Miseria dello storicismo crociano

Italy Benedetto Croce

Nel saggio Logica come scienza del concetto puro (1909), Benedetto Croce dice un sacco di cose divertenti sulla scienza. Secondo lui, “le scienze naturali non sono altro se non edifizi di pseudoconcetti” (p. 229). La ragione è questa:

A fondamento delle leggi o concetti empirici è il postulato della costanza o uniformità della natura […]. [Ma] Il pensiero comune, al pari di quello filosofico, sa che la realtà non è né costante, né uniforme; e che, anzi, è in perpetua trasformazione, evoluzione e divenire. (p. 234)

Ora, che i concetti scientifici si fondino sul presupposto della regolarità dei fenomeni naturali è certamente vero: nella misura in cui è interessato a scoprire le leggi della natura, lo scienziato deve come minimo supporre che queste leggi esistano, e che pertanto esistano delle regolarità. La supposizione che esistano delle regolarità, però, non esclude che in natura esistano mutamenti. Nessuno scienziato suppone che la natura sia un essere pietrificato alla maniera di Parmenide. Molte delle leggi che egli scopre sono, anzi, leggi del mutamento. In che senso, allora, il mutamento della realtà naturale metterebbe in questione il postulato dell’uniformità? Poche pagine dopo, Croce ce lo spiega, e qui viene la parte divertente:

Accoppiando un lupo a una lupa, si avrà un lupacchiotto, il quale, dopo un po’, diventerà un nuovo lupo, con le sembianze, le forze e gli abiti dei suoi genitori; ma quel lupo non sarà identico ai suoi genitori; altrimenti, come mai i lupi si evolverebbero con l’evolversi della realtà, tutta, di cui sono parte indivisibile? (p. 234)

Due lupi si accoppiano e mettono al mondo un lupacchiotto. Questo lupacchiotto non è perfettamente identico ai suoi genitori, altrimenti non esisterebbe l’evoluzione delle specie viventi. A questo primo argomento verrebbe da rispondere: “E allora? Nessuno scienziato ai tempi di Croce negava l’evoluzione delle specie viventi. Anzi, l’evoluzione e le sue leggi erano state scoperte proprio da Darwin, che è uno scienziato.”

Ma il secondo esempio di Croce è ancora più divertente:

Analizzando chimicamente un litro d’acqua, si ottiene H2O; ma, ricombinando chimicamente H2O, l’acqua che si riottiene è, per modo di dire, la stessa di prima; giacché quel combinare e ricombinare qualche modificazione deve avere prodotta (ancorché non percepita da noi), e, in ogni caso, nel momento seguente, mutazioni sono avvenute nella realtà, da cui l’acqua non è separabile, e, perciò, nell’acqua stessa, presa in concreto. (p. 235)

Se scomponete e ricomponete chimicamente un litro d’acqua, alla fine non ottenete lo stesso litro d’acqua, ma qualcosa di diverso. Davvero? E cosa? Croce non lo sa, però “quel combinare e ricombinare qualche modificazione deve avere prodotta”. In ogni caso, siccome Croce ha deciso che l’acqua “in concreto” comprende anche la totalità delle sue relazioni esterne, è sufficiente che nel frattempo qualcuno abbia aperto la finestra per poter dire che l’acqua è cambiata. Un capolavoro!

 

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Croce, Benedetto (1909), Logica come scienza del concetto puro, Laterza, Bari.

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La dialettica hegeliana spiegata un po’ meno semplice e con un po’ di critica

hegel_dialettica

Questo articolo prosegue e approfondisce il discorso sulla dialettica hegeliana che avevo iniziato qui, per cui magari dateci un occhio prima di proseguire.

Nel primo articolo dicevo che la dialettica è la causa finale di ogni mutamento. Ora, la tesi che ogni mutamento sia spiegabile nei termini di una causalità finale ha una lunga storia che vale la pena di esaminare, perché ci sarà utile per comprendere Hegel. Preparatevi, però, perché torneremo agli albori della filosofia.

Facciamo dunque un piccolo excursus

Nella sua Metafisica Aristotele parla della meraviglia suscitata dai problemi riguardanti “la generazione dell’intero universo”. L’espressione non va intesa nel senso di una creazione ex nihilo della materia, ma come l’emergere della configurazione armonica e ordinata del mondo, il cosmo, a partire dallo sfondo indifferenziato del caos. Sia che si voglia intendere la parola “caos” nella sua accezione originaria di ampio e fecondo grembo tenebroso contenente gli elementi del mondo, sia che per estensione – e secondo un uso più tardo – la si usi per indicare la commistione di questi elementi, l’idea che l’harmonia mundi fosse il risultato di un processo graduale è quasi universalmente condivisa dai Greci, e non solo da loro. Il modello evolutivo dell’universo è presente presso tutti i popoli della Terra: l’ordine universale non è mai pensato come un fatto originario, ma è sempre il risultato di un processo che ha, come punto di partenza, il semplice, l’indifferenziato, la mescolanza degli elementi, il caos. E la creazione dell’ordine è pensata come un processo di differenziazione, di smembramento, di divisione dell’indifferenziato in varie province.

