Come provare cose con le parole

Definire

Dare una definizione significa stabilire le proprietà che un oggetto deve avere per essere chiamato con un certo nome. Ad esempio, dare una definizione di triangolo significa stabilire quali proprietà deve avere un oggetto per essere chiamato “triangolo”. Nel caso del triangolo, la definizione è qualcosa del tipo: poligono con tre lati e tre angoli. Se un oggetto è un poligono con tre lati e tre angoli, allora lo chiameremo “triangolo”. Naturalmente, le definizioni sono totalmente arbitrarie, perché non c’è nessuna ragione per cui un poligono con tre lati e tre angoli debba essere chiamato proprio “triangolo”. Potremmo benissimo decidere di usare la parola triangolo per denotare i cavalli.

Supponiamo allora che qualcuno ci venga a dire che la nostra definizione di triangolo è sbagliata perché, in verità, un triangolo è un mammifero a quattro zampe che nitrisce. A costui potremmo rispondere che se gli piace usare la parola “triangolo” in quel modo è liberissimo di farlo, ma che questo non prova che la nostra definizione sia sbagliata, perché tutte le definizioni sono arbitrarie. Al massimo si può dire che una definizione è idiosincratica, e cioè che non si conforma all’uso corrente. Chiamare “triangolo” ciò che tutti gli altri chiamano “cavallo” è un modo idiosincratico di usare la parola “triangolo”. In questo senso è sbagliato.

Ora, il modo in cui definiamo le parole è importante, perché influenza il nostro giudizio sulle cose. Prendiamo, ad esempio, la parola “socialismo”, e chiediamoci: ha fallito il socialismo nella storia? La risposta dipende, naturalmente, da cosa intendiamo per “socialismo”. L’Unione Sovietica, ad esempio, si definiva uno stato socialista, e ha fallito. Questo ci autorizza a dire che, dunque, il socialismo ha fallito? Qualcuno potrebbe dire di no, sulla base di questo argomento: “È vero che l’Unione Sovietica si è autoproclamata uno Stato socialista, ma non era un vero Stato socialista, perché mancava di certe caratteristiche che uno Stato socialista dovrebbe avere.” In pratica, si sta dicendo che i russi usavano la parola “socialismo” in modo idiosincratico, per definire qualcosa che non possedeva le caratteristiche comunemente impiegate per definire il socialismo.

Un modo per dirimere la questione potrebbe essere quello di vedere se l’Unione Sovietica rientrava nella definizione standard di socialismo. Dal momento che il socialismo di cui stiamo parlando è quello di stampo marxista, questa definizione potrebbe essere cercata nei testi di coloro che sono considerati i padri fondatori del movimento marxista, vale a dire Marx ed Engels.

Quello che non è lecito fare è modificare la definizione di “socialismo” allo scopo di salvarlo dalla confutazione storica. Supponiamo che Marx abbia detto che per avere uno Stato socialista è sufficiente che i mezzi di produzione di un Paese vengano nazionalizzati. Se questa è la definizione di socialismo, allora l’Unione Sovietica era uno Stato socialista a tutti gli effetti, perché ha nazionalizzato i mezzi di produzione. Quindi è corretto dire che il fallimento dell’Unione Sovietica è il fallimento di uno Stato socialista. Ma se per evitare di riconoscere il fallimento si cambia la definizione di socialismo, allora si sta giocando con le parole.

Mi offendo, quindi sono

Pac-man

Pare che in Turchia, tra le altre cose, vogliano censurare il videogioco PacMan “accusato da alcuni funzionari di basarsi sull’idea subliminale di cacciare ‘donne musulmane velate’. Secondo loro i fantasmini del videogiocho rappresenterebbero delle ‘vergini da attaccare’.” (Repubblica, 26/06/2017) Lì per lì ho pensato che, in quel gioco, sono in realtà le donne musulmane velate che cacciano PacMan. Tranne quando lui prende le pasticche di droga (Krokidil?) e inizia a mangiarsi le vergini musulmane, ma solo fino a che dura l’effetto della droga.

