Piove o non piove, ovvero il cosiddetto toglimento idealistico della cosa in sé

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L’idealismo è quella filosofia che consiste nel dire che il pensiero e la realtà sono la stessa cosa. Se l’idealismo è vero, ne consegue che la realtà non può esistere indipendentemente da un qualche pensiero che la pensa. Ad esempio, affermare che sia esistito un tempo in cui c’era l’universo, ma non c’era nessun pensiero a pensarlo, è per l’idealista qualcosa di assurdo. Ma perché è assurdo? Perché, secondo l’idealista, un pensiero del genere contiene o implica una contraddizione. Infatti, per poter pensare che l’universo sia esistito senza essere pensato è necessario innanzitutto pensare all’universo. Ma ciò è contraddittorio.

Il principale problema di questo argomento è che non dimostra nulla. Non dimostra nulla perché è altrettanto valido anche supponendo che l’idealismo sia falso. Supponiamo infatti che l’universo sia veramente esistito senza che ci fosse nessuno a pensarlo. Anche in questo caso, un essere pensante, quale è l’uomo, non potrebbe pensare a quello stato di cose se non, per l’appunto, pensandolo. L’argomento idealista vale dunque in entrambe le direzioni: è compatibile sia con l’ipotesi che l’idealismo sia vero, sia con l’ipotesi che l’idealismo sia falso. Ma un argomento che vale nello stesso modo per due opinioni contraddittorie non può valere né come prova dell’uno, né confutazione dell’altro. L’argomento idealista rende pertanto questa dottrina inconfutabile, ma non nel senso che piacerebbe agli idealisti, ma nello stesso senso per cui l’enunciato: “Piove o non piove” è sempre vero.

Un errore analogo

Per esperienza, ho notato che molti fanno fatica a capire questo argomento. Vediamo allora se riesco a farmi capire partendo da un’argomento che ha la stessa forma logica del mio. Gli aristotelici pensavano che la terra fosse immobile sulla base di questo argomento, che per loro era una reductio ad absurdum:

(1) se la terra si muovesse, e noi lasciassimo cadere un sasso da essa, allora il sasso non dovrebbe cadere sulla verticale, a causa dell’intercorso movimento della terra,
(2) ma se lasciamo cadere un sasso da una torre, questo cade sulla verticale, quindi

(3) la terra è immobile.

Ora, Galileo demolisce questo argomento con il famoso esperimento del naviglio, il cui scopo non è di mostrare che la terra si muove, ma che l’argomento sopra è inconcludente. Se infatti la terra si muovesse in moto costante, il sasso cadrebbe comunque sulla verticale.

L’argomento idealistico per il toglimento della cosa in sé ha lo stesso difetto di quello degli aristotelici. Esso parte dalla premessa che tutto ciò con cui noi abbiamo a che fare sono i nostri pensieri, e ne ricava la conclusione che, dunque, non esiste alcunché al di là del pensiero.
Questo è semplicemente un non sequitur: anche se accettiamo la premessa, la conclusione non segue necessariamente.
Infatti, la premessa:

(1) tutto ciò con cui noi abbiamo a che fare sono i nostri pensieri

sarebbe vera anche se esistesse tutto un mondo al di là del nostro pensiero, perché noi non avremmo comunque altro modo di entrare in relazione al mondo se non, appunto, pensandolo.

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Fichte e la cosa in sé

Fichte

Per quale motivo gli idealisti pensano che non esista alcuna realtà al di là del pensiero? In un dialogo intitolato Rapporto chiaro come il sole per un più vasto pubblico sull’essenza della più recente filosofia. Un tentativo di costringere il lettore a capire (1801) Fichte cerca di rispondere a questa domanda. Consideriamo la seguente situazione. Fissiamo la lancetta di un orologio al tempo t0. La lancetta si trova sul punto A del quadrante. Poi facciamo altro e ci dimentichiamo dell’orologio. Ma al tempo t1 torniamo a guardare l’orologio, e notiamo che la lancetta si trova nel punto B. Un realista spiegherebbe questo fatto nel modo seguente. Nell’intervallo di tempo tra t0 e t1 la lancetta si è mossa da A a B. Questo vuol dire che gli eventi del mondo possono accadere anche quando io non li percepisco, anche quando non li penso. Fichte, però, non è d’accordo, e argomenta in questo modo:

L’AUTORE – Hai guardato questo movimento, lo hai esperito, lo hai vissuto?

IL LETTORE – Come potevo, se stavo ragionando con te e il mio intero io era immerso in questo ragionare ed era riempito di ciò?

L’AUTORE – Come sai allora di questo muoversi della lancetta del tuo orologio? Soffermiamoci su questo.

IL LETTORE – Prima ho guardato davvero il mio orologio e ho percepito il posto in cui stava la lancetta. Adesso lo guardo ancora e non trovo più la lancetta nello stesso posto, ma in un altro. Io deduco dal meccanismo del mio orologio, che prima mi è diventato noto allo stesso modo della percezione, che la lancetta, durante il tempo che ragionavo, si è mossa lentamente.

