Elogio dell’imperfezione: intervista a Matteo Plebani

Plebani

Se non avete mai letto niente di Matteo Plebani, questo è il momento di cominciare, specie se vi interessa la filosofia della matematica. Matteo ha pubblicato, in Italia, una bella Introduzione alla filosofia della matematica e, per chi parla inglese, insieme a Francesco Berto, Ontology and Metaontology: A Contemporary Guide. Altri articoli suoi li potete leggere qui.

L’ho raggiunto per scambiare due chiacchiere. Gli ho dato carta bianca e questo è quello che ne è venuto fuori.

Allora, di cosa ti piacerebbe parlare?

Mah, di come un percorso di laurea, dottorato, multipli post docs in filosofia possa alla fin fine renderti una persona migliore.

Può? E perché mai?

Perché è un percorso duro e per andare avanti bisogna sviluppare alcune virtù, come la pazienza o l’umiltà, se non si vuole perdere la bussola.

Ma non trovi che molta gente venga un po’ corrotta dall’ambiente accademico?

Può succedere, ma secondo me se uno cede al lato oscuro ne paga le conseguenze. Mi spiego con un esempio.

Vai!

Se uno decide di ripetere per tutta la vita certe dottrine (perché in certi ambienti fanno figo, per compiacere il proprio supervisore, i colleghi, chi sia) ha scarse possibilità di fare carriera in filosofia, perché i ripetitori di dottrine altrui sono noiosi e nessuno se li fila. Se una passa la vita semplicemente criticare le dottrine altrui, in pochi se la fileranno perché a un certo punto anche questo stanca e la gente non ti sta più ad ascoltare/leggere.

Quindi tu dici che, per fare strada in quell’ambiente, devi essere originale?

Sì, in generale devi capire che la filosofia è una conversazione con altri ed è importante, per partecipare a questa conversazione, interagire in modo fruttuoso con le idee degli altri. Per esempio imparare ad ascoltare (più spesso leggere) con attenzione e pensare: come posso contribuire a questo dibattito? Vederla così, come uno sforzo collettivo, aiuta anche a liberarsi dall’idea che l’obiettivo per un filosofo sia “avere ragione”. Il punto è far progredire la ricerca, ma tante volte per farlo bisogna imbarcarsi in progetti che non raggiungono l’obiettivo che si prefiggono.

Ok, ma fammi fare un po’ l’avvocato del diavolo. Non hai l’impressione che a volte questi dialoghi siano un po’ fasulli. Voglio dire: spesso mi è capitato di assistere a conferenze dove all’oratore venivano fatte obiezioni facili, in modo tale da permettergli di far bella figura. La logica è quella del: tu non rompi le palle a me, e io non le rompo a te.

Mah, può succedere, certo. A dire il vero alle conferenze a cui partecipo di solito le domande sono molto carogna, pure troppo.

E anche questo può essere un modo di mettersi in mostra. Non trovi?

Sì, certo, ci sarebbe molto da dire anche su questo. Josh Parsons aveva un bell’articoletto al proposito.

Io, ad esempio, faccio molta fatica a discutere di filosofia in modo costruttivo con la gente. Ci sono pochissimi individui con cui posso venire a capo di un problema, o almeno fare progressi, discutendone insieme.

È il problema di quelli che Parsons chiama “point scorers” [cioè quelli a cui interessa soltanto “fare punti”, vincere].

Nella stragrande maggioranza dei casi è tutta una competizione per chi ce l’ha più vero!

Sì, succede, ma, di nuovo, è uno spreco di tempo. Il filosofo più produttivo che conosca (cioè quello con il miglior rapporto sforzo profuso/risultato ottenuto) è Francesco Berto. E lui, se noti, non lo fa mai, perché semplicemente non conviene. Nel tempo in cui gli haters si arrabbiano, lui scrive un paper. Una cosa che aiuta a cambiare la percezione di come funziona la filosofia a livello professionistico è passare dalla parte dei giudici, dopo essere stati sul banco dei giudicati.

