Senza Dio tutto è permesso?

 

 

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Quello che vedete qua sopra è uno scambio, avvenuto qualche giorno fa su Repubblica, tra il teologo Vito Mancuso e il giornalista Corrado Augias. Il problema che viene discusso è quello del fondamento della morale: cosa fa sì che le nostre azioni siano giuste o sbagliate? Esiste un fondamento o un criterio oggettivo per i nostri giudizi morali, oppure la morale è una questione di gusti e di preferenze personali?

La tesi di Mancuso è quella di Dostoevskij: se Dio non esiste, allora tutto è permesso. L’idea di fondo è che le nostre azioni hanno un valore morale (cioè possono essere buone o cattive) se e solo se anche il cosmo ha un valore morale (cioè è il risultato di un disegno intelligente volto al bene).

La risposta di Augias a questo argomento è disastrosa. Sostanzialmente dice che il disegno divino, ammesso che esista, ha miseramente fallito, perché noi umani lo abbiamo disatteso (e allora?). E poi conclude che, in fondo, è tutta una questione di opinioni. Della serie: tu la pensi così, io la penso cosà.

Peccato, perché ci sarebbe parecchio da dire sull’argomento di Mancuso. Ad esempio, si potrebbe osservare che la tesi di fondo di Mancuso è un non sequitur. Dal fatto che le nostre azioni abbiano un valore morale non segue affatto che anche il cosmo debba avere un valore morale. Infatti, nulla ci impedisce di pensare che le nostre azioni abbiano un valore morale che il cosmo non possiede.

Facciamo un esempio. Supponiamo che il cosmo non abbia alcun valore morale, e cioè che accadimenti cosmici come la formazione e la distruzione di stelle e galassie non sia né un bene né un male. Da questo segue forse che torturare un innocente non ha alcun valore morale? Io direi che ce l’ha, eccome: ha valore per la vittima, ha valore per i famigliari della vittima, e così via. Non c’è alcun bisogno di attribuire all’intero cosmo un significato morale perché queste azioni abbiano significato per noi. L’idea che qualcosa debba avere valore su scala cosmica perché abbia valore per noi è veramente bizzarra. E infatti nessuno ragiona così nella vita reale. La ragione per cui io non strappo di mano i giocattoli a una bambina non ha nulla a che fare col significato che io attribuisco al cosmo. Non lo faccio perché quei giocattoli sono importanti per la bambina, e perché sono in grado di capire che le farei del male se la privassi dei giochi.

 

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Per una controstoria dello scetticismo

Scetticismo

Secondo un’opinione molto diffusa, la credulità sarebbe plebea per essenza, mentre lo scetticismo sarebbe il contrassegno più chiaro di uno spirito raffinato e profondo: «è l’aristocrazia dell’intelligenza», dicevano i fratelli Goncourt.

Può darsi che sia così. Storicamente, però, lo scetticismo filosofico è sempre stato usato per combattere delle battaglie di retroguardia. Il ricorso alla testimonianza dei sensi è tollerabile finché corrobora gli antichi dogmi della tradizione. Ma non appena delle controprove vengano portate alla luce, ecco che si rispolvera il solito vecchio organetto di argomentazioni scettiche. Allora si scopre che i sensi ci ingannano.

In età moderna, ad esempio, lo scetticismo venne usato per difendere la fede cristiana dall’avanzare della nuova scienza sperimentale. Galileo aveva dimostrato che la fisica e la cosmologia aristotelica erano false. Ciò aveva assestato un colpo durissimo all’autorità della Chiesa, che subito corse ai ripari. Si capì che non era sufficiente perseguitare gli eretici e mettere all’Indice i loro libri: bisognava anche impedire che alle nuove generazioni venisse in capo l’idea di seguire le loro orme.

Non stupisce allora scoprire come in Francia, intorno alla figura del potente cardinale Richelieu, venisse a formarsi un circolo di lìbertins érudits di chiara fede pirroniana. Fra questi, spiccano i nomi di Marandé, segretario del cardinale, e di La Mothe Le Vayer, precettore del futuro Luigi XIV. Quest’ultimo pensava che il valore dello scetticismo stesse nell’eliminare la possibilità e, con ciò stesso, anche l’interesse per la scienza. La ricerca scientifica era vista come una forma di empietà che doveva essere abbandonata per lasciare posto alla fede.

Del resto, già Montaigne qualche tempo prima aveva detto che non bisogna meravigliarsi se i nostri mezzi terreni non possono attingere al soprannaturale. E aggiungeva:

noi, per parte nostra, possiamo metterci solo l’obbedienza e la sottomissione.

Fu in questo clima di scetticismo diffuso che sorse la filosofia di Cartesio. Egli fu il più scaltro e lungimirante dei suoi contemporanei, perché capì che la rivoluzione in corso non si poteva fermare. Galileo aveva vinto, ma si poteva comunque usare lo scetticismo per costringerlo a incorporare la vecchia metafisica nelle premesse del discorso scientifico. Che cosa ci insegna dopotutto Cartesio? Che per sconfiggere lo scettico è necessario postulare l’esistenza di un Dio che garantisca l’affidabilità dei sensi. Ciò significa: mandate pure in soffitta Aristotele! Mettete a soqquadro la natura con le vostre indagini e i vostri esperimenti! Ma sappiate che se un giorno foste tentati di revocare in dubbio l’esistenza di Dio, dovreste dubitare anche dei vostri sensi. In questo modo lo scetticismo tornerebbe fuori dal Tartaro in cui l’abbiamo cacciato e l’intero edificio della scienza crollerebbe come un castello di carte.