Poi ho pensato che, forse, nessuna delle due interpretazioni è corretta. Forse PacMan rappresenta il ricco capitalista occidentale (avete notato quanto è grasso?) che sfrutta le risorse naturali dei paesi del Terzo Mondo, pappandosi tutti quei puntini (le risorse naturali), e che i “fantasmini” rappresentano la resistenza locale fatta di uomini e donne ridotti a un’esistenza spettrale dall’alienazione del Capitale. I fantasmini, come tanti piccoli Che Guevara, cercano di rivendicare ciò spetta loro di diritto. Siccome però il giocatore ha i comandi di PacMan, è indotto a identificarsi psicologicamente con le forze imperialiste del Capitale.

Possibile che nessuno si offenda per questa cosa? E Fusaro, muto?

La filosofia non è retorica

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L’Apologia di Socrate si apre con queste parole:

Io non so quale sia, o cittadini ateniesi, l’impressione che avete provato nel sentire i miei accusatori. Infatti, per poco anch’io non mi dimenticavo di me stesso, così convincente era il modo in cui parlavano. Eppure di vero, per dirla in breve, non hanno detto proprio nulla. […] Invece da me voi udrete tutta quanta la verità. Però, per Zeus, o cittadini ateniesi, voi non ascolterete da me discorsi ornati con belle frasi e con belle parole, come quelli di costoro e neanche ben ordinati. Udrete, invece, cose dette un po’ a caso con le parole che mi capitano. Infatti, sono convinto che sia giusto quanto affermo. E nessuno di voi si attenda altro da me.

Platone, Apologia di Socrate, 17 A – C

Queste parole dovrebbero far parte del codice deontologico di ogni filosofo degno di questo nome. Il compito del filosofo non è quello di persuadere il proprio interlocutore con argomenti retorici, ma è quello di sforzarsi di dire la verità. Nel farlo, deve cercare di essere il più chiaro ed elementare possibile. Se alla fine l’interlocutore sarà persuaso, tanto meglio, altrimenti, pazienza!

Le parole di Socrate dovrebbero anche servire da monito per coloro che sono chiamati a esprimere un giudizio sulle opinioni degli altri. Quando ascoltate un discorso, non fatevi distrarre dai suoi aspetti retorici: poco importa se l’oratore parla con enfasi, se scandisce bene le parole, se fa pause ad effetto, se riesce a coinvolgere emotivamente l’uditorio, se appare sicuro di sé, o se usa un linguaggio solenne. Tutte queste cose possono aiutare a mantenere viva l’attenzione dell’uditorio, ma non dimostrano che abbia ragione.

L’unica cosa che dovete chiedervi invece è questa: se la conclusione del suo ragionamento segue dalle premesse, e se le premesse sono vere o, per lo meno, plausibili. Sono, in altre parole, gli aspetti logici, e non quelli retorici, che conferiscono valore a un discorso. Su questo punto mi permetto di rimandarvi a una cosa che ho scritto qualche tempo fa.

La condanna, ovvero l’apologo della logica astratta

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Si narra che un giorno un giudice condannasse un imputato sulla base della seguente sentenza: “Avendo questa corte appurato che l’imputato conosceva la vittima in oggetto, e avendo altresì appurato che l’imputato non ha un alibi, dal momento che non si ricorda dove si trovava al momento dell’omicidio, la corte dichiara l’imputato colpevole dell’omicidio ascrittogli, e lo condanna alla pena di anni trenta di reclusione.”

L’imputato protestò: “Ma, vostro onore, io sono innocente!”

Una guardia gli disse che doveva stare zitto, ma il giudice la fermò. Poi chiese all’uomo: “Come potrebbe essere innocente? Mi dica, non ha forse dichiarato di conoscere la vittima?”

“Sì”, rispose l’imputato.

“E non abbiamo forse dimostrato in questo dibattimento che lei non ha un alibi per l’omicidio?”

“Anche questo è vero.”

“E allora io ne concludo che lei è l’omicida.”

“Ma, vostro onore, la vostra conclusione non segue affatto dalle premesse! C’è un problema di logica.”

Il giudice sorrise: “Questo sarà vero, forse, per chi segue la logica occidentale. Ma io non seguo la logica occidentale.”