Spiegati.

Per esempio, a me alcune volte delle riviste mandano dei papers da referare, cioè mi viene chiesto se l’articolo merita o meno di essere pubblicato. In quella condizione è interessante prendere nota di quali articoli tendo a scartare e quali ad accettare. Se un paper è un piacere da leggere, è originale, provocatorio, insomma mi tiene sveglio, finisco di leggerlo presto quando ancora sono fresco e pieno di energie, e in questi casi penso: “Scommetto che anche ad altri piacerebbe leggerlo”, e normalmente consiglio di pubblicarlo. Oh, tutte queste sono ovvietà. Però quando uno le vive sulla propria pelle scopre che queste ovvietà possono aiutarti, perché se impari a metterti nelle prospettiva di chi ti leggerà impari a scrivere articoli migliori.

Per me la scuola di chiarezza è il fatto di dover spiegare Kant a degli adolescenti. Se non ti fai capire entro tre secondi ti mandano a fare in culo.

Certo, quello è un grande banco di prova. Per dire, un’altra esperienza utile è quando incontri qualcuno che ti fa una domanda per aiutarti a chiarirti le idee, o a svilupparle. Quando persone così (e ce ne sono) ti aiutano a migliorare la tua presentazione/articolo allora capisci veramente cos’è una conversazione utile, e scopri che c’è un’alternativa a fare a gara a chi ce l’ha più vero. Insomma il mio punto generale è che il percorso che si intraprende per diventare un filosofo professionista è duro, costringe a confrontarsi con il fallimento spesso. Ma questo può essere utile.

Fammi un esempio di un tuo fallimento da cui hai imparato qualcosa.

Credo di aver iniziato a fare filosofia della matematica perché mi pareva una cosa da tipi tosti (con tutte le connotazioni maciste del termine), speravo di riuscire a dimostrare qualcosa, a strutturare argomenti inattaccabili che nessuno avrebbe potuto rifiutare e tutte quelle cavolate lì. Non ho dimostrato nessun teorema (nuovo) né ho mai costruito argomenti che ottenessero una approvazione universale. Ogni volta che cerco di fare un punto, c’è qualcuno che non viene convinto.

E per “qualcuno” intendi qualcuno la cui opinione tu rispetti molto.

Buona domanda. Alle volte sì.

Perché, voglio dire, c’è ancora chi non è ancora persuaso del fatto che la terra non è piatta.

Chiaro. No, diciamo che a volte convinco la maggioranza di quelli che vorrei convincere, però in ogni caso ci sarebbe l’aspettativa di un accordo maggiore quando si parla tra esperti.

E quindi cosa hai imparato da questa cosa?

Che è inutile prendersela se non tutti sono d’accordo con me. Che effettivamente, detta così, è una cosa che qualsiasi persona matura dovrebbe aver imparato ben prima di iniziare un dottorato. Ma anche ho imparato a non essere troppo perfezionista, e questa è una cosa che si tende a dimenticare quando si fa un dottorato.

C’è uno spirito popperiano in quello che dici, non trovi?

Sì sì. L’atteggiamento vincente è quello di Priest, descritto qui:

Io non sono un perfezionista. Se capisco di aver sbagliato, semplicemente ci scrivo sopra un altro paper! (Graham Priest)

Su questo sono d’accordissimo. Una buona teoria non deve essere inconfutabile o precisa fin nei minimi termini, ma deve portarti da qualche parte.

Certo. La cosa importante è che la teoria ispiri un progetto di ricerca fruttuoso, che lavorando sulla teoria si ottengano risultati.

Ok, come tireresti le somme di questa chiacchierata?

