Cos’è il particolarismo morale e perché è interessante

dnacy

In questo articolo proverò a spiegarvi cos’è il particolarismo morale in poche parole e nel modo più semplice possibile.

Prendiamo una regola morale, come: “Non mentire.”

Ci sono tre modi in cui possiamo interpretarla: in modo assoluto, in modo contributivo o in modo particolarista.

L’interpretazione assolutista

Supponiamo di interpretarla in modo assoluto. Questo vuol dire che la regola “non mentire” vale come un imperativo categorico, cioè come una regola che non ammette eccezioni.

Questo tipo di interpretazione ha una serie di problemi. Eccone uno. Supponiamo di avere un sistema morale che contiene solo due regole:

1) Non mentire.

2) Difendi gli innocenti.

Supponiamo adesso che si verifichi questo caso. Una ragazza vi bussa alla porta chiedendovi di nasconderla in casa vostra. Un gruppo di persecutori la stanno braccando e la vogliono uccidere perché appartiene a una certa minoranza. La regola (2) vi obbliga ad aiutarla, quindi le date asilo.

Qualche ora dopo bussano di nuovo alla vostra porta. Stavolta sono i persecutori della ragazza. Sono una decina e sono tutti armati. Vogliono sapere se nascondete la ragazza in casa. La regola (1) vi obbliga a dire loro la verità. Se dite loro la verità, però, venite meno alla regola (2) che vi obbliga a difendere gli innocenti. Abbiamo quindi una situazione in cui dire la verità è contemporaneamente giusto e sbagliato. Giusto in base a (1) e sbagliato in base a (2). La vostra teoria morale è contraddittoria.

Ci sono vari modi di difendere l’interpretazione assolutista da questa critica. Uno di questi consiste nell’incorporare delle restrizioni nelle regole. Ad esempio, la regola “Non mentire”, potrebbe diventare: “Non mentire, a meno che non sia per difendere un innocente.” In questo modo, il nostro sistema morale diventa:

1bis) Non mentire, a meno che non sia per difendere un innocente.

2) Difendi gli innocenti.

Tutto bene? No, perché non abbiamo più un sistema di regole assolute. Adesso abbiamo un sistema nel quale una sola regola è assoluta, la (2). Questo nuovo sistema ci dice, in sostanza, che la vecchia regola (1) è valida, fintantoché non entra in conflitto con (2). Se entra in conflitto con (2) non è più valida: prevale la (2). Ma allora non abbiamo più un’interpretazione rigidamente assolutista delle regole morali.

L’interpretazione contributiva

Un modo per risolvere questo problema consiste nell’abbandonare l’interpretazione assolutista in favore dell’interpretazione contributiva delle regole morali. Secondo questa interpretazione, le norme morali vanno interpretate come se avessero un loro peso specifico. Ciascuna norma ha un proprio peso specifico. Quando abbiamo una situazione in cui due norme confliggono tra loro, noi dobbiamo confrontare il peso specifico di ciascuna norma, come faremmo con due pesi sul piatto di una bilancia, e vedere da quale parte pende l’ago.

Secondo l’interpretazione contributiva, la regola: “Non mentire” va interpretata come se dicesse: “Mentire è un wrong-making factor, cioè un fattore che contribuisce a rendere sbagliata un’azione, ma che lascia aperta la possibilità che l’azione nel suo complesso sia giusta”. Così, se un’azione non contiene solo il fattore della menzogna, ma anche quello di salvare una persona, allora il fattore della menzogna è soverchiato dal fattore per cui salvare una vita è più importante. Nel complesso l’azione è giusta, a dispetto del fatto che viola la regola pro tanto contro la menzogna.

