Labirinti dell’Eros. Intervista a Roberto Luca

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Pochi giorni fa è uscito, per l’editore Marsilio, Labirinti dell’Eros. Da Omero a Platone, di Roberto Luca. L’argomento del saggio mi intrigava, avendo dedicato alla questione un capitolo del mio 10 dilemmi morali. Ho quindi contattato Roberto per una breve intervista, che trovate qua sotto. Per chi è interessato, Roberto Luca farà una presentazione del libro venerdì 30 giugno alle 18, a Bassano del Grappa, presso la libreria Palazzo Roberti.

Dimmi un po’ di te. Come sei arrivato alla filosofia?

Mi sono laureato in Filosofia Antica, a Firenze nel 1978, con una tesi sul Simposio di Platone. L’edizione commentata del dialogo è poi apparsa per i tipi de La Nuova Italia nel 1982. Il successo editoriale è stato notevole (14 ristampe). Ho fatto più di qualche concorso universitario, risultando quasi sempre il primo degli esclusi. Di qui la decisione inevitabile di muovere per altre vie. Spesso i miei estimatori li ho incontrati “per strada” piuttosto che nei luoghi deputati all’insegnamento. Non ultimo Massimo Cacciari, con il quale ho ora un buon rapporto di amicizia. La difficoltà, piuttosto, è stata il bilanciamento tra attività lavorativa e studio. Per contro, come qualcuno ha detto, il fatto di non essere all’interno del “sistema” mi ha consentito una autonomia e libertà di riflessione che non hanno prezzo.

Che lavoro fai quando non ti occupi di filosofia?

Sono manager in un piccola azienda locale che si occupa di sistemi di sicurezza di alto livello, destinati agli Enti soprattutto (es. Ministero delle Difesa, Presidenza del Consiglio dei Ministri, ecc).

Il tuo interesse principale in filosofia verte soprattutto sui Greci, in particolare Platone…

Il tempo limitato a disposizione fa sì che non possa essere un cultore a tutto tondo. Platone, l’Accademia antica e l’Aristotele della Fisica e Metafisica sono gli argomenti centrali dei miei studi.

Perché ti interessano questi temi?

Perché penso che siano al centro del pensiero filosofico, non solo europeo. Si ponga mente soprattutto all’origine “mediterranea” del pensiero che erroneamente è stato attribuito in via esclusiva alla grecità. Inevitabile il riferimento allo studio di Martin Bernal, Atena nera. Le radici afroasiatiche della civiltà classica, ristampato nel 2011, Il Saggiatore.

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Questo mi porta a parlare del tuo ultimo libro, Labirinti dell’Eros. È un libro di ampio respiro, che esplora l’Eros da Omero a Platone. Si ha l’impressione che, per i Greci, l’Eros fosse un concetto molto più ampio e complesso di quello di oggi. Trovi che oggi abbiamo una concezione impoverita rispetto a quella di un tempo?

In generale direi di sì. La centralità di Eros appare evidente in tutte le manifestazioni delle cultura greca. Nell’appendice del libro esamino alcuni epiteti di Eros che ne esprimono ad un tempo la potenza cosmica-cosmoginica e la forza antropica (cioè sugli esseri umani). La questione dell’Eros è comunque ancora molto attuale.

Cosa pensi che potremmo imparare, allora, dall’erotica antica?

Difficile fare una sintesi. Eros è prima di tutto desiderio per il bello, a partire dal corporeo. Questo aspetto è stato poco apprezzato, mi sembra, dalla cultura cristiano-cattolica, che preferisce parlare di agape e caritas. Cacciari nel suo saggio a corredo – davvero un bel regalo – mette in luce proprio questi sviluppi del rapporto con amore.  D’altra parte, in Platone, Eros diviene tensione verso la conoscenza che si avvale della mediazione del bello. Il nesso tra bello-visibile-amabile che è il fulcro della dottrina della salvezza delineata nel Fedro. Un nesso che, però, è legato anche al mondo delle idee. Per Platone, infatti, il Bello in sé non è soltanto la più beatifica delle visioni, ma è anche espressione della qualità erotica delle stesse idee, le quali sono degne d’amore, in quanto belle.

Però in Platone c’è sempre questa tensione tra lo spirituale e il corporeo, tra il cavallo bianco e quello nero.

Sì, Eros si configura all’inizio del processo come educazione del sentimento verso la conoscenza. Come dire, l’altra faccia della medaglia, a dimostrazione che Platone non esclude le passioni, ma le veicola verso un fine di conoscenza.

E tu pensi che questo sia possibile? Te lo chiedo perché la mia opinione è che il desiderio carnale sia, in qualche misura, irriducibile alla dimensione spirituale.

Devo dire che forse sono diventato troppo platonico per non pensare che ciò non sia possibile.

Però in Platone c’è l’idea per cui l’amore corporeo è una forma impura di amore. Mi riferisco soprattutto ad alcuni passi che ho in mente.

