A proposito di autodifesa

wall-83566_640

Il fatto di avere dei diritti implica la possibilità di difenderli ricorrendo all’uso della forza? Posso, ad esempio, uccidere un aggressore per difendere il mio diritto alla vita?

Qualcuno (ad esempio un pacifista) potrebbe dire di no, sulla base di questo argomento: se il diritto alla vita è inalienabile, allora anche il mio aggressore ha il diritto di vivere. Ma, allora, io non posso ucciderlo per difendermi da lui, per la stessa ragione per cui lui non può uccidere me. In questo modo, la massima: “Non uccidere” diventa un imperativo categorico, cioè una regola che non ammette eccezioni.

Il modo più semplice di rispondere a questo argomento è, credo, il seguente: stiamo considerando una situazione in cui muoio io, oppure muore il mio aggressore (supponendo che io non possa scappare). In entrambi i casi, muore una persona: tertium non datur. C’è però una differenza fondamentale tra noi due. Se muoio io, muore un innocente. Se invece muore il mio aggressore, muore un colpevole. Il suo torto consiste precisamente nell’aver iniziato l’uso della forza. Questo fatto è sufficiente a stabilire chi deve morire. È giusto che muoia lui, perché è un aggressore.

Ovviamente, perché si possa parlare di “colpa”, è necessario che l’aggressione sia intenzionale, e ciò accade quando il male è lo scopo della sua azione (il male che mi fa un dentista è previsto, ma non è lo scopo della sua azione).

Minaccia responsabile, ma non colpevole

Ma che fare quando la minaccia proviene da un individuo che non ha l’intenzione di provocare un danno? Prendiamo il caso della macchina (in Frowe, 20162): una macchina è guidata da un autista molto coscienzioso e prudente. Tuttavia i freni si sono rotti per ragioni imprevedibili e adesso mi sta venendo addosso. In questo caso la minaccia non è colpevole. Sono giustificato a farlo saltare in aria con il mio bazooka? Se la risposta è sì – come credo – allora il fattore della colpa non riesce a coprire tutte le situazioni in cui è lecita l’autodifesa.

Jeff McMahan (2005) ha proposto di estendere il diritto all’autodifesa ai casi in cui la minaccia è responsabile, ma non colpevole. Qui è innanzitutto importante fare una distinzione tra i due concetti di colpa e responsabilità. Toniamo al caso della macchina: in che senso il guidatore, pur non essendo colpevole, è moralmente responsabile? Perché ha scelto liberamente di guidare, sapendo che questo avrebbe potuto comportare il rischio di far del male a qualcuno. Quando il guidatore si trova con me nella situazione in cui uno di noi due deve morire, è a lui che tocca morire, perché lui è il responsabile di quella situazione.

Minaccia colpevole, ma non responsabile

Il fattore della responsabilità può integrare, ma non sostituire quello della colpa, perché è sempre possibile che un individuo sia colpevole, ma non responsabile di un aggressione. Supponiamo che qualcuno metta della droga nella mia Sprite. La droga mi fa venire delle potenti allucinazioni. Adesso sono convinto che un amico mi voglia uccidere e lo aggredisco con la mia motosega.

In questo caso, io sono colpevole nel senso che ho specificato sopra (il male che voglio fare al mio amico è lo scopo della mia azione). Il problema è che non sono responsabile di quello che faccio: non ho scelto io di prendere la droga, né potevo prevedere che qualcuno mi avrebbe drogato. L’unico motivo per cui sto inseguendo il mio amico con la motosega è che sono vittima di un’allucinazione che mi ha fatto perdere il contatto con la realtà.

Minaccia non colpevole né responsabile

C’è, però, sempre la possibilità che ci troviamo di fronte a una minaccia che non è colpevole responsabile. Consideriamo una situazione del genere: un camion senza guidatore e sul quale è legata una persona mi sta venendo addosso. La persona legata non ha nessuna colpa e non è responsabile per quello che sta succedendo. È giusto che io faccia esplodere il camion prima che mi travolga? Se stiamo ai fattori che abbiamo finora elencato, parrebbe di no. Non posso uccidere un innocente per salvare la vita di un altro innocente. Dovrei quindi lasciarmi morire. Oppure posso decidere di difendermi, ma allora sto violando il diritto alla vita della persona che si trova nell’autobus.

Perché l’autodifesa sia legittima bisogna, inoltre, che siano soddisfatte altre due condizioni.

Proporzionalità

La prima è che la minaccia deve essere letale. Posso uccidere solo chi mi può uccidere. Non posso sparare in testa a uno che mi sta spintonando. L’autodifesa deve, quindi, rispettare il criterio della proporzionalità.