L’interpretazione particolarista

Se l’interpretazione contributiva è corretta, allora il peso specifico delle diverse norme morali è invariante, cioè rimane sempre lo stesso in tutte le situazioni possibili. Se mentire è un wrong-making factor, lo è sempre, anche quando la menzogna accade in un’azione che è complessivamente giusta. Il che è un po’ come dire: se una certa mela pesa un etto, continuerà a pesare un etto sia che la pesiamo da sola, sia che la pesiamo con altre mele.

È a questo punto che il particolarista avanza la sua critica. Secondo lui, il peso specifico delle varie norme non è invariante, ma può cambiare a seconda del contesto: è, come si dice, context-sensitive. Il particolarismo è, pertanto, una forma di olismo delle ragioni: per il particolarista, ciò che costituisce un wrong-making factor in un caso, può costituire un right-making factor in un altro caso. Ma non esiste qualcosa come il peso specifico invariante di una norma o di un fattore morale.

Come interpreterebbe il particolarista il caso dei persecutori? Semplicemente direbbe che, in quel caso, la regola “non mentire” è sbagliata perché c’è di mezzo la vita di una persona, e non che è giusta, ma che è soverchiata da altre regole più importanti.

BIBLIOGRAFIA

In questo articolo non ho citato nessuno, ma un minimo di bibliografia potrebbe essere utile per chi fosse interessato ad approfondire. Allora, per l’interpretazione assolutista potete leggere Kant, of course:

KANT, IMMANUEL (1875), Grundlegung zur Metaphysik der Sitten, tr. it. Fondazione della metafisica dei costumi, Laterza, Roma-Bari 2013.

Per l’interpretazione contributiva, invece, leggete questo libro di Ross:

ROSS, WILLIAM D. (1930), The Right and the Good, Clarendon Press, Oxford.

Per l’interpretazione particolarista, leggete Dancy (il tipo nella foto):

DANCY, JONATHAN (2004) Ethics Without Principles, Claredon Press, Oxford.

Ferraris e l’esperimento del cervello etico

Ferraris

Con questo esperimento mentale, Maurizio Ferraris pensa di poter dimostrare che non è possibile immaginare un comportamento morale in un mondo senza fatti e senza oggetti indipendenti dalla mente. Immaginiamo un cervello immerso in una vasca e stimolato elettricamente in modo che abbia l’impressione di vivere in un mondo reale, dove si presentano delle situazioni che richiedono delle prese di posizione morali. “Si può davvero sostenere che in quelle circostanze ci siano degli atti morali?” Secondo Ferraris no, perché in quel caso avremmo a che fare tutt’al più con intenzioni che non hanno prodotto alcun effetto nel mondo reale.

Non si possono processare le intenzioni: comminare una pena detentiva a un cervello che ha pensato – anzi, al quale nella fattispecie è stato fatto pensare – di rubare, non è meno ingiusto […] che santificare un cervello che ha pensato di compiere azioni sante. Questo esperimento dimostra semplicemente che il solo pensiero non è sufficiente perché ci sia la morale, e che questa incomincia nel momento in cui c’è un mondo esterno che ci provoca e ci consente di compiere delle azioni, e non semplicemente di immaginarle. (Manifesto del nuovo realismo)

A questo punto vale la pena di avanzare alcune considerazioni critiche:

  1. Innanzitutto, se al cervello “è stato fatto pensare” di rubare, allora non si può dire che la sua decisione fosse frutto di una libera scelta. Se non c’è libero arbitrio, non c’è etica indipendentemente dal fatto che la realtà esista o meno.
  2. Anche immaginando di correggere l’esperimento di Ferraris e di lasciare al cervello la libertà di decidere, la sua conclusione non è scontata. Chi ha detto, infatti, che le pure intenzioni non contano? Ci sono molti filosofi (Kant per esempio) per i quali il valore morale di un atto si stabilisce a partire dalle intenzioni di colui che lo compie, indipendentemente dalle conseguenze che ne derivano. Se un medico uccide un paziente con l’intenzione di salvargli la vita, egli compie un’azione moralmente buona, perché buona era la sua intenzione. