Bernard Williams e l’immoralista

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Possiamo fare totalmente a meno della morale? Nel saggio La moralità (1972) Bernard Williams mostra come ciò sia estremamente difficile. Prendiamo il caso di un perfetto egoista, cioè di un individuo a cui non importa nulla degli altri, e che agisce sempre nel proprio interesse. Potremmo dire che un individuo del genere è un amoralista?

Dipende. Se quell’individuo pensa che la sua condotta sia giustificabile sulla base dell’argomento che “ciascuno ha il diritto di perseguire i propri interessi senza interferenze”, allora non è, in senso stretto, un amoralista. Egli, infatti, pensa che ci sia un modo giusto (il suo!) e uno sbagliato di vivere, e potrebbe arrivare a sostenere che una società che reprime l’egoismo è fondamentalmente ingiusta.

Per la stessa ragione un amoralista dovrebbe astenersi dal considerare se stesso come un individuo dotato di un carattere superiore rispetto alla moltitudine del “gregge”. Infatti, per poter dire che egli appartiene a una stirpe superiore deve uscire “dal mondo dei suoi desideri e dei suoi gusti per entrare nella regione in cui certe disposizioni sono considerate eccellenti per degli esseri umani, o buone da avere in società.” In questo modo, l’amoralista dovrebbe spiegarci cosa vi sia di buono nel proprio egoismo, “e ciò lo farebbe approdare di nuovo nel mondo del pensiero morale dal quale sta cercando di escludersi.”

A questo punto l’amoralista potrebbe tentare di difendere la propria posizione sostenendo che l’egoismo è un impulso di base che esiste indipendentemente delle sovrastrutture che ci sono imposte dalla cultura. Se anche ciò fosse vero, non si capisce per quale ragione un impulso, per il fatto di essere “di base”, dovrebbe definire la nostra vera natura.

Se il test di ciò che gli esseri umani realmente sono è costituito […] da come si comportano in condizioni di grande stress, privazione o scarsità (il test imposto da Hobbes, nella sua raffigurazione dello stato di natura) si può solo domandare […]: perché deve essere questo il test? […] Le condizioni di stress e privazione non sono quelle ideali per osservare il comportamento tipico di nessun animale, né per osservare altre caratteristiche degli esseri umani. Se qualcuno dice che, per vedere ciò che gli esseri umani realmente sono, si deve osservarli dopo che sono stati per tre settimane su una scialuppa di salvataggio, non è chiaro perché questa dovrebbe essere una massima migliore in riferimento alle loro motivazioni di quanto lo sia in riferimento alle loro condizioni fisiche. (Williams, 1972, p. 11)

Poi c’è un altro problema. Il nostro aspirante immoralista vive solo come un cane o si prende cura di qualcuno? Se la risposta è gli sta a cuore qualcuno, allora egli “è capace di pensare in termini di interessi altrui, e la sua incapacità di essere un agente morale sta (in parte) nel fatto che è disposto a farlo solo in maniera intermittente e seguendo il suo capriccio. Ma non vi è un divario incolmabile tra questo stato e le disposizioni fondamentali della morale.” In altre parole, il nostro soggetto si muove già in un orizzonte fondamentalmente morale.

BIBLIOGRAFIA

Williams, Bernard (1972) Morality, tr. it. La moralità. Un’introduzione all’etica, Einaudi, Torino 2002.