Inoltre, l’ordine che affiora dal mare primordiale del caos non è concepito come un semplice mondo tra i molti possibili, ma è quella particolare configurazione degli elementi che reca in sé l’impronta dell’armonia e del bene. La parola “armonia”, in questo contesto, significa retta proporzione, giusto rapporto tra le parti e il tutto. Il cosmo è dunque pensato alla stregua di un organismo vivente, di un artefatto, dove ogni singola parte concorre al funzionamento del tutto. Da questo punto di vista, la nozione arcaica di cosmo non ha nulla a che vedere con la sua controparte moderna: il cosmo degli antichi Greci non è una struttura determinata da un insieme di cieche leggi naturali, ma è una specie artefatto le cui parti sono concatenate e coordinate tra loro secondo un fine preciso, che di solito è il bene dell’uomo, delle creature viventi e la perpetuazione dell’ordine stesso.

Ora quando, con la nascita della filosofia, i miti cosmogonici verranno esaminati razionalmente, e cioè quando verranno considerati come descrizioni oggettive del mondo, si porrà un problema vertiginoso.

In natura l’ordine non si produce mai spontaneamente, ma sembra richiedere sempre l’azione intelligente e finalisticamente orientata di un qualche agente.

Il vaso non si produce da solo, ma richiede l’opera del vasaio, le scarpe quella del calzolaio e la nave quella del carpentiere. Così è naturale pensare che anche l’ordine dispiegato dall’universo non possa derivare dal caso, ma sia il prodotto dell’azione intelligente e finalisticamente orientata di un qualche demiurgo divino.

Ecco allora sorgere l’aporia che è causa di meraviglia: nella Teogonia Esiodo ci dice che nessun demiurgo, nessun essere intelligente preesiste al caos primordiale: persino gli dèi emergono dal caos. Come può, allora, l’indifferenziato mare del caos produrre l’ordine dell’universo? Come può sorgere l’ordine a partire da uno stato di cose nel quale manca un’intelligenza ordinatrice? Le nostre intuizioni di fondo sul mondo vengono disattese, perché quello che vale per i vasi, le navi e i calzari sembra non valere più per la totalità delle cose: gli artefatti umani richiedono un demiurgo, l’universo no. Come è possibile?

L’importanza storica di questa aporia è, per Aristotele, immensa: da essa, infatti, la filosofia avrebbe tratto la sua prima linfa e il suo impulso iniziale. Le dottrine di coloro che per primi filosofarono non sono, per lui, che un rozzo tentativo di risolvere il problema dell’origine dell’universo. Il loro più grande merito fu quello di aver compreso che i mutamenti naturali scorrono come onde sul dorso di un sostrato materiale immutabile – un sostrato che hanno chiamato ora “acqua”, ora “aria”, ora “fuoco” ora in altro modo ancora.

Individuare il sostrato materiale non è però sufficiente a spiegare la generazione del tutto: è necessario, dice Aristotele, individuare anche la causa efficiente, e cioè la forza che fa mutare le affezioni del sostrato. Questa causa era stata ricercata da alcuni pensatori antichi, in particolare da Parmenide, Empedocle, Anassagora e, fra gli “antichissimi”, anche da Esiodo. Costoro, dice Aristotele, non solo hanno indagato la causa materiale della natura, ma anche la causa efficiente, identificandola con l’amore, un termine che in questo contesto designa una forza universale che fa muovere e aggregare la materia.

Ma, anche così, la generazione degli enti rimane inspiegata in un suo aspetto essenziale. Nel suo incessante mutare la natura genera infatti anche ordine, bellezza e bontà, tutte cose che non possono scaturire dal caso o da una cieca causalità efficiente. È pertanto necessario postulare l’esistenza di un’Intelligenza la quale diriga il mutamento degli enti secondo un disegno o un fine prestabilito. Tra i filosofi presocratici, l’unico a pensare che la natura fosse governata da un’Intelligenza superiore fu Anassagora. Ciò fa di lui il più assennato, anzi “il solo filosofo assennato”, tra i filosofi antichi. Ciononostante, Anassagora si serve dell’Intelligenza solo come di un deus ex machina, per trarsi d’impaccio ogni qual volta non riesce a spiegare i fenomeni servendosi della sola causalità meccanica. Aristotele crederà di aver trovato la soluzione definitiva dell’aporia con l’introduzione della causalità finale nell’ordine naturale e con la nota dottrina del primo motore – una soluzione che però comporta un deciso allontanamento dallo schema arcaico della generazione, perché implica l’affermazione dell’eternità dell’ordine cosmico.