“E che logica segue, mi scusi?”

“Vede, la logica occidentale è una logica astratta. Io seguo la logica del concreto.”

“E sarebbe?”

“Troppo lungo da spiegare. Lei ha letto Hegel?”

“Beh, no.”

“Ecco allora, usi il tempo che avrà a sua disposizione per leggere le sue opere. Ne trarrà un gran giovamento. Soprattutto capirà che la realtà della sua condanna è qualcosa di razionale. Adesso portatelo via!”

Le guardie portarono via l’imputato. Non ci è dato sapere se poi abbia seguito il consiglio del giudice.

Il verbalismo e l’esistenza dei draghi

 

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Uno dei pericoli costanti della filosofia è quello di scadere nel verbalismo. In un post precedente ho cercato di mostrare come ciò possa accadere quando cerchiamo di rispondere a domande apparentemente semplici come: “che cos’è…?”

Lo stesso pericolo lo corriamo quando ci poniamo la domanda su ciò che esiste. Supponiamo, ad esempio, di chiedere a due individui, che chiameremo Luca e Sara, se, secondo loro, esistono i draghi. Luca dice che esistono, mentre Sara dice che non esistono. Chi dei due ha ragione? Per rispondere a questa domanda dobbiamo innanzitutto capire come usano la parola “esistere”.

Sara dice: “Io uso questa parola in riferimento alle cose di cui, direttamente o indirettamente, possiamo fare esperienza per mezzo dei sensi. I cani esistono perché li posso vedere direttamente. Le onde elettromagnetiche esistono perché ne posso avere un’esperienza indiretta, attraverso degli strumenti che ne rilevano la presenza. Dei draghi non posso fare in alcun modo esperienza, quindi non esistono.”

Luca ci risponde in questo modo: “Io ho un concetto più ampio di esistenza. Per me non esistono solo le cose che possono essere esperite dai sensi, ma anche le cose che possono essere semplicemente immaginate. Siccome io posso benissimo immaginare i draghi, dico che esistono.”

Ora, fin qui il disaccordo tra Sara e Luca è dovuto unicamente al fatto che danno sensi diversi alla parola “esistere”: si tratta pertanto di un disaccordo puramente verbale. Il disaccordo sarebbe sostanziale se, invece, Luca e Sara dessero lo stesso senso alla parola “esistere” e, ciononostante, fossero in disaccordo sull’esistenza dei draghi.

Supponiamo, ad esempio, che entrambi pensino che esistano solo le cose che si possono esperire per mezzo dei sensi e che per Sara i draghi non esistono, mentre per Luca esistono. A questo punto avremmo un vero disaccordo, e questo sarebbe un bene, perché allora la questione potrebbe essere risolta. Sara potrebbe dire: “Ok Luca, se pensi veramente che i draghi esistano, allora fammene vedere uno!”

Le dispute verbali hanno invece questa caratteristica: che non possono essere risolte, perché nessuno dei contendenti si rende conto che non c’è nulla da risolvere.

Con questo non voglio dire che il problema dell’esistenza sia uno pseudoproblema (non sono un neopositivista!), perché potremmo ancora chiederci – e sarebbe una domanda perfettamente sensata – se abbia ragione Sara a dire che esistono solo le cose che possono essere esperite dai sensi, oppure Luca, per il quale esistono anche le cose che possono essere immaginate.

Ma su questo tema mi sono già espresso.

Miseria dello storicismo crociano

Italy Benedetto Croce

Nel saggio Logica come scienza del concetto puro (1909), Benedetto Croce dice un sacco di cose divertenti sulla scienza. Secondo lui, “le scienze naturali non sono altro se non edifizi di pseudoconcetti” (p. 229). La ragione è questa:

A fondamento delle leggi o concetti empirici è il postulato della costanza o uniformità della natura […]. [Ma] Il pensiero comune, al pari di quello filosofico, sa che la realtà non è né costante, né uniforme; e che, anzi, è in perpetua trasformazione, evoluzione e divenire. (p. 234)