La mia intenzione era parlare di alcuni aspetti etici del percorso di apprendista filosofo. Non che voglia pormi come esempio da imitare: sono permaloso e vanitoso (come dimostra il mio aver accettato questa intervista) e un rompiscatole. Alla fine delle superiori la mia prof. di Filosofia mi disse: “Matteo, mi raccomando: cerca di non diventare un rompicoglioni”. Temo di essere diventato quello che lei non voleva, ma per lo meno sono un rompiscatole consapevole e intenzionato a non esserlo troppo.
Il succo di quello che volevo dire è che l’addestramento a diventare un filosofo professionista ricorda per certi aspetti l’addestramento alle arti marziali, almeno stando a quello che racconta un esperto di arti marziali e filosofia (Graham Priest, ‘The Martial Arts and Buddhist Philosophy’, pp. 17-28, Royal Institute of Philosophy, Supp. Volume, 73, 2013, scaricabile qui. Scrive Priest:

Anche lo sforzo e l’autodisciplina sono necessari e vengono sviluppati nell’addestramento alle arti marziali. Per cominciare, questi sono richiesti negli esercizi che creano forza e resistenza. Anche le routine di allenamento devono essere ripetute molte volte finché non diventano automatici. Bisogna disciplinare se stessi per fare quello che ci viene detto immediatamente e senza riserva. E si impara l’autodisciplina della pazienza. Per molte cose (come i risultati degli esami di valutazione) bisogna solo aspettare. Un aspetto dell’autodisciplina è particolarmente germanico nel contesto attuale. Nel dojo succederanno spesso delle cose che non ti piacciono: vieni colpito in sparring, si commette un errore in un kata quando tutti stanno guardando, non riesci a passare un esame di valutazione. Devi imparare a lasciarti scivolare questo problema, metterlo dietro di te – per continuare a concentrarsi su ciò che viene dopo.

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Graham Priest

Qualcosa di simile vale per la palestra filosofica (dottorato, post doc, post doc2, ecc.). Molto spesso le cose non vanno come vorresti: le tue idee vengono criticate o fraintese, i tuoi articoli rifiutati e le tue richieste di lavoro non vanno a buon fine. Sono colpi altrettanto duri di quelli che prende il karateka. Ma devi imparare ad accettare tutto questo. Queste cose è facile dirle, meno facile viverle, tanto è vero che gli accademici tendono a sclerare.
Un altro aspetto etico è l’importanza di rapportarsi con gli altri; l’ha ben espresso Timothy Williamson qui:

L’argomentazione filosofica non è un monologo nello spazio; è un contributo a una conversazione continua che ci richiede di relazionarsi a ciò che è già stato detto e di comprendere le opinioni di chi non la pensa come noi.

Collegato a questo c’è il tema degli incontri: l’apprendistato filosofico al giorno d’oggi costringe a girare parecchio e spesso nei vagabondaggi si incontrano persone eccezionali (oltre ad un tot di persone sgradevoli). Una delle cose di cui sono più grato sono gli incontri (tra cui uno romantico) che ho fatto in questi anni.

Concludiamo con due domande. La prima è: qual è una teoria che, secondo te, promette bene?

Teorie coraggiose ed interessanti: il lavoro di Stephen Yablo sulla nozione di “Aboutness”. L’aboutness è ciò di cui parla un testo, o una conversazione, o un qualsiasi scambio comunicativo. “Di cosa si parla stasera a Ballarò?”: il cosa di cui si parla a Ballarò è ciò su cui Ballarò è “about”: il tema, l’argomento. Yablo ha idee molto interessanti a proposito (ne parla un po’ qui).
Un altro tema super interessante è il tentativo di Oysten Linnebo e altri di riscattare la nozione di infinito potenziale. L’idea è che l’universo degli insiemi è ‘indefinitamente estendibile’: per quanti insiemi esistano, ne potrebbero esistere di più. L’unica introduzione che ho trovato è questo video.

La seconda domanda è di rito: consiglia ai miei lettori 3 libri da leggere.