L’AUTORE – […] Potresti dire questo, lo sapresti [che la lancetta si è mossa], se […] non facessi ancora attenzione almeno una volta alla lancetta e non avessi ottenuto a seguito della percezione reale la conclusione che si trova in un altro posto rispetto a prima?

IL LETTORE – Senza dubbio in tal modo non lo avrei saputo. (499-501)

Fino a questo punto, Fichte ha semplicemente detto: l’affermazione che la lancetta dell’orologio si è mossa mentre non la percepivo si basa su due percezioni e un’inferenza:

  1. La percezione al tempo t0 della lancetta mentre si trovava nel punto A.
  2. La percezione al tempo t1 della lancetta mentre si trovava nel punto B.
  3. L’inferenza per cui, durante l’intervallo intercorso tra t0 e t1, la lancetta si è mossa da A a B.

Questa inferenza è corretta solo se si assume che la lancetta che vediamo al tempo t0 in A è la stessa lancetta che vediamo al tempo t1 in B. Non siamo logicamente obbligati ad assumere questa cosa. Potremmo dire, ad esempio, che si tratta di due lancette numericamente diverse. Ma per affermare una cosa del genere dovremmo avere delle ragioni. Il semplice fatto che un’ipotesi sia logicamente possibile non è una buona ragione per ritenere che sia vera. Non solo, ma le ragioni che sostengono questa ipotesi dovrebbero essere migliori di quelle che sostengono l’ipotesi alternativa.

Ora, curiosamente Fichte non mette in discussione l’idea che la lancetta in t0 sia diversa dalla lancetta in t1. Al contrario, accetta questa idea, e ciononostante pensa che sia possibile negare ciò che ne segue (il fatto, cioè, che la lancetta si è mossa mentre non la percepivo), sulla base di questo argomento:

L’AUTORE – […] la tua affermazione che la lancetta […] è progredita nell’intervallo, quando non la percepisci, non può significare altro che: tu l’avresti percepita come tale che si muoveva in questo intervallo se le avessi prestato attenzione. Perciò affermando un fatto esterno alla tua vita tu asserisci solo un fatto possibile della tua propria vita, un possibile movimento e riempimento di questa vita dalla prima della lancetta alla seconda; tu integri e vi poni all’interno una serie di osservazioni possibili tra i limiti delle due reali. (501)

Ora questo è un puro non sequitur: l’affermazione che la lancetta si è mossa quando non la percepivo non equivale affatto all’affermazione che l’avrei percepita se l’avessi guardata. Le due affermazioni non sono equivalenti perché, come ho cercato di mostrare, la prima dipende solo dall’assunto che la lancetta che percepisco in t1 è la stessa che avevo percepito in t0. Se si assume l’identità numerica della lancetta, l’inferenza realista è corretta.

 

Fichte, J. G. (1794-1804) Scritti sulla dottrina della scienza. 1794-1804. Mondadori, Milano 2008.

Chiacchiere da bar sul mondo, il linguaggio e la cosa in sé

Tempo fa, in un bar di Venezia, ho avuto occasione di sentire la seguente argomentazione: la distinzione che il realista fa tra il linguaggio e la realtà è priva di senso. Infatti, se proviamo a dire che cosa sarebbe questa realtà che esiste indipendentemente dal linguaggio, dobbiamo descriverlo usando il linguaggio. Ma ciò è contraddittorio. Quindi tutto è linguaggio.

Questo argomento è molto interessante perché ricalca la struttura logica dell’argomento con cui gli idealisti credono di sbarazzarsi della cosa in sé. Essi dicono: la distinzione che il realista fa tra pensiero e mondo è priva di senso. Infatti, nel momento stesso in cui affermiamo che qualcosa esiste indipendentemente dal pensiero stiamo, appunto, pensando quel qualcosa. Ma ciò è contraddittorio. Quindi tutto è pensiero.

Ora, il problema di questo argomento è che non prova nulla. Letteralmente! E’ vero che per riferirmi a un albero lo devo nominare, ed è vero che se lo voglio descrivere devo servirmi del linguaggio, ma ciò non prova affatto che l’albero sia fatto delle parole che lo descrivono.
Questo argomento è simile a quello di chi dicesse: se vuoi vedere ciò che vi è in questa stanza devi accendere la luce. Benissimo, ma questo prova solo che io non posso vedere senza luce, e non che l’esistenza delle cose di questa stanza dipende da o consiste nella luce che le illumina.
Allo stesso modo, l’argomento idealista non prova niente, perché vale sia nel caso in cui l’idealista abbia ragione (la cosa in sé non esiste), sia nel caso in cui abbia torto (la cosa in sé esiste). Se la cosa in sé esistesse, dovremmo comunque pensarla per poterci riferire ad essa.