrendo all’uso della forza? Posso, ad esempio, uccidere un aggressore per difendere il mio diritto alla vita?

Qualcuno (ad esempio un pacifista) potrebbe dire di no, sulla base di questo argomento: se il diritto alla vita è inalienabile, allora anche il mio aggressore ha il diritto di vivere. Ma, allora, io non posso ucciderlo per difendermi da lui, per la stessa ragione per cui lui non può uccidere me. In questo modo, la massima: “Non uccidere” diventa un imperativo categorico, cioè una regola che non ammette eccezioni.

Il modo più semplice di rispondere a questo argomento è, credo, il seguente: stiamo considerando una situazione in cui muoio io, oppure muore il mio aggressore (supponendo che io non possa scappare). In entrambi i casi, muore una persona: tertium non datur. C’è però una differenza fondamentale tra noi due. Se muoio io, muore un innocente. Se invece muore il mio aggressore, muore un colpevole. Il suo torto consiste precisamente nell’aver iniziato l’uso della forza. Questo fatto è sufficiente a stabilire chi deve morire. È giusto che muoia lui, perché è un aggressore.

Ovviamente, perché si possa parlare di “colpa”, è necessario che l’aggressione sia intenzionale, e ciò accade quando il male è lo scopo della sua azione (il male che mi fa un dentista è previsto, ma non è lo scopo della sua azione).

Minaccia responsabile, ma non colpevole

Ma che fare quando la minaccia proviene da un individuo che non ha l’intenzione di provocare un danno? Prendiamo il caso della macchina (in Frowe, 20162): una macchina è guidata da un autista molto coscienzioso e prudente. Tuttavia i freni si sono rotti per ragioni imprevedibili e adesso mi sta venendo addosso. In questo caso la minaccia non è colpevole. Sono giustificato a farlo saltare in aria con il mio bazooka? Se la risposta è sì – come credo – allora il fattore della colpa non riesce a coprire tutte le situazioni in cui è lecita l’autodifesa.

Jeff McMahan (2005) ha proposto di estendere il diritto all’autodifesa ai casi in cui la minaccia è responsabile, ma non colpevole. Qui è innanzitutto importante fare una distinzione tra i due concetti di colpa e responsabilità. Toniamo al caso della macchina: in che senso il guidatore, pur non essendo colpevole, è moralmente responsabile? Perché ha scelto liberamente di guidare, sapendo che questo avrebbe potuto comportare il rischio di far del male a qualcuno. Quando il guidatore si trova con me nella situazione in cui uno di noi due deve morire, è a lui che tocca morire, perché lui è il responsabile di quella situazione.

Minaccia colpevole, ma non responsabile

Il fattore della responsabilità può integrare, ma non sostituire quello della colpa, perché è sempre possibile che un individuo sia colpevole, ma non responsabile di un aggressione. Supponiamo che qualcuno metta della droga nella mia Sprite. La droga mi fa venire delle potenti allucinazioni. Adesso sono convinto che un amico mi voglia uccidere e lo aggredisco con la mia motosega.

In questo caso, io sono colpevole nel senso che ho specificato sopra (il male che voglio fare al mio amico è lo scopo della mia azione). Il problema è che non sono responsabile di quello che faccio: non ho scelto io di prendere la droga, né potevo prevedere che qualcuno mi avrebbe drogato. L’unico motivo per cui sto inseguendo il mio amico con la motosega è che sono vittima di un’allucinazione che mi ha fatto perdere il contatto con la realtà.

Minaccia non colpevole né responsabile

C’è, però, sempre la possibilità che ci troviamo di fronte a una minaccia che non è colpevole responsabile. Consideriamo una situazione del genere: un camion senza guidatore e sul quale è legata una persona mi sta venendo addosso. La persona legata non ha nessuna colpa e non è responsabile per quello che sta succedendo. È giusto che io faccia esplodere il camion prima che mi travolga? Se stiamo ai fattori che abbiamo finora elencato, parrebbe di no. Non posso uccidere un innocente per salvare la vita di un altro innocente. Dovrei quindi lasciarmi morire. Oppure posso decidere di difendermi, ma allora sto violando il diritto alla vita della persona che si trova nell’autobus.

