Tutto è egoismo?

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C’è tutta una corrente della filosofia morale, che potremmo chiamare “riduzionista”, che avanza il seguente argomento:

(1) La contrapposizione tra i concetti morali di giusto e sbagliato, bene e male, virtù e vizio, ecc. è solo apparente.

(2) In realtà, i termini positivi di “giusto”, “bene, “virtù”, ecc. non sono altro che maschere dei termini negativi “sbagliato”, “male”, “vizio”. Questi mascheramenti servono a rendere i termini negativi socialmente accettabili.

(3) I termini negativi sono a loro volta espressioni di un unico impulso fondamentale: l’egoismo.

Uno dei maggiori esponenti di questa corrente è François de La Rochefoucauld, di cui vi consiglio Le massime.  Nella massima 236, scrive ad esempio:

Quando operiamo per il bene degli altri sembra che l’egoismo si lasci sopraffare dalla bontà e dimentichi se stesso. Ma è un modo per prendere la strada più sicura per raggiungere i propri fini; è un prestare a usura col pretesto di donare ed è anche un modo per conquistarsi il favore di tutti con un mezzo ingenuo e raffinato.

(de La Rochefoucauld, 1665, §. 236)

Se il linguaggio morale è un travisamento della realtà delle cose, allora possiamo liberarcene e descrivere le cose come stanno, chiamare le cose con il loro nome. Non possiamo più dire, allora, che è sbagliato rubare, o che il bombardamento di un ospedale è un atto moralmente riprovevole. Né possiamo dire che questi atti sono “giusti”. Il nostro linguaggio non può più contenere termini normativi, ma solo descrittivi. Non c’è più bisogno di giustificare l’operato delle persone. Bisogna essere, come diceva Nietzsche, al di là del bene e del male.

Ora questa teoria ha, tra gli altri, un problema che vale la pena di menzionare. Se la accettiamo, non riusciamo più a descrivere accuratamente le azioni umane. Il linguaggio morale, infatti, non è solo solo prescrittivo, ma è anche giustificativo, serve cioè a spiegare perché facciamo ciò che facciamo. Ad esempio: un soldato deve prendere una decisione straziante. Da cosa dipende lo strazio? Dalle concezioni morali di quel soldato. Possiamo descrivere accuratamente l’azione del soldato senza mettere in conto le sue concezioni morali? O ancora: un individuo si pente per come ha trattato un amica e le chiede scusa. Come possiamo spiegare la sua azione di chiedere scusa, se non riferendola alla sfera dei suoi valori morali?

Questo ci dice che il progetto riduzionista di de La Rochefoucauld ha un problema. Perché il riduzionismo funziona solo se non perde in potere esplicativo rispetto alle spiegazioni tradizionali. L’atomismo fu un programma riduzionista che ebbe successo, perché consentiva di spiegare tutti i fenomeni allora noti (e anche di più) a partire da un’unica ipotesi esplicativa. In questo caso, la riduzione funziona, perché non ci rende “muti” rispetto ai fenomeni, ma ci consente di descriverli meglio.

La “morale” della storia è questo: è facile fare i riduzionisti e dire cose del tipo: “Tutto è egoismo”, “tutto è tornaconto personale”. Poi, però, bisogna vedere se si riesce a rendere conto della complessità dell’agire umano.

_______________________

DE LA ROCHEFOUCAULD, FRANÇOIS (1665) Sentences et maximes morales. Tr. it. Massime, BUR 2008.

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10 pensieri su “Tutto è egoismo?

  1. Una domanda: che differenza c’è tra il dire “Tizio si pente perché crede di aver tradito un’amica” e “Tizio soffre perchè crede di aver tradito un’amica”? Cioè, io non vedo nessuna difficoltà a sosituire i termini “giusto” e “sbagliato” con i termini “piacevole” e “doloroso”. Il che ovviamente mi porta a pensare che non esistano cose “giuste in sè” o “sbagliate in sè”, ma sempre giuste o sbagliate per qualcuno (il che vuol dire: piacevoli o dolorose, secondo una intensità variabile, per quel qualcuno). Poi sarà un pensiero ingenuo, eh, per carità, però non mi sembra di avere problemi nello spiegare i comportamenti umani in questo modo.