Ora, che i concetti scientifici si fondino sul presupposto della regolarità dei fenomeni naturali è certamente vero: nella misura in cui è interessato a scoprire le leggi della natura, lo scienziato deve come minimo supporre che queste leggi esistano, e che pertanto esistano delle regolarità. La supposizione che esistano delle regolarità, però, non esclude che in natura esistano mutamenti. Nessuno scienziato suppone che la natura sia un essere pietrificato alla maniera di Parmenide. Molte delle leggi che egli scopre sono, anzi, leggi del mutamento. In che senso, allora, il mutamento della realtà naturale metterebbe in questione il postulato dell’uniformità? Poche pagine dopo, Croce ce lo spiega, e qui viene la parte divertente:

Accoppiando un lupo a una lupa, si avrà un lupacchiotto, il quale, dopo un po’, diventerà un nuovo lupo, con le sembianze, le forze e gli abiti dei suoi genitori; ma quel lupo non sarà identico ai suoi genitori; altrimenti, come mai i lupi si evolverebbero con l’evolversi della realtà, tutta, di cui sono parte indivisibile? (p. 234)

Due lupi si accoppiano e mettono al mondo un lupacchiotto. Questo lupacchiotto non è perfettamente identico ai suoi genitori, altrimenti non esisterebbe l’evoluzione delle specie viventi. A questo primo argomento verrebbe da rispondere: “E allora? Nessuno scienziato ai tempi di Croce negava l’evoluzione delle specie viventi. Anzi, l’evoluzione e le sue leggi erano state scoperte proprio da Darwin, che è uno scienziato.”

Ma il secondo esempio di Croce è ancora più divertente:

Analizzando chimicamente un litro d’acqua, si ottiene H2O; ma, ricombinando chimicamente H2O, l’acqua che si riottiene è, per modo di dire, la stessa di prima; giacché quel combinare e ricombinare qualche modificazione deve avere prodotta (ancorché non percepita da noi), e, in ogni caso, nel momento seguente, mutazioni sono avvenute nella realtà, da cui l’acqua non è separabile, e, perciò, nell’acqua stessa, presa in concreto. (p. 235)

Se scomponete e ricomponete chimicamente un litro d’acqua, alla fine non ottenete lo stesso litro d’acqua, ma qualcosa di diverso. Davvero? E cosa? Croce non lo sa, però “quel combinare e ricombinare qualche modificazione deve avere prodotta”. In ogni caso, siccome Croce ha deciso che l’acqua “in concreto” comprende anche la totalità delle sue relazioni esterne, è sufficiente che nel frattempo qualcuno abbia aperto la finestra per poter dire che l’acqua è cambiata. Un capolavoro!

 

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Croce, Benedetto (1909), Logica come scienza del concetto puro, Laterza, Bari.

Perché la filosofia è piena di stronzate?

 

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In questo articolo intendo sviluppare il discorso già iniziato da Frankfurt, nel suo saggio Stronzate (1986), esaminando il problema della patogenesi e della diffusione delle stronzate, con particolare riferimento alla popolazione dei filosofi.

È un fatto risaputo che le stronzate vengono solitamente sparate in un contesto discorsivo che richiede competenze speciali, ad esempio all’interno di una discussione sulla fisica delle particelle. Perché accade questo? Alcune semplici considerazioni ci permetteranno di rispondere a questa domanda.

Un problema complesso richiede, per essere affrontato, che se ne parli con competenza. Questo comporta il ricorso a una terminologia specifica per evitare ambiguità, e l’uso di modelli concettuali assai sofisticati. Infine, le conclusioni a cui si perviene sono spesso fortemente contro-intuitive.

Il non esperto rimane solitamente molto impressionato da queste discussioni e vorrebbe partecipare. Ciò che lo impressiona è soprattutto il gergo iniziatico. Non capisce nulla o quasi nulla di quello che viene detto, ma anche lui vorrebbe sentirsi parte di quell’élite di intellettuali. Pensa che se anche lui iniziasse a usare certi paroloni, certe sofisticate costruzioni sintattiche, forse gli esperti lo accetteranno nel loro club esclusivo. A lui mancano, però, quelle competenze specialistiche che richiedono anni di studi per essere padroneggiate. Quindi prende i suoi pensieri banali e cerca di contrabbandarli per grandi costruzioni teoriche, nella speranza che nessuno se ne accorga. Il trucco consiste nel dare un tono paradossale, contro-intuitivo a quello che dice, in modo da sembrare interessante. Il messaggio che vorrebbe far passare è: “Lo vedete che io non sono come gli altri. Io non credo nelle banalità del senso comune. Io sono come voi!”