Ma in che modo Aristotele introduce la causalità finale in natura?

Aristotele capì che non si poteva introdurre la causalità finale in natura nel modo grossolano in cui l’aveva fatto Platone, cioè postulando l’esistenza di un Demiurgo che plasma la materia informe. Arrivò alle cause finali partendo dall’osservazione del mondo naturale. Notò che la conformazione degli organismi viventi non poteva essere stata prodotta dal caso, né da una causalità meramente efficiente. Da qui pervenne alla tesi generale che “tutte le cose naturali esistono per un fine o saranno accadimenti fortuiti di quanto esiste per un fine.” (De anima, Γ, 12, 434 a 31)

Nella Fisica (Β, 8, 198 b 17 – 199 a 30) il discorso viene approfondito, anche perché Aristotele prende in considerazione un’obiezione formidabile: non potrebbe darsi il caso, si chiede, che la natura “agisca senza alcun fine e non in vista del meglio”? Ad esempio, non potrebbe darsi che la pioggia non cada allo scopo di far crescere il frumento, ma per una serie di cause meramente efficienti (“per necessità”, dice Aristotele)? Oppure, non potrebbe darsi il caso che “per necessità i denti incisivi nascano acuti e adatti a tagliare, quelli molari, invece, piatti e utili a masticare il cibo; ma che tutto questo avvenga non per tali fini, bensì per accidente”? Subito dopo Aristotele arriva addirittura a prefigurare la teoria della selezione naturale. Potrebbe darsi il caso, dice, che “quegli esseri, in cui tutto si è prodotto accidentalmente, ma nello stesso modo che se si fosse prodotto in vista di un fine, si sono conservati per il fatto che per caso sono risultati costituiti in modo opportuno; quanti altri, invece, non sono in tale situazione, si sono perduti o si van perdendo, come quei buoi dalla ‘faccia umana’ di cui parla Empedocle.”

Aristotele stava per compiere il passo che avrebbe compiuto Darwin secoli dopo di lui. Purtroppo, però, non arrivò fino in fondo. Infatti il discorso continua così:

è impossibile che la cosa stia così. Infatti, le cose ora citate […] si generano in questo modo [in modo, cioè, funzionale allo scopo] o sempre o per lo più, mentre ciò non si verifica per le cose fortuite e casuali. Difatti, pare che non fortuitamente né a caso piova spesso durante l’inverno; ma sotto la canicola, sì [quando c’è n’è più bisogno]; né che ci sia [per caso] calura sotto la canicola; ma in inverno, sì. […] Dunque, nelle cose che in natura sono generate ed esistono, c’è una causa finale. […] Se, dunque, secondo natura e in vista di un fine la rondine crea il suo nido, e il ragno la tela, e le piante mettono le foglie per i frutti, e le radici non su ma giù per il nutrimento, è evidente che tale causa è appunto nelle cose che sono generate ed esistono per natura.

Aristotele dice dunque:

(1) Se la natura fosse governata esclusivamente da cause efficienti (o dal caso), non produrrebbe sistematicamente stagioni funzionali al raccolto, né organismi adatti a vivere in modo così sistematico;

(2) ma la natura produce sistematicamente stagioni funzionali al raccolto e organismi adatti a vivere, dunque

(3) la natura non è governata solo da cause efficienti, ma anche da cause finali.

Ora, dire che la natura è governata da cause finali significa dire che la natura è l’attuazione vivente di un progetto, di un disegno. Il che ci riporta a Hegel.

Adesso torniamo a Hegel

Anche secondo Hegel la natura è la realizzazione di un fine. Questo fine è Dio o l’Assoluto o, come dice Hegel, “l’Idea”. Più precisamente, la natura rappresenta il secondo momento della dialettica, quello nel quale Dio cessa di esistere astrattamente per diventare qualcosa di concreto, materiale. Non solo, ma la natura è in un certo senso anche la negazione di Dio. Mentre infatti Dio è essenzialmente pensiero, intelligenza, interiorità, la natura è essenzialmente materia, esteriorità. Scrive Hegel:

La natura è […] l’idea [che esiste] nella forma dell’alterità. Siccome in tal modo l’idea è come il negativo di se stessa o esterna a sé […] l’esteriorità costituisce la determinazione in cui essa è come natura. (Filosofia della natura, § 247)

Per quale motivo Dio dovrebbe farsi natura? Perché solo in questo modo il suo fine può realizzarsi pienamente. Dal grembo della natura nasce, infatti, l’uomo. L’uomo è il terzo e ultimo momento della dialettica, quello in cui Dio, dopo essere diventato altro da sé nella natura, ritorna in sé. L’uomo è spirito, cioè la sintesi di natura e pensiero, oggettività e soggettività, interiorità ed esteriorità. Scrive Hegel:

L’idea divina consiste proprio in questo, nel decidersi a porre quest’altro [la natura] fuori di sé e di nuovo riprenderlo in sé, per essere soggettività e spirito. La filosofia della natura rientra in questa via del ritorno; infatti è la filosofia della natura che supera la separazione tra natura e spirito e procura allo spirito la conoscenza della sua essenza nella natura. (Filosofia della natura, § 247, aggiunta)

L’errore essenzialista

L’idea che l’uomo sia il fine ultimo della natura è tipicamente cristiana. Dopo che Darwin ha pubblicato l’Origine delle specie, però, questa idea non è più sostenibile. Non possiamo più dire che l’uomo è il fine della natura perché la natura, in generale, non persegue alcun fine.

L’errore di fondo – non solo di Hegel, ma di buona parte della filosofia antica e moderna – sta nell’essenzialismo. L’essenzialismo assume la sua forma canonica con Aristotele e consiste nel dire che l’essenza delle cose coincide con la causa finale del loro sviluppo. Ad esempio: l’embrione diventa essere umano allo scopo di realizzare la sua essenza. In questo modo la forma finale – il “risultato” direbbe Hegel – è la realizzazione dell’essenza della cosa. In Platone la forma (=idea) è esterna all’oggetto, essa rimane sostanzialmente irraggiungibile. In Aristotele come in Hegel, la forma diventa invece il terminus ad quem del divenire. In ogni caso, la forma è però la causa finale.

Ogni volta che una cosa o un animale non sviluppa la propria essenza, ciò va interpretato come un’aberrazione: lo sviluppo naturale dell’animale è stato deviato da cause materiali e allontanato dalla forza attrattiva della causa finale. Scrive Aristotele: “se i bovini non fossero stati in grado di raggiungere un certo termine o un certo fine, ciò si sarebbe dovuto far risalire alla corruzione di un qualche principio, come è corrotto il seme nel caso dei mostri.” (Fisica, Β, 8, 199 b 5).

Per l’evoluzionismo le cose stanno diversamente: la specie non è pensata in termini essenzialistici, ma in termini nominalistici: è semplicemente l’insieme dei tratti che fa sì che una classe di organismi siano simili. Ma questo insieme di tratti non sono la causa finale del loro sviluppo. Essa è semplicemente il centro di una curva a campana di oggetti simili.

Considerate la seguente storia. Chiamo popolazione una classe di organismi che sono capaci di riprodursi tra loro. Immaginiamo di misurare il tempo che 100 esemplari di una popolazione di anfibi può resistere fuori dall’acqua prima di tornare in acqua.

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Otteniamo così la distribuzione normale di questa popolazione che costituisce “l’essenza” degli animali che stiamo considerando. Questi sono detti “anfibi” perché riescono a stare in superficie per un certo tempo e non oltre.

Supponiamo adesso di far scarseggiare il cibo presente nell’acqua e di aumentare quello presente in superficie. In questo caso, gli esemplari che possono rimanere più tempo in superficie a esplorare il territorio sono avvantaggiati e si riprodurranno con maggiore probabilità. Dopo un certo numero di generazioni avremo dunque una distribuzione diversa.

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L’animale che prima si trovava all’estremità della distribuzione ora si trova al centro. L’essenza si è leggermente modificata.

Se adesso immaginiamo che la tendenza proceda in modo lineare (sempre meno cibo in acqua), alla fine avremo animali che sono diventati in tutto e per tutto terrestri. Non esistono più gli anfibi, e ciò che prima aveva l’essenza di anfibio ora ha l’essenza di un animale terrestre. Non c’è più nessuna sovrapposizione. La cosa interessante è che ogni animale può accoppiarsi con uno a lui contiguo fino a formare una catena ininterrotta che dall’anfibio si arriva all’animale terrestre. Non si tratta di un esperimento mentale: di fatto questi anelli intermedi sono esistiti.

Per questa ragione Darwin sostiene che il termine “specie” è puramente arbitrario

Se una varietà prospera fino a superare numericamente la specie madre, si considera la varietà come una specie e la specie come una varietà; oppure può accadere che la varietà soppianti e stermini la specie genitrice; o che entrambe coesistano, ed in tal caso saranno classificate come specie indipendenti. […] Da queste osservazioni risulta che io considero il termine di specie come applicato arbitrariamente, per ragioni di convenienza, a gruppi di individui molto somiglianti fra loro, e che esso non differisce sostanzialmente dal termine varietà, il quale è riferito a forme meno distinte e più variabili. Anche il termine di varietà per quanto riguarda le semplici differenze individuali, è applicato arbitrariamente, per ragioni di convenienza. (Origine delle specie)

Ovviamente Hegel non poteva sapere queste cose, e quindi è in un certo senso scusabile. Molto meno lo sono gli hegeliani di oggi.