Perché l’autodifesa sia legittima bisogna, inoltre, che siano soddisfatte altre due condizioni.

Proporzionalità

La prima è che la minaccia deve essere letale. Posso uccidere solo chi mi può uccidere. Non posso sparare in testa a uno che mi sta spintonando. L’autodifesa deve, quindi, rispettare il criterio della proporzionalità.

Il problema è che non è sempre chiara l’entità della minaccia. Se un tizio mi insegue con una mazza da baseball, come faccio a sapere se ha l’intenzione di uccidermi, o se vuole semplicemente darmi qualche colpetto? In questi casi, è possibile difendere la proporzionalità con un approccio basato sulla nozione di soglia. Non è necessario che l’entità della minaccia sia evidente: è sufficiente che la modalità dell’aggressione superi una certa soglia di pericolosità. Se uno mi aggredisce con una mazza da baseball, vi è una certa probabilità che possa ammazzarmi. Questo mi autorizza a ucciderlo per autodifesa. Alcuni pensano che ci siano delle eccezioni al criterio della proporzionalità, e dicono: io posso uccidere anche qualcuno che vuole torturarmi, o tenermi prigioniero. Queste eccezioni vengono giustificate dicendo che azioni del genere, anche se sono diverse dall’uccisione, sono però della stessa magnitudine.

Estrema misura

Perché l’omicidio sia giustificabile bisogna, infine, che sia l’estrema misura. Posso ucciderti solo se non c’è altro modo di salvare la mia vita. Se posso impedirti di uccidermi chiudendoti a chiave in una stanza piuttosto che sparandoti con un fucile, devo chiuderti nella stanza. Se posso scappare, ancora meglio.

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FROWE, HELEN (20162), The Ethics of War and Peace. An Introduction, Routledge, London.

MCMAHAN, JEFF (2005), “The basis of moral liability to defensive killing”, in Philosophical Issues 15, Normativity, pp. 386-405.

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4 pensieri su “A proposito di autodifesa

  1. È da notare che il nostro codice penale prevede, fra le scriminanti per un omicidio, accanto alla legittima difesa, anche lo “stato di necessità”. Ho dovuto uccidere una persona per salvarmi la vita, non avendo alcuna alternativa fra la sua morte e la mia.

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  2. E se, collegandoci al più attuale dei dibattiti sulla questione, lo scopo dell’altra persona fosse derubarmi? Secondo Locke anche la proprietà è un diritto inalienabile e dovrebbe dunque essere un mio diritto quello di difenderla. Se un ladro mi entra in casa e sono pronto a difendermi è plausibile che lo ferisca o addirittura uccida (e a questo punto vale quanto scritto nell’articolo), ma se io lo vedessi scappare con un sacco pieno di refurtiva che mi appartiene avrei o meno il diritto di usare il mio fucile di precisione per gambizzarlo o, se la sfortuna fosse dalla sua parte, ucciderlo? Avrei legittimamente difeso il mio diritto alla proprietà o avrei commesso un imperdonabile ed insindacabile crimine?

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    1. Secondo quella che è la teoria standard dell’autodifesa, perché l’autodifesa sia legittima devono verificarsi certe condizioni: 1) proporzionalità (si può uccidere solo chi rappresenta una minaccia letale); 2) estrema misura (si può uccidere solo se non c’è altro modo di salvare la vita di colui o colei che è minacciata). Quanto alla domanda, se l’omicidio sia giustificato quando è danneggiata la mia proprietà, la risposta è no, perché non sono soddisfatti i due criteri di cui sopra. E’ chiaro però che se qualcuno si introduce in casa mia, non sta semplicemente violando la mia proprietà (come se mi stesse danneggiando l’automobile); sta creando una situazione di pericolo per la mia incolumità, quindi può essere considerato un aggressore. Questo, per alcuni, può giustificare la sua uccisione.

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