Naturalmente gli esperti – quelli veri – se ne accorgono subito se uno sta sparando una stronzata, lo annusano a miglia di distanza, allo stesso modo in cui un critico d’arte capisce immediatamente di trovarsi di fronte a un falso. Ma il bullshitter non si rende conto di questo (dopotutto, fa parte del suo essere un incompetente), e crede ingenuamente che l’inganno passerà inosservato.

Ovviamente, ci sono dei campi dove è più difficile far passare una stronzata per qualcosa di serio. Nelle scienze sperimentali, ad esempio, è particolarmente difficile, perché lì vieni smascherato immediatamente appena ti trovi a discutere qualcuno che sia minimamente competente in materia. Ciononostante, non mancano bullshitters particolarmente temerari che cercano di penetrare anche in quelle fortezze.

Un campo nel quale è particolarmente facile inserirsi è quello della filosofia, e la ragione non è difficile da capire. Sfortunatamente, la filosofia non ha il vantaggio di cui godono le scienze sperimentali, cioè la possibilità di decidere empiricamente le questioni. Buona parte dei problemi filosofici (pensate all’annoso problema della verità o a quello della giustizia) non sono decidibili empiricamente, non esiste qualcosa come un esperimento cruciale in grado di tagliare la testa al toro. Il filosofo deve fare affidamento su un buon uso della logica sperando di non commettere errori, sulla capacità di individuare cattivi argomenti, e su una buona dose di inventiva. Raramente in filosofia si riesce ad arrivare a una risposta definitiva sui problemi, e questa è una delle ragioni per cui, ancora oggi, molti scienziati pensano che la filosofia sia un esercizio sterile.

È comprensibile che gli scienziati la pensino in questo modo. Dopotutto, pure loro sono degli incompetenti in fatto di filosofia, esattamente come tutti gli altri. La prova di ciò è che, quando provano ad argomentare le loro tesi anti-filosofiche, producono solitamente della pessima filosofia, come in questo caso:

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Il problema della filosofia, la sua debolezza, è che viene attaccata dall’esterno da diversamente-competenti come Boncinelli (cioè da gente competente in altri campi, ma incompetente in filosofia) e dall’interno da incompetenti veri e propri che vogliono spacciarsi per filosofi. Il risultato è che è molto difficile per qualcuno che voglia avvicinarsi alla filosofia distinguere tra la buona e la cattiva filosofia.

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Frankfurt, H. G. (1986), Stronzate. Un saggio filosofico, Rizzoli, Milano 2005.

10 luoghi comuni sui filosofi analitici (divertissement)

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  1. Sono logicisti (mentre noi lo sappiamo che la logica è un prodotto dell’intelletto astratto).
  2. Sono empiristi (mentre noi lo sappiamo che non ci sono fatti, ma interpretazioni).
  3. Sono realisti ingenui (mentre noi abbiamo letto Descates e Hegel, e la sappiamo lunga).
  4. Sono scientisti (mentre noi lo sappiamo che la scienza è una fede, come credere nella verginità di Maria proprio).
  5. Sono dogmatisti (mentre noi cerchiamo il sapere assoluto e ci interroghiamo sul fondamento).
  6. Riducono tutti i problemi ad analisi del linguaggio (mentre noi spaziamo nel metafisico).
  7. Non si occupano di questioni importanti (mentre noi siamo molto profondi)
  8. Credono nell’iper-specializzazione (mentre noi siamo filosofi-vati, e abbiamo sistemi per pontificare su tutto).
  9. Sono sudditi della Nato, infatti sono anglofoni (mentre noi apprezziamo la lingua di Dante, e auspichiamo un Nuovo Rinascimento Italiano).
  10. Ignorano la storia della filosofia (mentre noi abbiamo il senso storico, e contestualizziamo tutto).