Hayek e il dogma della previsione totale

 

hayek

C’è un pregiudizio che bisognerebbe demolire a proposito della supposta superiorità delle scienze naturali rispetto alle scienze umane, ed è questo:

le scienze naturali (fisica, chimica, ecc.) sono “pienamente sviluppate”, mentre le scienze umane (economia, sociologia, psicologia, ecc.) non lo sono ancora.

Il motivo per cui le scienze naturali sono pienamente sviluppate – così sostiene il pregiudizio – è che riescono a fare previsioni accurate (il che è vero), mentre le scienze umane non riescono a prevedere, se non in modo molto vago, gli eventi che studiano (vero anche questo). Un astronomo può calcolare con precisione sbalorditiva le eclissi solari dei prossimi cent’anni, mentre nessun’economista è in grado di dirti con la stessa sicurezza se tra un anno ci sarà una crisi finanziaria.

Da questo fatto nasce quello che potremmo chiamare “il dogma della previsione totale”:

le scienze umane si trovano ancora in uno stato pre-scientifico o proto-scientifico. Hanno ancora molta strada da fare. Gli scienziati sociali devono impegnarsi a far diventare le loro discipline quanto più simili alla scienze naturali. Idealmente, l’economista dovrebbe essere in grado un giorno di prevedere le crisi economiche con la stessa precisione con cui l’astronomo prevede le eclissi.

Hayek e il problema della complessità

Uno dei primi a criticare il dogma della previsione totale è stato l’economista Friedrich A. von Hayek. In un articolo intitolato La teoria dei fenomeni complessi (1967), Hayek sostiene che la ragione per cui le scienze naturali riescono a fare previsioni accurate è che si occupano di fenomeni relativamente semplici, mentre il grado di complessità dei fenomeni sociali è così alto che è impossibile trovare delle leggi che ci permettano di fare delle previsioni. A rendere complessi i fenomeni sociali non è solo l’enorme numero delle variabili in gioco, ma anche il fatto che queste variabili sono il più delle volte in linea di principio inconoscibili. Ad esempio, l’andamento delle esportazioni di un certo prodotto può dipendere da fattori climatici imprevedibili, da disastri ambientali, dalle speculazioni di borsa, dal risultato delle prossime elezioni, da colpi di stato che avvengono in paesi lontani dove il prodotto viene esportato. E aggiungiamo subito un “eccetera”, perché altrimenti la lista non finirebbe mai.

Se anche disponessimo di un supercomputer capace di fare dei calcoli sulla base di algoritmi dati, non potremmo comunque inserire le informazioni di cui abbiamo bisogno, perché non riusciremmo a reperirle in alcun modo. Le nostre teorie economiche sono pertanto destinate a rimanere “algebriche”, perché siamo di fatto (e in linea di principio) incapaci di sostituire le variabili con dei dei valori determinati. Il che, tradotto in parole più semplici, significa che non potremmo mai impiegare le nostre migliori teorie economiche per fare delle previsioni concrete. Al massimo potremmo fare delle “previsioni ipotetiche”, cioè delle previsioni che dipendono in larga parte da fenomeni il cui accadere (o non accadere) è totalmente incerto. In ogni caso, lo spettro dei fenomeni compatibili con le nostre teorie è troppo ampio perché queste possano mai essere falsificate in senso stretto (possono esserlo in senso lato, come vedremo tra poco).

L’evoluzione come caso paradigmatico

Un caso paradigmatico di fenomeno altamente complesso è costituito dall’evoluzione delle specie viventi. Che l’evoluzione sia regolata dai meccanismi della selezione naturale individuati da Darwin è un fatto oggi assodato. Questi meccanismi funzionano indipendentemente dalle particolari circostanze ambientali da cui hanno origine. Proprio per questo, gli stessi meccanismi possono dare origine a gruppi di organismi completamente differenti, a seconda di come variano le circostanze ambientali. Questo fa sì che sia impossibile, sulla base della teoria darwiniana, fare delle predizioni su come le specie si evolveranno in futuro. Non solo, ma se potessimo viaggiare indietro nel tempo, sarebbe per noi impossibile prevedere la comparsa della specie homo (o di qualunque altra specie a venire) a partire dalle informazioni a nostra disposizione. Scrive Hayek:

La teoria in quanto tale […] descrive solo uno spettro di possibilità. Nel fare questo, essa esclude altri possibili eventi, e ciò la rende falsificabile. […] Se venisse osservata una sequenza di eventi che non possono essere inseriti nel suo schema – ad es. se i cavalli improvvisamente partorissero dei cavallini con le ali […] – dovremmo considerare la teoria come confutata.