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  2. Il “motivo”, cioè la causa della sofferenza, è appunto la credenza di aver tradito. Se poi mi chiedi quale sia la causa del fatto che quella credenza causi sofferenza, io potrei semplicemente risponderti che lo causa perché… è necessario che lo faccia (così come, non so, gettando una pietra è necessario che questa prima o poi cada a terra: qui – mi pare – non abbiamo nessuna difficoltà a parlare in questo modo, non abbiamo bisogno di aggiungere nient’altro, quindi non capisco perché non potremmo parlare in questo modo anche relativamente al piacere e al dolore).
    Credo (correggimi se sbaglio) che la tua tesi invece sia “Tizio prova dolore perché il tradire è la violazione di una norma morale”; bene, potrei farti la stessa obiezione: e qual è il “motivo” per cui violare una norma morale dovrebbe farmi soffrire? Mi pare che anche tu dovrai dire qualcosa del tipo “la violazione della norma morale causa sofferenza perché è necessario che lo faccia”.

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    1. La causa della sofferenza non è la credenza di aver tradito, come dici tu. Bruto lo sapeva di aver tradito Cesare, ma pare che la cosa non lo turbasse. La causa della sofferenza è la credenza che tradire sia sbagliato. Perché questa credenza mi faccia soffrire è un problema che lascio alla scienza. Ma non è la sofferenza a suscitare in me il pensiero che l’azione che la provoca sia sbagliata (altrimenti dovrei qualificare come sbagliata qualunque azione mi procuri sofferenza: ovviamente non è così).

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  3. Tenti di dimostrare che la mia tesi per cui la causa della sofferenza sia la credenza di aver tradito, e lo fai portando come esempio un caso in cui quella stessa credenza non sembra aver causato sofferenza (Bruto); ma il punto è che io non credo che uno stesso fenomeno, il tradimento, causi in tutti gli individui le stesse reazioni emotive, e quindi quando dico che la causa della sofferenza è la credenza di aver tradito, ti sto parlando di cosa accade A ME (però in effetti da come l’ho scritto sembra che io volessi parlare di tutti, quindi colpa mia); evidentemente io e Bruto siamo fatti diversamente (il che per me non è affatto un problema, dato che credo che i valori siano relativi).
    Continui dicendo che la causa della sofferenza è la credenza che tradire sia sbagliato: bene, questo potrebbe essere PER TE; ti porto invece la mia esperienza: per me qualcosa è sbagliato perché mi fa soffrire, e non il contrario (mi fa soffrire perché è sbagliato, perché viola una qualche “norma”).
    Concludi dicendo che non necessariamente un’azione sbagliata ti provoca sofferenza; e allora ti faccio una domanda: è possibile che un’azione sia giusta, anche se non ti dà alcuna sensazione positiva? E che sia ingiusta anche se non ti dà alcun dolore? Se si, allora che interesse hai a parlare di quelle azioni giuste e ingiuste che non ti provocano alcuna reazione emotiva? Ovviamente lo puoi fare, però non capirei che interesse avresti.

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  4. Pagare il biglietto del tram è giusto, ma non mi dà alcuna sensazione positiva. Che interesse ne ho a parlarne? L’etica si occupa di ciò che è giusto o sbagliato. Questo è il mio interesse.

