Kant e il diritto alla verità (una vecchia querelle)

Heavy duty

Per illustrare il senso del primo imperativo categorico – “agisci soltanto secondo quella massima per mezzo della quale puoi insieme volere che essa divenga una legge universale” (Kant, 1785, p. 75)1 –  Kant ricorre a questo esempio. Supponete di chiedere in prestito del denaro sapendo che non potrete restituirlo. Potreste volere che la massima che guida la vostra azione diventi una legge universale? No, perché se viveste in una società nella quale nessuno mantiene le proprie promesse, nemmeno voi potreste ricevere il denaro di cui avete bisogno. Quindi voi non volete che la vostra azione diventi una legge universale. Volete piuttosto essere l’eccezione in un mondo nel quale le promesse vengono rispettate. Spiega Kant:

se noi prestiamo attenzione a noi stessi in ogni trasgressione di un dovere, troviamo che in realtà non vogliamo che la nostra massima debba diventare una legge universale […], bensì vogliamo, piuttosto, che il contrario di essa debba restare una legge universale; solo che ci prendiamo la libertà, per noi (o anche solo per questa volta), di fare una eccezione a vantaggio della nostra inclinazione. Di conseguenza, se soppesassimo tutto da un solo e unico punto di vista, quello della ragione, troveremmo una contraddizione nella nostra volontà, ossia che un certo principio sarebbe oggettivamente necessario in quanto legge universale, e tuttavia soggettivamente non dovrebbe valere in modo universale bensì dovrebbe ammettere eccezioni.

(Kant, 1785, p. 81)

L’imperativo categorico mi consente dunque di agire senza fare discriminazioni in mio favore. Quando invece discrimino in mio favore, metto me stesso e i miei interessi al di sopra degli altri, e tratto gli altri come dei mezzi per i miei scopi.

Considerate adesso il seguente caso: la vostra amica Anna si è rifugiata in casa vostra per sfuggire a degli assassini che la stanno cercando. A un certo punto gli assassini bussano alla vostra porta: “Sai dove si è nascosta Anna?” Voi mentite per salvarle la vita.

Avete fatto la cosa giusta? Se stiamo all’imperativo categorico, la risposta è no. Infatti: perché la vostra menzogna sia efficace, è necessario che gli assassini vi credano; perché gli assassini vi credano è necessario che la veridicità (il fatto, cioè, di dire la verità) sia un valore universale. Se tutti mentissero sempre, gli assassini non vi crederebbero, e la vostra menzogna non potrebbe salvare Anna. Perciò, quando voi mentite, non volete che la menzogna diventi una legge universale. Ancora una volta, volete essere l’eccezione in un mondo nel quale la gente dice la verità.

L’obiezione di Constant: il diritto alla verità

Una posizione così intransigente non poteva non attirare delle critiche. Una critica molto interessante viene avanzata da un contemporaneo di Kant, il filosofo francese Benjamin Constant (1767-1830). In un saggio intitolato Sulle reazioni politiche (1797), Constant osserva che i principi astratti della morale, per quanto condivisibili, non possono mai essere direttamente applicati ai casi concreti, ma hanno bisogno di “principi intermedi”, cioè di regole che ci dicano come dobbiamo applicare i principi astratti ai casi concreti.

Consideriamo, ad esempio, il principio democratico per cui i cittadini hanno il diritto di stabilire le proprie leggi in autonomia. Questo principio non può essere applicato allo stesso modo in tutte le situazioni. In una comunità molto ristretta può essere applicato in modo diretto convocando un assemblea di tutti i cittadini. Ma in una società più numerosa è necessario introdurre un principio intermedio. Questo principio intermedio è la rappresentanza: il fatto che i cittadini concorrono alla formazione delle leggi eleggendo i propri rappresentanti. Se il principio democratico fosse introdotto di punto in bianco in una società numerosa, senza il principio intermedio della rappresentanza, la democrazia sarebbe irrealizzabile e la società finirebbe nel caos.

L’errore di Kant sta nell’aver introdotto un principio morale astratto (dire la verità) senza l’appoggio di un principio intermedio che ci dica come dobbiamo applicarlo nei casi concreti.

il principio morale per cui dire la verità è un dovere, se assunto in modo assoluto e isolato, renderebbe impossibile ogni forma di società. Ne abbiamo la prova nelle immediate conseguenze che un filosofo tedesco ha tratto da questo principio, arrivando a pretendere che persino di fronte a degli assassini che vi chiedessero se il vostro amico, che loro stanno inseguendo, non si sia rifugiato in casa vostra, la menzogna sarebbe un crimine.

(Constant, 1797, 27-28)2

Ma come possiamo trovare il principio intermedio mancante? Ecco la proposta di Constant:

Dire la verità è un dovere. Che cos’è un dovere? L’idea di dovere è inseparabile da quella di diritto: un dovere è ciò che in un individuo corrisponde ai diritti di un altro individuo. Là dove non vi sono diritti, non vi sono doveri.

Dire la verità è dunque un dovere, ma solo nei confronti di chi ha diritto alla verità. Ora, nessuno ha diritto a una verità che nuoce ad altri. Ecco, a mio avviso, come il principio sia divenuto applicabile. Definendolo, abbiamo scoperto il legame che lo univa a un altro principio, e il collegamento di questi due principi ci ha fornito la soluzione alla difficoltà che ci aveva bloccati.

(Constant, 1797, p. 29)

L’introduzione del principio intermedio per cui “nessuno ha diritto a una verità che nuoce agli altri” non nega la norma che prescrive di dire la verità, ma ne rende possibile l’applicazione al caso in questione.

1 Kant, Immanuel (1875), Grundlegung zur Metaphysik der Sitten, tr. it. Fondazione della metafisica dei costumi, Laterza, Roma-Bari 2013.

2 Constant de Rebeque, Benjamin-Henri (1797) Des réactions politiques, in Immanuel Kant, Benjamin Constant, Il diritto di mentire, Passigli Editori, Firenze 2008.

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