Fusaro e l’uso finzionale delle parole

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Vi ricordate quando hanno dichiarato l’Indipendenza della Padania? Era il 15 settembre 1996, e Bossi concludeva così il suo discorso dal palco allestito in Riva Sette Martiri, in quel di Venezia:

Noi, popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una Repubblica federale indipendente e sovrana. Noi offriamo, gli uni agli altri, a scambievole pegno, le nostre vite, le nostre fortune e il nostro sacro onore.

Mi ricordo che quel giorno ho pensato: “Caspita! Allora adesso ci sarà una guerra civile tra lo Stato italiano e l’autoproclamata Repubblica della Padania!” Credevo che i “popoli della Padania” avrebbero imbracciato le armi e si sarebbero ribellati al tiranno. Ma ero giovane allora, avevo 22 anni, e pensavo ancora che gli italiani credessero nelle cose che dicono.

E invece non è così. Ho scoperto che agli italiani (non tutti, per carità! diciamo una rumorosa parte) piace spararle grosse, e usare espressioni come “Dichiarazione di Indipendenza” per intendere che c’è stata una scampagnata tra amici in una bella località turistica, con tanto di pranzo a base di salsicce e polenta. E infatti nessuno quella volta ha preso sul serio le parole di Bossi. Non lo Stato italiano, che non lo ha arrestato per attività sovversive. Non lo stesso popolo della Lega, che dopo la manifestazione se ne è tornato diligentemente a casa ad attendere ai propri affari. L’intera manifestazione era una messinscena e il discorso di Bossi aveva un valore puramente finzionale.

Siamo fatti così noi italiani. Ci piace dar aria alla bocca e dire che viviamo in uno “Stato di polizia”, in una “dittatura”, e magari lo scriviamo in maiuscolo sui social. Però non è che lo crediamo veramente. Mica siamo scemi! Se pensassimo veramente di vivere in una dittatura, non andremmo di certo a dirlo in giro. Sotto sotto, lo sappiamo che nelle dittature – quelle vere – ti arrestano se dici cose del genere. La nostra è pura fiction.

Ovviamente non importa che le parole corrispondano alle cose in un contesto finzionale, e quindi le usiamo un po’ come capita, a seconda dell’umore. Così, parole come “dittatura”, “fascismo”, “neoliberismo”, “terrorismo” non hanno nessun significato specifico, le usiamo in modo intercambiabile per denotare tutto quello che non ci piace, senza andare troppo per il sottile. Non ti piace una certa legge? Allora chiamala “fascista” o “neoliberista”! Funziona sempre. L’importante è creare una buona fiction, con una robusta dose di dramma.

Se volete un esempio di questo uso finzionale delle parole leggete quello che scrive Diego Fusaro. Leggete, per esempio, il suo recente articolo Terrorismo, qualcosa non torna…, pubblicato sul Fatto Quotidiano il 26/07/2016. L’argomento di Fusaro è che se i terroristi volessero dichiarare guerra all’Occidente, colpirebbero le élites che sono al potere; ma nessuno dei recenti attacchi era rivolto contro le élites, quindi i terroristi non vogliono veramente dichiarare guerra all’Occidente. Ciò che vogliono veramente è colpire la classe operaia, i lavoratori. La loro, insomma, è una guerra di classe. E perché ci sarebbe questa guerra di classe mascherata da terrorismo islamista? Perché, dice Fusaro, la classe oppressa ha iniziato a “sollevarsi”.

Se non ci dicessero un giorno sì e l’altro pure che il terrorismo islamico ha dichiarato guerra all’Occidente si avrebbe quasi l’impressione che si tratti di una guerra di classe – gestita poi da chi? – contro lavoratori, disoccupati, classi disagiate: una lotta di classe tremenda, ordita per tenere a bada i dominati, per tenerli sotto tensione, proprio ora che, mentre stanno perdendo tutto, iniziano a sollevarsi (è il caso della Francia della “loi travail”, uno dei Paesi più colpiti dal terrorismo).