Questo punto è notevole: la teoria della selezione naturale soddisfa pienamente il criterio della falsificabilità, ed è in questo senso pienamente scientifica. Non è, dunque, una forma di pseudo-scienza o di proto-scienza, ma è una scienza matura. Ciononostante, essa non consente di fare delle previsioni specifiche, ma solo previsioni ad ampio spettro. Le stesse limitazioni valgono anche per le scienze umane, dall’economia alla psicologia. L’idea che queste scienze possano un giorno arrivare alla “previsione totale” (cioè alla formulazione di leggi con un potere predittivo paragonabile a quello delle scienze naturali) è quindi un dogma privo di fondamento.

La dispersione sociale delle conoscenze e le economie di mercato

Questa è la ragione per cui la politica dovrebbe astenersi il più possibile dall’interferire con l’economia. Il tipo di conoscenze che sono rilevanti per prendere decisioni in campo economico non sono, infatti, di tipo scientifico, non sono cioè conoscenze di leggi universali, ma conoscenze idiosincratiche di fatti particolari, legati a circostanze di tempo e di luogo. Queste conoscenze locali sono disperse tra i vari membri della società, e non c’è modo di unificarle. Già Adam Smith notava che “ognuno, nella propria condizione locale, può giudicare molto meglio di qualsiasi uomo di Stato o legislatore quale sia la specie di industria interna che il suo capitale può impiegare.” (Smith, 1776, p. 584) L’idea hegeliana (e poi socialista, e poi fascista) che lo Stato possa ricapitolare in sé l’intero sapere di un popolo è la versione misticheggiante del dogma della previsione totale.

La dispersione sociale delle conoscenze è anche la ragione per cui le economie di mercato sono, in generale, più efficienti delle economie pianificate di stampo socialista. In un’economia di mercato, dove gli scambi avvengono per lo più liberamente, i singoli sono guidati nelle loro scelte dai prezzi di mercato. Questi riflettono l’intensità della domanda e la scarsità relativa di beni e servizi. Quando un bene o un servizio diventa più scarso i consumatori cercano delle alternative, spingendo così l’industria all’innovazione. Quando il prezzo di un prodotto sale, la domanda si sposta su altri prodotti simili, favorendo così la competizione. Non c’è nessuna intenzionalità, nessuno “Spirito del mondo” dietro a questi processi, così come non c’è nessuna “disegno intelligente” dietro all’apparente efficenza nel modo in cui le specie si evolvono.

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Hayek, Friedrich A. (1967) “The Theory of Complex Phenomena: A Precocious Play on the Epistemology of Complexity”, in Hayek, F. A. (1967) Studies in Philosophy, Politics and Economics, Routledge & Kegan Paul, London, pp. 22-42.

Smith, Adam (1776) An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations, tr. it. La ricchezza delle nazioni, UTET, Torino 1975.

Che ne è delle idee di Platone?

Darwin

L’essenza è tradizionalmente concepita come l’insieme dei tratti che fa sì che una classe di oggetti siano simili. Ad esempio, l’essenza della classe dei coltelli è l’essere un oggetto affilato dotato di un’impugnatura, ecc.

L’essenzialismo biologico è la dottrina che consiste nel dire che l’essenza degli animali è la causa finale del loro sviluppo. Ad esempio: l’embrione diventa essere umano allo scopo di realizzare la sua essenza. In questo modo la forma che costituisce il terminus ad quem del divenire è la realizzazione dell’essenza della cosa. In Platone la forma è esterna all’oggetto, essa rimane sostanzialmente irraggiungibile. In Aristotele, la forma diventa il terminus ad quem del divenire. In Platone come in Aristotele, la forma è la causa finale.

Ogni qual volta un animale non sviluppa la propria essenza, ciò è da pensarsi come un’aberrazione: il divenire dell’animale è stato deviato da cause materiali e allontanato dalla forza attrattiva della causa finale: “se i bovini non fossero stati in grado di raggiungere un certo termine o un certo fine, ciò si sarebbe dovuto far risalire alla corruzione di un qualche principio, come è corrotto il seme nel caso dei mostri.” (Aristotele, Fisica, Β, 8, 199 b 5).

Per l’evoluzionismo le cose stanno diversamente: l’essenza è sempre l’insieme dei tratti che fa sì che una classe di oggetti siano simili. Ma questa non è pensata come la causa finale del loro sviluppo. Essa è semplicemente il centro di una curva a campana di oggetti simili.

Immaginiamo di misurare il tempo che 100 esemplari di una popolazione di anfibi può resistere fuori dall’acqua prima di tornare in acqua.