Raymond Smullyan, Satana Cantor e l’Infinito
Bertrand Russell, I problemi della filosofia
Tim Williamson, Io ho ragione tu hai torto
Non resisto. Un quarto: Graham Priest, Logic: a very short introduction

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Labirinti dell’Eros. Intervista a Roberto Luca

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Pochi giorni fa è uscito, per l’editore Marsilio, Labirinti dell’Eros. Da Omero a Platone, di Roberto Luca. L’argomento del saggio mi intrigava, avendo dedicato alla questione un capitolo del mio 10 dilemmi morali. Ho quindi contattato Roberto per una breve intervista, che trovate qua sotto. Per chi è interessato, Roberto Luca farà una presentazione del libro venerdì 30 giugno alle 18, a Bassano del Grappa, presso la libreria Palazzo Roberti.

Dimmi un po’ di te. Come sei arrivato alla filosofia?

Mi sono laureato in Filosofia Antica, a Firenze nel 1978, con una tesi sul Simposio di Platone. L’edizione commentata del dialogo è poi apparsa per i tipi de La Nuova Italia nel 1982. Il successo editoriale è stato notevole (14 ristampe). Ho fatto più di qualche concorso universitario, risultando quasi sempre il primo degli esclusi. Di qui la decisione inevitabile di muovere per altre vie. Spesso i miei estimatori li ho incontrati “per strada” piuttosto che nei luoghi deputati all’insegnamento. Non ultimo Massimo Cacciari, con il quale ho ora un buon rapporto di amicizia. La difficoltà, piuttosto, è stata il bilanciamento tra attività lavorativa e studio. Per contro, come qualcuno ha detto, il fatto di non essere all’interno del “sistema” mi ha consentito una autonomia e libertà di riflessione che non hanno prezzo.

Che lavoro fai quando non ti occupi di filosofia?

Sono manager in un piccola azienda locale che si occupa di sistemi di sicurezza di alto livello, destinati agli Enti soprattutto (es. Ministero delle Difesa, Presidenza del Consiglio dei Ministri, ecc).

Il tuo interesse principale in filosofia verte soprattutto sui Greci, in particolare Platone…

Il tempo limitato a disposizione fa sì che non possa essere un cultore a tutto tondo. Platone, l’Accademia antica e l’Aristotele della Fisica e Metafisica sono gli argomenti centrali dei miei studi.

Perché ti interessano questi temi?

Perché penso che siano al centro del pensiero filosofico, non solo europeo. Si ponga mente soprattutto all’origine “mediterranea” del pensiero che erroneamente è stato attribuito in via esclusiva alla grecità. Inevitabile il riferimento allo studio di Martin Bernal, Atena nera. Le radici afroasiatiche della civiltà classica, ristampato nel 2011, Il Saggiatore.

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Questo mi porta a parlare del tuo ultimo libro, Labirinti dell’Eros. È un libro di ampio respiro, che esplora l’Eros da Omero a Platone. Si ha l’impressione che, per i Greci, l’Eros fosse un concetto molto più ampio e complesso di quello di oggi. Trovi che oggi abbiamo una concezione impoverita rispetto a quella di un tempo?

In generale direi di sì. La centralità di Eros appare evidente in tutte le manifestazioni delle cultura greca. Nell’appendice del libro esamino alcuni epiteti di Eros che ne esprimono ad un tempo la potenza cosmica-cosmoginica e la forza antropica (cioè sugli esseri umani). La questione dell’Eros è comunque ancora molto attuale.

Cosa pensi che potremmo imparare, allora, dall’erotica antica?

