Su di me

 

 

io

Vi dico un po’ di cose a caso su di me.

Sono di Venezia. Insegno Filosofia al Liceo, la qual cosa mi piace parecchio.

Non sono credente e ho idee libertarie in fatto di politica.

Cose che mi piacciono sono: Popper, Platone, i Pink Floyd, Hayek, Rothbard, la pizza, Bastiat, la gente divertente, Nozick, Breaking Bad, Star Wars, i Metallica, i Led Zeppelin, le lasagne, Einstein, Fellini, i Radiohead, Kubrick, Bufalino, Pinocchio, Locke, Ayn Rand, i Deep Purple, Leopardi, Russell, Epicuro, Democrito, Galileo, Darwin, le spiagge d’inverno, certi pomeriggi di settembre.

In filosofia, mi occupo prevalentemente di etica. Nel 2016 ho pubblicato il libro “10 dilemmi morali”, su cui potete trovare delle informazioni qui.

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7 pensieri riguardo “Su di me

  1. Salve Professor Berti!
    Mi chiamo Riccardo Zanoni e sono un musicista di Roma.
    Premetto che ho studiato filosofia al liceo e non ho laurea in filosofia, ma ho una certa profonda attitudine a meditare, pensare, e porre domande che vanno oltre il “richiamo” delle domande “già sentite”.
    Studio testi di filosofia per conto mio ma ho molte lacune da colmare.
    Malgrado ciò sono rimasto molto affascinato dai dibattiti, seguiti su YouTube, tra lei ed un severiniano.
    Mi sono permesso di scriverle altrove perché avrei voglia di comunicare con lei più facilmente. Spero sia possibile. Un saluto.

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    1. Gentile prof. Berti,
      Ho avuto il piacere di ascoltarla in alcuni video su YouTube dove, purtroppo, pur essendo d’accordo con le sue argomentazioni, i suoi interlocutori non le hanno dato molto modo di parlare. Ecco. Le spiego. Non sono più un adolescente e tuttavia mi interesso di filosofia, pur facendo tutt’altro. Magari avessi avuto professori come lei! Forse oggi non sarei costretto da autodidatta a imparare i più elementari concetti filosofici. Ho letto il suo articolo “Quando la penna non è” e finalmente mi è parso di vedere uno squarcio di sensatezza in un mare di contorsioni linguistiche, (il)logiche se non veri e propri sofismi nelle posizioni di Severino e dei suoi epigoni. Io ho l’ impressione che si utilizzi il linguaggio in modo sbagliato pretendendo di arrivare a risolvere problemi metafisici attraverso l’ipostasi di un verbo, quello essere, astraendola dai suoi usi linguistici consentiti. Del resto, la dimostrazione di limiti del linguaggio di Tarski e poi di Kripke “sono” la dimostrazione della inconsistenza della lingua quando questa pretende di parlare di “Verità metafisiche”. Ecco, le sarei davvero grato se mi desse una dritta in più circa il vulnus che lei vede nella filosofia di Severino riguardo al concetto di “Significato”. Oppure se ha scritto qualcosa sull’argomento di cui mi può dare indicazioni. O, semplicemente, un suo parere su questa filosofia severiniana che io ritengo incomprensibile e antiscientifica. E, nonostante i numerosi seguaci del “maestro”, le assicuro che non sono l’unico a dissentire dal concetto di “eternità degli enti”, che, per me, è pura follia. “Sed falso quodlibet” recita un detto latino e, una filosofia che induce a rinnegare l’evidenza di un fatto (il divenire), deve presupporre una qualche insensatezza. E tale insensatezza la ravvedo proprio nei limiti del linguaggio che, a mio modesto avviso” ravvedo anche nel suo concetto di “significato”. Le confesso che avrei voluto inviarle una e-mail, ma non mi è stato possibile averla. Mi scusi per essere stato così prolisso e spero in una sua cortese risposta (anche privata). La saluto cordialmente e la ringrazio.

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      1. Ciao Riccardo, puoi darmi del tu, non sono un tipo formale. Sull’argomento Severino ho scritto un altro piccolo articolo che è stato pubblicato nella raccolta “A partire da Severino”. Se mi mandi un’email te lo giro. La mia email è darioberti@gmail.com. In quell’articolo non mi concentro sul problema del significato, ma riprendo in modo più preciso la questione degli enunciati esistenziali. Non ho scritto altro sulla faccenda, né ti saprei indirizzare ad altre letture per la semplice ragione che quello di Severino è un argomento chiaramente fallace, sul quale un filosofo analitico non spenderebbe più di 5 secondi. La fallacia consiste nel pensare che, siccome “X” significa qualcosa e non nulla, allora “X” ha una denotazione (=esiste). Ciò è banalmente falso, ma è anche vero che Severino dispone di argomenti più forti per sostenere la sua tesi. Il più forte, a mio avviso, è quello che fa leva sullo statuto logico degli enunciati esistenziali. Ma su questo ho già detto fin troppo, e poi Severino non mi interessa per nulla da molti anni. Buone cose

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  2. Aggiungo una rettifica a quanto sopra: il suo concetto di “Significato” mi sembra un’evidenza ed una espressione dei limiti del linguaggio di cui Severino mi sembra aver fatto scempio. Mi scusi ancora.

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