Le tappe erotiche muovono senz’altro dall’amore per i bei corpi, e comunque, anche quando questo stadio viene superato, la pulsione non viene azzerata, dimenticata. Viene semplicemente “reindirizzata”, si direbbe con linguaggio moderno.

O sublimata. In effetti mi sembra che certi aspetti dell’erotica di Platone sopravvivano, in modo più o meno palese, nell’impianto della psicoanalisi freudiana.

Mi piacerebbe dire “ricompresa” più che sublimata. Non sono d’accordo sul riferimento a Freud. Non si tratta di una disturbo o di una patologia, ma di una educazione anche del sentimento. Platone delinea un percorso graduale che va dal sensibile all’intelligibile. Al gradino più basso di questo percorso si trova l’amore per la bellezza esteriore, che è quella del singolo corpo. Dall’amore per il singolo si passa poi all’amore per tutti i corpi, e dall’amore per i corpi all’amore dell’anima, che è l’elemento interiore. Da qui si procede poi all’amore per la bellezza delle attività, delle leggi. Ma la consuetudine con il bello si determina, in seguito, come «progresso nella conoscenza» di quel bello, fino al conseguimento di un’unica nozione del bello stesso. Nell’affermazione di un’unica conoscenza, relativa al bello, è raggiunto il punto più elevato di un apprendere graduale e discorsivo.

Ti faccio un’ultima domanda, per concludere. Suggerisci tre classici ai lettori del mio blog che vogliano iniziare ad approfondire questo tema.

Il Simposio di Platone (come ha detto una volta Cacciari: se lo conosci “vivi”, se non lo conosci “sopravvivi”… e non ha torto!), il Fedro  di Platone e i Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes.

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10 dilemmi morali. Un’introduzione all’etica per problemi

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Con questo post vorrei presentarvi un piccolo saggetto che ho scritto quest’estate e che ho appena pubblicato. Il saggio è concepito come una prima introduzione alla filosofia morale, e cerca di rispondere a queste domande: La morale dipende da Dio? Esiste una morale oggettiva? Non è forse giusto che prevalga il più forte? Possiamo fidarci del sentimento? Può l’amore renderci felici? Conta solo il piacere nella vita? La virtù deve essere imposta per legge? È giusto fare il bene della maggioranza? Come facciamo realizzare una società equa? È più importante l’eguaglianza o la libertà?

Di seguito troverete, una serie di siti per acquistarlo e l’introduzione.

IBS

LaFeltrinelli

Amazon

Youcanprint

Bookrepublic (ebook)

Google Play (Ebook)

Introduzione

Immaginate di trovarvi in una situazione del genere. C’è un vagone ferroviario con i freni rotti che viaggia a una grande velocità. Davanti al vagone ci sono cinque persone legate ai binari. Se proseguirà nella sua corsa, il vagone ucciderà quelle persone. Voi però avete la possibilità di tirare una leva e di far deviare il vagone su un binario laterale, dove c’è una sola persona legata. Se non fate nulla, muoiono cinque persone. Se invece tirate la leva, ne muore solo una. Tirereste la leva? Se la vostra risposta è sì, allora probabilmente pensate che, in certi casi estremi, sia giusto uccidere una persona per salvare la vita di cinque.

Adesso però considerate questo caso. Siete un chirurgo a capo di una clinica. Avete in cura cinque pazienti che hanno bisogno di un trapianto urgente di organi per rimanere in vita. Ogni paziente necessita di un organo diverso. A un certo punto si presenta un individuo sano per una visita di controllo. Vi viene un’idea: potreste anestetizzare il paziente con un inganno e usare i suoi organi per salvare gli altri cinque che avete in cura. Anche in questo caso, se non fate nulla, muoiono cinque persone. Se uccidete il paziente sano, salvate cinque vite.

Siete sempre dell’idea che è giusto uccidere una persona per salvare la vita di cinque? Suppongo di no. Ma perché? Che cosa è cambiato? Dopotutto, in entrambi i casi dobbiamo scegliere se non fare nulla, e lasciare che cinque persone muoiano, oppure compiere un’azione che causa la morte di una persona, e salvare la vita di cinque.

Forse adesso, pensandoci meglio, vorrete cambiare la vostra risposta iniziale. Meglio non tirare la leva e lasciare che il vagone investa le cinque persone. Almeno in questo modo non avrete partecipato attivamente alla morte di nessuno e vi sarete attenuti alla massima che dice: “Non uccidere!”

Eppure anche questa soluzione è difficile da accettare. Il fatto che voi non facciate nulla per salvare la vita di cinque persone non vuol dire che non avete alcuna responsabilità per quello che succede. Dopotutto, avreste potuto fare qualcosa, avreste potuto tirare la leva e salvare quelle persone, ma non l’avete fatto. Anche l’omissione di soccorso è un’azione.

Come vedete, non è affatto facile capire cosa è giusto fare in situazioni del genere. I due casi che ho presentato sono molto astratti, certamente. Ma la vita reale presenta spesso delle situazioni che sono altrettanto complesse e difficili da risolvere.