Difficile fare una sintesi. Eros è prima di tutto desiderio per il bello, a partire dal corporeo. Questo aspetto è stato poco apprezzato, mi sembra, dalla cultura cristiano-cattolica, che preferisce parlare di agape e caritas. Cacciari nel suo saggio a corredo – davvero un bel regalo – mette in luce proprio questi sviluppi del rapporto con amore.  D’altra parte, in Platone, Eros diviene tensione verso la conoscenza che si avvale della mediazione del bello. Il nesso tra bello-visibile-amabile che è il fulcro della dottrina della salvezza delineata nel Fedro. Un nesso che, però, è legato anche al mondo delle idee. Per Platone, infatti, il Bello in sé non è soltanto la più beatifica delle visioni, ma è anche espressione della qualità erotica delle stesse idee, le quali sono degne d’amore, in quanto belle.

Però in Platone c’è sempre questa tensione tra lo spirituale e il corporeo, tra il cavallo bianco e quello nero.

Sì, Eros si configura all’inizio del processo come educazione del sentimento verso la conoscenza. Come dire, l’altra faccia della medaglia, a dimostrazione che Platone non esclude le passioni, ma le veicola verso un fine di conoscenza.

E tu pensi che questo sia possibile? Te lo chiedo perché la mia opinione è che il desiderio carnale sia, in qualche misura, irriducibile alla dimensione spirituale.

Devo dire che forse sono diventato troppo platonico per non pensare che ciò non sia possibile.

Però in Platone c’è l’idea per cui l’amore corporeo è una forma impura di amore. Mi riferisco soprattutto ad alcuni passi che ho in mente.

Le tappe erotiche muovono senz’altro dall’amore per i bei corpi, e comunque, anche quando questo stadio viene superato, la pulsione non viene azzerata, dimenticata. Viene semplicemente “reindirizzata”, si direbbe con linguaggio moderno.

O sublimata. In effetti mi sembra che certi aspetti dell’erotica di Platone sopravvivano, in modo più o meno palese, nell’impianto della psicoanalisi freudiana.

Mi piacerebbe dire “ricompresa” più che sublimata. Non sono d’accordo sul riferimento a Freud. Non si tratta di una disturbo o di una patologia, ma di una educazione anche del sentimento. Platone delinea un percorso graduale che va dal sensibile all’intelligibile. Al gradino più basso di questo percorso si trova l’amore per la bellezza esteriore, che è quella del singolo corpo. Dall’amore per il singolo si passa poi all’amore per tutti i corpi, e dall’amore per i corpi all’amore dell’anima, che è l’elemento interiore. Da qui si procede poi all’amore per la bellezza delle attività, delle leggi. Ma la consuetudine con il bello si determina, in seguito, come «progresso nella conoscenza» di quel bello, fino al conseguimento di un’unica nozione del bello stesso. Nell’affermazione di un’unica conoscenza, relativa al bello, è raggiunto il punto più elevato di un apprendere graduale e discorsivo.

Ti faccio un’ultima domanda, per concludere. Suggerisci tre classici ai lettori del mio blog che vogliano iniziare ad approfondire questo tema.

Il Simposio di Platone (come ha detto una volta Cacciari: se lo conosci “vivi”, se non lo conosci “sopravvivi”… e non ha torto!), il Fedro  di Platone e i Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes.

That which doesn’t go away. Intervista a Diego Marconi

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Era da un po’ di tempo che volevo intervistare Diego Marconi, da quando ho letto il suo bellissimo Per la verità. Relativismo e filosofia (un saggio che, secondo me, andrebbe fatto leggere a tutti gli studenti del primo anno di Filosofia). Così, qualche tempo fa gli ho scritto, e lui mi ha detto che si poteva fare. Marconi non usa i social, allora gli ho spedito le quattro domande che vedete qua sotto. Abbiamo parlato della sua formazione, del problema dello specialismo e del rapporto tra realismo e antirealismo.

Lei ha avuto una formazione continentale, avendo studiato a Torino con Luigi Pareyson. Cosa ha determinato la sua conversione al “lato oscuro della Forza”, cioè alla filosofia analitica?