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  5. Mi sa che siamo su due mondi completamente diversi allora 😀
    Per me l’etica deve occuparsi di ciò che ci rende felici o tristi, e tutto il resto dal mio punto di vista è irrilevante. Buona giornata 🙂

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  6. La ragione per cui talora si è portati a credere che “giusto” e “sbagliato” siano descrittivi è che, indubbiamente, esistono come categorie psicologiche/percettive.
    È indubbio che abbiamo il senso del giusto e il senso dello sbagliato, più o meno come abbiamo il senso dei colori; e entrambi li abbiamo perché sono adattivi in senso biologico.
    Tuttavia, il fatto che abbiamo il senso dei colori non significa che i colori esistano al di fuori della nostra testa, e quindi neanche che sia possibile parlare del colore di qualcosa come di un fatto oggettivo e assoluto. Al massimo è un fatto altamente generale, i.e. la maggior parte delle persone distingue due colori che chiama rosso e il verde, ma i daltonici e molti animali no… d’altro canto, molti animali vedono colori che noi neanche vediamo. E quel vestito, alla fine, è blu e nero o bianco e oro?
    Sicuramente esiste il senso morale. Questo porta molti a pensare che dunque debba esistere anche un fatto morale oggettivo sottostante, ma questo è un non sequitur. Come esiste il senso estetico, ma esso è soggettivo e non esiste una legge del bello… al massimo esistono criteri parecchio generali del bello, tutto lì.
    Questa è la ragione per cui non c’è l’accordo assoluto su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, nemmeno all’interno della sola comunità degli “esperti” (ammesso che possano esistere “esperti di etica”), perché il senso morale è soggettivo.
    Tuttavia, è possibile costruire una morale oggettiva, o per meglio dire, intersoggettiva, basandosi sull’eudaimonologia, che credo sia ciò che propone Carlo.
    Io posso “sentire” dentro di me come sbagliato, che so, buttare una cicca a terra, mentre tu lo “senti” giusto. Ma è giusto o sbagliato? Non possiamo rispondere a questo quesito perché non abbiamo un senso oggettivo di ciò.
    Possiamo però rispondere ad una serie di altri quesiti: ci farebbe comodo una legge che lo vieti? O è meglio consentirlo a tutti? E se non vogliamo vietarlo per legge, è conveniente almeno rimproverare o guardare storto chi butta una cicca a terra? O forse è più conveniente rimproverare proprio colui che guarda storto chi butta le cicche a terra? Non ultimo, butterò la cicca a terra o meno?
    Questi sono quesiti normalmente decidibile attraverso strumenti razionali, ma questi strumenti razionali saranno necessariamente orientati ad un qualche incontro fra gli interessi di tutte le parti in gioco; dunque in ultima analisi sarà la personale ricerca del benessere che ciascuno di noi porta avanti il piano su cui si giocherà tutta la partita “prescrittiva”.

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    1. Lo Strano Anello,
      intanto grazie per aver commentato il post. Io non sono d’accordo con quello che scrivi. Dal momento, però, che il problema che sollevi è troppo vasto, non posso rispondere qui (ci sto scrivendo un libro 🙂 )

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  7. Personalmente sono convinto che veramente tutto sia egoismo, che ciò che spinge l’uomo ad agire sia effettivamente SEMPRE il proprio tornaconto personale, ma che ciò, allo stesso tempo, non impedisca l’esistenza dell’altruismo. Ritengo, infatti, che La Rochefoucauld abbia ragione quantomeno nel dire che un individuo che aiuta un altro lo fa, in realtà, per se stesso. Il motivo però, secondo me, è che chiunque aiuti un’altra persona, a meno che non sia obbligato (sebbene anche in questo senso si possa parlare di egoismo, poiché l’adempimento dell’obbligo garantisce, almeno in linea teorica, di evitare le conseguenze che deriverebbero dal suo mancato adempimento), lo fa guidato da un senso d giustizia che vede come proprio: aiuto una vecchietta ad attraversare perché per me è giusto, così come allo stesso tempo posso aiutare un politico a diventare dittatore perché ,fedele alle sue idee, lo ritengo giusto. Per quanto mi riguarda, compiere un’azione che rispecchia il proprio senso di giustizia garantisce un guadagno, non materiale ma “spirituale”, che è, secondo me, il motivo per cui esistono gli altruisti. Il fatto poi che non tutti seguano questa strada è dovuto al fatto che non ritengono sufficiente il guadagno che offre, preferendo una strada che ne offra uno da loro ritenuto maggiore.

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