Ora qui non starò a discutere la strana logica di Fusaro (del suo modo di ragionare mi sono già occupato qui e qui), né entrerò nel merito della complicata questione del terrorismo islamista. Tralasciamo tutto e riflettiamo sulla gravità di queste affermazioni. Ciò che Fusaro sta insinuando (perché non lo dice esplicitamente) è che gli attacchi terroristici sono stati orditi dai potenti dell’Occidente per atterrire e soggiogare le classi subalterne. Ci si aspetterebbe che un’accusa così grave fosse supportata da qualche prova, o che Fusaro facesse dei nomi. Chi sarebbero esattamente i veri mandanti delle stragi terroristiche? Curiosamente, però, Fusaro glissa su questo, che è il punto fondamentale della questione.

Voglio dire. Supponiamo che un individuo venga arrestato con l’accusa di omicidio, e che io vada in giro a dire: “In realtà la cosa non è partita da lui. Lui non è altro che un esecutore, un sicario. Il vero responsabile è un ricco milionario che gli ha commissionato l’omicidio.” Credo che, in una circostanza del genere, voi vorreste innanzitutto sapere due cose: 1) il nome di questo ricco milionario e 2) come faccio a sapere che è lui il vero mandante. Perché è questa l’informazione fondamentale, giusto? Eppure Fusaro questa informazione non ce la dà.

Lo so a cosa pensate adesso (o almeno lo credo). Pensate che io stia fraintendendo il ragionamento del Nostro. Lui non voleva dire che i ricchi capitalisti occidentali hanno materialmente ordinato agli attentatori di fare delle stragi, ma che hanno creato le condizioni materiali perché queste stragi avvenissero. Il terrorismo è una reazione a una situazione che è stata creata dall’Occidente capitalista.

Se questa fosse la tesi di Fusaro, la si potrebbe anche discutere. Nessun analista serio nega che l’Occidente abbia una sua parte di responsabilità in quello che sta succedendo, ed ha senso dire che noi abbiamo contribuito a creare le condizioni perché il terrorismo nascesse.

Ma Fusaro non si limita a dire questo. Dice qualcosina di più. E questo “qualcosina” fa tutta la differenza del mondo. Fusaro aggiunge, infatti, che il terrorismo fa gli interessi del capitalismo. Ora, questa affermazione è particolarmente grave, perché non stiamo più dicendo semplicemente che il capitalismo ha creato le condizioni materiali per la nascita del terrorismo islamista (come un fumatore che crea le condizioni perché gli venga un cancro, ma non vuole di per sé il cancro). Ora stiamo dicendo che che i capitalisti occidentali vedono di buon occhio i terroristi perché, dopotutto, fanno il lavoro sporco per loro. Come? Creando una guerra tra poveri, limitando le libertà individuali, creando consenso intorno al modo di produzione capitalista, preparando il terreno a nuove guerre imperialiste.

Anche qui, non entro nello specifico perché il discorso sarebbe troppo lungo, ma faccio notare che l’argomento di Fusaro ha la forma tipica delle migliori teorie del complotto, perché è totalmente infalsificabile. Infatti, le cose che lui elenca, accadrebbero pari pari anche se la sua teoria fosse completamente sbagliata. Voglio dire: se l’Occidente non c’entrasse nulla col terrorismo o se il terrorismo fosse estremamente controproducente per le classi al potere (come di fatto è), ebbene anche in quel caso si innescherebbe una guerra tra poveri. E anche in quel caso assisteremmo a una limitazione delle libertà individuali (o forse Fusaro sarebbe contento se non ci fossero controlli negli aeroporti?). E anche in quel caso si creerebbe maggiore consenso intorno al capitalismo. Infine, anche in quel caso si preparerebbero delle guerre. Ora, se gli stessi fatti supportano egualmente due teorie antagoniste, non hanno un grande valore probante, non trovate?

Ma non basta, perché Fusaro si spinge ancora oltre. Arriva a dire che l’economia di mercato è una forma di terrorismo permanente.