Il problema è che non è sempre chiara l’entità della minaccia. Se un tizio mi insegue con una mazza da baseball, come faccio a sapere se ha l’intenzione di uccidermi, o se vuole semplicemente darmi qualche colpetto? In questi casi, è possibile difendere la proporzionalità con un approccio basato sulla nozione di soglia. Non è necessario che l’entità della minaccia sia evidente: è sufficiente che la modalità dell’aggressione superi una certa soglia di pericolosità. Se uno mi aggredisce con una mazza da baseball, vi è una certa probabilità che possa ammazzarmi. Questo mi autorizza a ucciderlo per autodifesa. Alcuni pensano che ci siano delle eccezioni al criterio della proporzionalità, e dicono: io posso uccidere anche qualcuno che vuole torturarmi, o tenermi prigioniero. Queste eccezioni vengono giustificate dicendo che azioni del genere, anche se sono diverse dall’uccisione, sono però della stessa magnitudine.

Estrema misura

Perché l’omicidio sia giustificabile bisogna, infine, che sia l’estrema misura. Posso ucciderti solo se non c’è altro modo di salvare la mia vita. Se posso impedirti di uccidermi chiudendoti a chiave in una stanza piuttosto che sparandoti con un fucile, devo chiuderti nella stanza. Se posso scappare, ancora meglio.

____________________

FROWE, HELEN (20162), The Ethics of War and Peace. An Introduction, Routledge, London.

MCMAHAN, JEFF (2005), “The basis of moral liability to defensive killing”, in Philosophical Issues 15, Normativity, pp. 386-405.

Annunci

Se tutti fossimo pacifisti! I problemi del pacifismo utilitarista di Nagel

soldato

Una politica uniforme di non uso della forza militare farebbe meno danni nel lungo periodo, se fosse seguita costantemente.

Così scriveva Thomas Nagel, in un articolo del 1972. È un modo un po’ contorto per dire che, se tutti fossero pacifisti, il mondo sarebbe un posto migliore, perché non ci sarebbero guerre.

Il problema di questa tesi è che lo stesso risultato (l’assenza di guerre) ci sarebbe se adottassimo la massima non pacifista:

Fai la guerra solo per autodifesa.

Se ci interessa avere un mondo senza guerre, allora entrambe le massime sono compatibili con un mondo senza guerre. Di conseguenza, questa versione utilitarista del pacifismo di Nagel non può mostrare la propria superiorità sul non pacifismo.

Inoltre, l’utilitarismo può altrettanto supportare l’interventismo: si potrebbe sostenere che, in alcuni casi, la guerra produce risultati positivi: ad es. si salvano più vite, o una piccola guerra può prevenirne una più grande.

Un utilitarista a-la-Nagel potrebbe rispondere che i benefici prodotti dal non combattere sono sempre superiori a quelli prodotti dal combattere. Secondo James Sterba, ad esempio, i benefici prodotti dalla guerra sono ampiamente sopravvalutati. Egli cita, a questo proposito, due esempi.

Il primo è la guerra d’Indipendenza americana. Se non fosse stata combattuta, il destino dell’America sarebbe stato simile a quello del Canada, che è rimasto fedele, e nessuno pensa che i canadesi abbiano sofferto le grandi ingiustizie che gli americani hanno evitato combattendo le guerre.

Il secondo esempio è la prima guerra mondiale: è difficile stabilire il bene prodotto dalla quella guerra. È stata una carneficina immane. Molto probabilmente, se non fosse stata combattuta, sarebbe stato meglio per tutti.

Il problema della difesa di Sterba è che moltiplicare gli esempi non aiuta la causa dei pacifisti, perché loro devono mostrare che nessuna guerra potrà mai giustificare l’uccisione di innocenti. Basta infatti trovare un solo controesempio per falsificare l’affermazione che tutte le guerre sono sbagliate. E un esempio di questo tipo potrebbe essere la seconda guerra mondiale. Supponiamo che Inghilterra e America fossero rimasti fuori dal conflitto e che la Russia si fosse arresa senza combattere. In questo caso una larga porzione del mondo sarebbe finita sotto il controllo nazista, che sarebbe stata asservita. Come la mettiamo?

___________________

NAGEL, THOMAS (1972), “War and massacre”, in Philosophy & Public Affairs 1, no. 2, pp. 123-43.

STERBA, JAMES P. (1992), “Reconciling pacifists and just war theorists”, in Social Theory and Practice 18, no. 1, pp. 21-38.