Anzitutto, sono ovviamente ben lontano dal pensare che si tratti del lato oscuro (semmai il contrario; ma è una terminologia un po’ paranoide, che non mi piace molto). Sono diventato un filosofo analitico, sia pure un po’ anomalo se non altro per interessi di ricerca, per l’influenza di vari fattori. In primo luogo la mia “seconda formazione” americana. Da studente di dottorato a Pittsburgh negli anni ’70 del secolo scorso, ho incontrato un modo di fare filosofia che probabilmente mi era da sempre più congeniale e contemporaneamente ho constatato la mia debole capacità di rivendicare presso i miei interlocutori americani le esperienze filosofiche “continentali” (probabilmente ero io per primo a non essere molto convinto). In secondo luogo, l’alternativa che mi si offriva – inserirmi nel grande lavoro di studio del pensiero classico tedesco che veniva in quegli anni praticata dalla scuola di Pareyson – non era per me molto appetibile: in fin dei conti avevo fatto filosofia per occuparmi di filosofia della scienza e di logica. Infine, il mio interesse per il linguaggio era un veicolo naturale verso la filosofia analitica: su quei temi, dal mondo continentale veniva poco, e pochissimo che trovassi intelligibile o interessante. Detto questo, penso che la mia formazione pareysoniana mi abbia dato parecchio, e non l’ho mai rinnegata.

Marconi Mestiere


Nel suo ultimo saggio,
Il mestiere di pensare, lei affronta, tra le altre cose, la questione dello specialismo in filosofia. Tra i problemi che lei individua c’è anche quello connesso alla domanda sociale nei confronti della filosofia. Lei scrive: “se c’è un interesse pubblico per i risultati della ricerca filosofica non si vede bene in che modo potrebbe essere soddisfatto dalla maggior parte della ricerca professionale, che è, semplicemente, incomprensibile per i non addetti ai lavori anche ‘colti’”. Quindi, cosa dovrebbe fare il filosofo? Abbandonare lo specialismo? Cercare delle formule di compromesso? Alternare il lavoro da specialista a quello del divulgatore, come fece Einstein?

Quella che propongo assomiglia alla terza soluzione; peraltro, non è indispensabile che tutti i filosofi facciano entrambi i mestieri (lo specialista e il divulgatore). Sarebbe già qualcosa se una parte dei filosofi si facessero carico della divulgazione, avendo peraltro alle spalle una solida competenza specialistica. Sarebbe bello che ci fossero dei divulgatori filosofici di professione, così come ci sono degli ottimi divulgatori scientifici; ma ne conosco pochi (uno è Nigel Warburton, bravissimo). Sono più numerosi i filosofi che hanno fatto anche un po’ di divulgazione, come me (Per la verità, Filosofia e scienza cognitiva). Spero che siano sempre di più.

Marconi Verità


Venendo adesso al suo saggio
Per la verità, lei difende la tesi per cui, “se c’è un modo in cui le cose stanno, allora è vera l’asserzione che dice che le cose stanno in quel modo, falsa quella che dice che le cose non stanno in quel modo.” Lei chiama questa tesi “realista”. Però a me verrebbe da chiamarla piuttosto “corrispondentista”, nel senso che anche un anti-realista come Berkeley potrebbe accettarla. Giusto perché ci capiamo, io chiamo “realista” la tesi che afferma che la realtà (o, almeno, una buona parte di essa) esiste indipendentemente da noi, dal nostro pensiero e dai nostri schemi mentali, mentre “anti-realista” è chi nega tutto questo.