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Otteniamo così la distribuzione normale di questa popolazione che costituisce l’essenza degli animali che stiamo considerando. Questi sono detti anfibi perché riescono a stare in superficie per un certo tempo e non oltre.

Supponiamo adesso di far scarseggiare il cibo presente nell’acqua e di aumentare quello presente in superficie. In questo caso, gli esemplari che possono rimanere più tempo in superficie a esplorare il territorio sono avvantaggiati e si riprodurranno con maggiore probabilità. Dopo un certo numero di generazioni avremo dunque una distribuzione diversa.

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L’animale che prima si trovava all’estremità della distribuzione ora si trova al centro. L’essenza si è leggermente modificata.

Se adesso immaginiamo che la tendenza proceda in modo lineare (sempre meno cibo in acqua), alla fine avremo animali che sono diventati in tutto e per tutto terrestri. Non esistono più gli anfibi, e ciò che prima aveva l’essenza di anfibio ora ha l’essenza di un animale terrestre. Non c’è più nessuna sovrapposizione. La cosa interessante è che ogni animale può accoppiarsi con uno a lui contiguo fino a formare una catena ininterrotta che dall’anfibio si arriva all’animale terrestre. Non si tratta di un esperimento mentale: di fatto questi anelli intermedi sono esistiti.

Sulla base di queste considerazioni, Darwin afferma che il termine “specie” è puramente arbitrario:

Se una varietà prospera fino a superare numericamente la specie madre, si considera la varietà come una specie e la specie come una varietà; oppure può accadere che la varietà soppianti e stermini la specie genitrice; o che entrambe coesistano, ed in tal caso saranno classificate come specie indipendenti. […]

Da queste osservazioni risulta che io considero il termine di specie come applicato arbitrariamente, per ragioni di convenienza, a gruppi di individui molto somiglianti fra loro, e che esso non differisce sostanzialmente dal termine varietà, il quale è riferito a forme meno distinte e più variabili. Anche il termine di varietà per quanto riguarda le semplici differenze individuali, è applicato arbitrariamente, per ragioni di convenienza. (Darwin, Origine delle specie, Bompiani p. 123)

Siccome Aristotele ha bisogno di pensare alla natura come finalisticamente ordinata, esclude che la materia sia capace di movimento spontaneo, altrimenti ciò interferirebbe con il movimento finalisticamente orientato.

Molto si può imparare da questo errore aristotelico.

Gentile confuta Darwin… o quasi

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Nella sua Teoria generale dello spirito come atto puro (§ 16), Giovanni Gentile formula una curiosa confutazione della teoria della selezione naturale di Darwin. La confutazione si basa su una sorta di esperimento mentale: “S’immagini”, scrive Gentile, “un momento in cui una data specie ci sia, e non ci sia ancora quella superiore che ne deve scaturire, secondo la teoria evoluzionistica pretende”. Per rendere più concreto l’esperimento, immaginate il tempo in cui sulla terra esistevano gli archeobatteri o altri organismi unicellulari, ma non le altre forme di vita più complesse: soprattutto niente uomini. Fatto? Bene. Adesso vediamo cosa succede:

ove ben si rifletta, non sarà difficile avvertire che il passaggio da un grado all’altro della natura non è intelligibile se non trascorrendo colla mente da quel momento, in cui il secondo grado non c’è, al successivo, in cui c’è il primo e il secondo e il loro rapporto.

Quindi: il passaggio dallo stadio degli archeobatteri a quello successivo in cui compaiono gli organismi multicellulari è pensabile (“intelligibile”, scrive Gentile) solo “trascorrendo con la mente” dallo stadio degli archeobatteri allo stadio degli organismi multicellulari. In termini ancora più semplici, quello che Gentile sta dicendo è: per poter pensare il passaggio da A ad A+B devo prima pensare ad A e poi ad A+B.

Vi chiederete: che cosa potremmo mai ricavare da una constatazione così banale? Gentile ne ricava moltissimo. Ne ricava addirittura una confutazione dell’evoluzionismo. Il testo infatti continua con queste parole:

in tutta la lunghissima catena dell’evoluzione il primo anello si pone sempre innanzi al nostro pensiero insieme con tutti gli altri, fino all’ultimo; cioè fino all’uomo, che non è più natura, e distrugge quindi, col suo solo intervento, la possibilità di concepire la natura, in quanto tale, evoluzionsticamente.

Quindi: se proviamo a pensare l’intera catena dell’evoluzione partendo dagli organismi più semplici, alla fine di questa catena troviamo l’uomo, cioè un essere pensante. In quanto è un essere pensante, l’uomo non è semplicemente un oggetto tra gli oggetti (“non è più natura”), ma è un soggetto, una coscienza. Ora, il fatto che esista l’uomo, cioè il fatto stesso che esista un essere pensante, rende impossibile “concepire la natura evoluzionisticamente.”