Questo libro parla dell’etica ed è rivolto a tutti coloro che si avvicinano a questa materia per la prima volta e hanno bisogno di un testo per iniziare. Per questo motivo, ho cercato di scriverlo nel modo più chiaro ed elementare possibile, limitando al minimo l’uso di espressioni gergali. I pochi termini tecnici che troverete sono tutti illustrati con degli esempi. Idealmente, uno studente di scuola superiore dovrebbe essere in grado di leggere l’intero libro senza difficoltà.

Se però state cercando un testo che affronti in maniera sistematica e approfondita i problemi dell’etica avete preso in mano il libro sbagliato. Tutto ciò che dirò è incompleto e abbozzato per due ragioni. La prima è che, volendo essere breve, ho dovuto essere molto selettivo. Mi sono occupato solo di alcuni problemi etici, tralasciandone molti altri. Non dovete pensare che le cose di cui non parlo siano meno importanti di quelle di cui parlo. La seconda ragione è che, anche restando ai problemi che ho scelto, mi sono limitato a indicare solo gli aspetti che a me sembravano più interessanti. Tenete a mente che, per ogni tema affrontato, si potrebbe dire molto, molto di più.

Come dice il sottotitolo, in questo saggio l’etica viene trattata per problemi. Non troverete una trattazione storica della materia. Credo che questo tipo di impostazione sia preferibile, perché riflette il modo in cui si fa effettivamente filosofia. Un filosofo è uno che, innanzitutto, si meraviglia del fatto che le cose non stanno come aveva pensato e che vuole vederci chiaro. Per lui il mondo non è uno spettacolo da contemplare, ma un enigma da sciogliere. Se non avvertite il carattere enigmatico del mondo, non potete sentire il bisogno della filosofia, e quindi vi sembrerà inutile. Anzi, vi sembrerà che il filosofo si complichi inutilmente la vita, perché si inventa dei problemi che non esistono.

Il contributo che i filosofi hanno portato per rispondere alle dieci domande di questo libro è stato immenso. Non perché abbiano trovato delle risposte definitive (ve lo dico subito: secondo me è un po’ ingenuo credere nelle risposte definitive), ma perché ci hanno permesso di mettere meglio a fuoco i problemi e, soprattutto, di evitare un sacco di errori e ingenuità.

Penso che lo studio dei problemi etici sia molto utile su un piano individuale, perché raffina notevolmente il nostro senso critico. Prima ancora che fabbricare nuove teorie, i filosofi si occupano di esaminare le opinioni e le convinzioni comuni allo scopo di stabilire se abbiano un qualche fondamento, una qualche giustificazione valida. Tutti noi abbiamo la testa piena di opinioni su come dobbiamo vivere. Opinioni che ci derivano dai nostri genitori, dall’educazione che abbiamo ricevuto a scuola, dai libri che abbiamo letto, dalle esperienze che abbiamo vissuto nel corso della nostra vita. Sulla base di queste opinioni operiamo delle scelte, prendiamo delle decisioni che spesso sono molto importanti. Non solo per noi, ma anche per gli altri.

La filosofia morale è un invito a esaminare criticamente le opinioni che abbiamo ricevuto dagli altri. Non perché queste opinioni siano false – non è detto che lo siano –, ma perché la critica ci consente di valutarne la consistenza.

Perché dovremmo fare questa fatica? Non potremmo semplicemente accontentarci delle opinioni che abbiamo ricevuto dalla tradizione? Possiamo, certamente. Molti lo fanno. Ma c’è un prezzo da pagare: accettare passivamente le opinioni altrui significa pensare con la testa degli altri. Chi pensa con la testa degli altri, agisce anche con la testa degli altri.

In questo libro dialogheremo con alcuni grandi filosofi del passato e ci confronteremo con le loro soluzioni per capire se sono valide oppure no. Ma non ci limiteremo alle opinioni dei grandi. Qualche volta prenderemo in considerazioni anche quelle della gente comune. Penso infatti che si possa fare filosofia anche partendo da un ritaglio di giornale, o esaminando i commenti di un utente anonimo su Yahoo Answers. Se alla fine avrete acquisito alcuni strumenti per comprendere e orientarvi meglio nel mondo nel quale viviamo, questo libro avrà raggiunto il suo scopo e il mio sforzo sarà stato ampiamente ricompensato.

Prima di iniziare, però, vi voglio dare un avvertimento. Fare filosofia è rischioso. La filosofia è un’attività destabilizzante, pericolosa, perché insinua il veleno del dubbio su quelle cose che sembrano più ovvie, più familiari, più scontate, rendendo così la nostra vita più incerta, più problematica. La filosofia ci allontana dal sentiero rassicurante del senso comune: non dandoci nuove informazioni, ma trasformando il nostro modo di vedere le cose, e quindi la nostra stessa natura. Sotto questo aspetto la filosofia può essere vista come un viaggio interiore, una discesa nella profondità di noi stessi alla ricerca della verità. “Conosci te stesso”, era scritto sul frontone dell’antico tempio di Delfi.

È il principio di ogni saggezza.