Io non parlo di tesi realista ma di intuizione realista, cioè di una reazione preteorica a certe domande, esemplificata dal passo di Barry Stroud che cito all’inizio di Per la verità [vedi alla fine dell’intervista]. Sul piano della teorizzazione filosofica, io credo che un equilibrio soddisfacente tra realismo e antirealismo, che faccia valere le ragioni dell’uno e quelle dell’altro, non sia ancora stato raggiunto. Ho insistito sull’intuizione realista per gettare un sasso nello stagno dell’antirealismo volgare, che mi sembrava dominare la scena pubblicistica italiana (non erano ancora i tempi del Nuovo Realismo). Il realismo di cui parlavo, in ogni caso, era il realismo sulla verità (il mio era un libro sulla verità). Certo, la discussione sul realismo rispetto alla verità si intreccia con questioni come l’indipendenza della realtà dai nostri schemi concettuali (quindi, come dice lei, dal nostro pensiero); ma non era in primo piano nel libro. Come ha fatto vedere Michael Dummett, affrontare l’alternativa tra realismo e antirealismo come un aspetto della discussione su significato e verità ha consentito di porre domande più precise e di mettere in gioco intuizioni e argomentazioni nuove; mentre restare ai termini berkeleyani della questione porta spesso a pestare l’acqua nel mortaio.


Sempre restando alla contrapposizione tra realismo e anti-realismo, come risponderebbe lei a questo argomento idealista: “quando affermiamo che una certa cosa, come ad esempio una montagna, continua ad esistere anche quando non la pensiamo, siamo vittime inconsapevoli di un errore logico. Infatti, è impossibile pensare che un oggetto possa esistere senza essere pensato, poiché nel momento stesso in cui pensiamo a quell’oggetto come a qualcosa di non pensato, lo stiamo, appunto, pensando. Ne consegue che quell’oggetto esiste sempre e soltanto come oggetto pensato. Il pensiero e la realtà pertanto coincidono”?

Si potrebbe rispondere a questo argomento alla maniera del Wittgenstein di Della certezza: che la natura sia sempre lì, che noi ci siamo o no e che la pensiamo o no, fa parte dello sfondo della nostra attività intellettuale (è un suo “cardine”), ed è perciò meno dubitabile di qualsiasi argomento in senso contrario. A parte questa considerazione (peraltro saggia), di argomenti ce ne sono tanti. Ad esempio: è sensata una descrizione del mondo in cui io non esisto (per esempio, una descrizione del mondo nel 1946)? Sembrerebbe di sì. Se è così, evidentemente non ho difficoltà a pensare un mondo senza i miei pensieri. Le propongo, in conclusione, questo aforisma di Philip K.Dick: “Reality is that which, when you stop believing in it, doesn’t go away” (1972).

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Il passo di Barry Stroud a cui Marconi fa riferimento nell’intervista si trova in The Significance of Philosophical Skepticism (1984), ed è questo:

Il mondo intorno a noi, su cui diciamo di avere conoscenze, esiste ed è come è del tutto indipendentemente dal fatto che sappiamo o crediamo che sia così […] Di fatto […] una buona parte del mondo che diciamo di conoscere c’era molto prima che ci fossimo noi, e una parte di esso ci sarà ancora quando noi non ci saremo più. In molti casi, ciò che crediamo o pensiamo di sapere sul mondo non richiede, per essere vero, che nessuno sappia o creda alcunché. Se, per esempio, io credo che nel continente africano ci sia una montagna alta più di cinquemila metri, ciò che credo sarà vero o falso a seconda dell’altezza delle montagne africane, e di nient’altro. Che qualcuno sappia o creda o abbia una qualche particolare ragione di sospettare alcunché riguardo a quelle montagne non fa parte di ciò che credo quando credo che ci sia una montagna alta più di cinquemila metri. Se non so che cosa credere, e domando (o mi domando) se in Africa ci sono montagne alte più di cinquemila metri, la mia domanda ha una risposta che è completamente indipendente dal fatto che qualcuno sappia o creda o sia in condizione di asserire alcunché. È del tutto indipendente dal fatto che siano mai esistiti esseri umani o altri esseri animati. Ciò che domando o giungo a credere riguarda esclusivamente l’altezza sul livello del mare di certe montagne. (Stroud 1984, p. 77)