Berkeley

Ma perché? Perché per Gentile, come già per il vescovo Berkeley, è assurdo pensare che la realtà possa esistere indipendentemente dal pensiero. La teoria della selezione naturale presuppone che sia esistito un tempo, lunghissimo, in cui sulla terra non esistevano animali pensanti, un tempo in cui il mondo esisteva senza essere pensato da nessuno. Ma ciò per Gentile è assurdo. Pertanto l’evoluzionismo deve essere falso. Gentile conclude così il suo argomento:

la condizione imprescindibile per intendere la natura […] in movimento, è che l’oggetto non si distacchi dal soggetto, e non si ponga in sè […].

L’intero argomento poggia dunque sulla confutazione di Berkeley della cosa in sé. Una confutazione che Gentile dà per scontata e che non si preoccupa di esaminare criticamente. Anzi, per Gentile, il problema di Berkeley è di non essere stato all’altezza della propria “felice intuizione” (Cfr. § 1). Ma in cosa consiste esattamente l’argomento di Berkeley? In questo: pensare che le cose possano esistere indipendentemente da una mente pensante è contraddittorio. E a quelli che la pensano diversamente, Berkeley risponde:

Ma, direte, non c’è niente di più facile che immaginare che esistano alberi, ad esempio in un parco, o libri in uno studio, senza che vi sia nessuno a percepirli. Rispondo che certo potete farlo, in questo non c’è nessuna difficoltà: ma non state forse formando nella vostra mente certe idee che chiamate libri e alberi, omettendo nel contempo di formulare l’idea di qualcuno che possa percepirli? Non state forse voi stessi pensando o percependo quelle idee? Questo, dunque, non prova nulla: mostra soltanto che avete il potere di immaginare o di formare idee nella vostra mente, ma non che potete concepire la possibilità che gli oggetti del pensiero esistano al di fuori della mente. Per questo, è necessario che concepiate che tali oggetti esistano senza essere concepiti o pensati, ciò che è una contraddizione manifesta. (Berkeley, 1710)

Questo argomento si basa sulla premessa, che qui rimane implicita, per cui le cose non sono altro che insiemi o collezioni di percezioni (ad esempio, un albero non è che un insieme di forme, colori, ecc.). Integrando questa premessa con quello che viene detto sopra otteniamo il seguente argomento:

(1) le cose sono insiemi di percezioni, ma

(2) le percezioni non possono esistere senza un soggetto percipiente, quindi

(3) le cose non possono esistere senza un soggetto percipiente.

Dal momento poi che le percezioni sono, di fatto, contenuti della mente, e cioè, secondo la terminologia dell’epoca idee, l’argomento assume questa forma generale, che Gentile fa sua:

(1) le cose sono insieme di idee, ma

(2) le idee non possono esistere senza un soggetto pensante, quindi

(3) le cose non possono esistere senza un soggetto pensante.

Ora, il punto debole di questo argomento è la premessa (1). Berkeley sembra qui confondere fra due tesi: una tesi epistemologica e una tesi ontologica. La tesi epistemologica riguarda il modo in cui noi conosciamo le cose. La tesi ontologica riguarda la natura o essenza delle cose. Da un punto di vista epistemologico è certamente vero che noi conosciamo le cose sensibili (come libri e alberi) per mezzo delle percezioni o idee. Ma da questo non segue che, allora, le cose sono identiche a percezioni o idee. Allo stesso modo, un conto è dire che possiamo vedere solo ciò che è illuminato, un altro è dire che esiste solo ciò che è illuminato. Berkeley sembra invece assumere che, siccome possiamo conoscere solo ciò che percepiamo, allora esistono solo cose percepite. Ma questa è una petizione di principio: la ragione per cui è contraddittorio pensare che le cose possano esistere indipendentemente dal pensiero è che si assume, fin dall’inizio, che esistano solo pensieri.

Eppure ancora oggi, in Italia, c’è chi prende sul serio questo argomento. Severino, ad esempio, che a proposito della scienza scrive:

Si aggiunga che la scienza intende fondarsi sull’«osservazione». Ma la gran questione è che la realtà, che per la scienza esisterebbe egualmente anche se l’uomo non esistesse (l’uomo, dice la scienza, compare soltanto a un certo punto dello sviluppo dell’universo), è per definizione ciò che non è osservato dall’uomo, ciò di cui l’uomo non fa esperienza. Ciò significa: non può esserci esperienza umana di ciò che esiste anche quando l’umano non esiste; e quindi l’affermazione che la realtà è indipendente dall’uomo finisce anch’essa con l’ essere una semplice fede o quella forma di fede che è il grado anche più alto di «probabilità». (Nuovo realismo, vecchio dibattito. Tutto già conosciuto da millenni, in “Corriere della sera”, 31/08/2011)