E intanto, a reti unificate, ci fanno credere che il nostro nemico sia l’Islam e non il terrorismo quotidiano permanente dell’economia di mercato.

Qui l’uso finzionale delle parola raggiunge il suo apice. Adesso Fusaro stabilisce addirittura un’equazione secca tra terrorismo e capitalismo. Il capitalismo non è più la condizione materiale del terrorismo, e non è nemmeno più un sistema che si avvantaggia del terrorismo. No, il capitalismo è il terrorismo. Punto. Non c’è nessuna differenza tra gli attacchi alle Torri Gemelle e, chessò, le attività economiche di una multinazionale come Apple o Coca-Cola o Facebook o Nike. Sono la stessa cosa.

Ora io so che là fuori c’è un sacco di gente che darebbe ragione a Fusaro su questo punto. Non proverò a convincerli, perché non credo che sia possibile. Come dicevo all’inizio, a noi italiani piace molto spararle grosse: è molto comodo, ci dà quell’aria di chi la sa più lunga degli altri, ma, soprattutto, ci esonera dalla responsabilità di informarci sul serio su ciò che accade.

Cosa penso del “diritto” alla filosofia

Bambina

Fuffa: il grande ritorno…

Cominciamo col dire che la parola “diritto”, intesa nel senso di diritto soggettivo, è una parola grossa, e andrebbe usata con cautela.

Nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 si dice che il riconoscimento dei diritti dell’uomo costituiscono “il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo”. In pratica: se vogliamo vivere in un mondo giusto, libero e pacifico dobbiamo stabilire che ciascun essere umano è titolare di una serie di diritti inalienabili.

Alcuni di questi diritti sono:
1. Diritto alla libertà.

2. Diritto alla vita.

3. Diritto alla sicurezza.

4. Il diritto a non essere torturato, umiliato o degradato.

5. Il diritto a non essere discriminato.

6. Il diritto a ricorrere alla giustizia, se necessario e ad avere un processo giusto.

7. Il diritto alla presunzione d’innocenza.

8. Il diritto al rispetto della propria vita privata e famigliare.

9. Il diritto a muoversi liberamente nei confini del proprio Stato di residenza.

10. Il diritto di proprietà. ecc, ecc.

I diritti sono roba seria insomma! Proprio per questo, l’espressione “diritto alla filosofia”
suona più che altro come uno scherzo di cattivo gusto, come una boutade da radical chic.

Se diciamo che la filosofia è un diritto (e se non stiamo usando il termine a caso), ne consegue che chi non può studiare filosofia vede negato un proprio diritto e quindi sta subendo un abuso.

Ma in Italia c’è un sacco di gente che non studia filosofia: non si studia ai tecnici, ai professionali, alle medie, in quasi tutte le università, ecc.

Stiamo andando contro i diritti umani?

Veniamo ora al modo in cui Livio Rossetti (Amica Sofia 1-2/2014) caratterizza il diritto alla filosofia: è “il diritto ad avere ripetute, frequenti opportunità di confrontarsi alla pari, in un contesto non valutativo, in cui l’ansia da prestazione o da comparazione sia azzerata e rimpiazzata
da attenzione, curiosità, desiderio di capire e di capirsi etc.”

Humm. Innanzitutto qui non si parla di filosofia, ma del diritto di confrontarsi alla pari. Quindi, quando chiacchiero con un amico sto facendo filosofia? E quando invece mi trovo in un contesto valutativo, come a scuola, non sto facendo filosofia, anche se sono l’insegnante di filosofia? E se sono in un contesto valutativo sto violando qualche diritto?

La definizione di filosofia di Giuseppe Limone, poi, è un capolavoro di vaghezza: “la filosofia è innanzitutto libertà di espressione del pensiero, dei sentimenti, della propria
libera vita, che si confronta con l’intera esperienza della vita propria senza padroni dei paletti.”

Quindi anche l’arte, la danza, la musica, la letteratura è filosofia. Se poi la filosofia è libertà di dire quello che ti pare, allora non c’è letteralmente nulla che non sia filosofia. E allora non si capisce come sia possibile impedire a qualcuno di esercitare questo “diritto”.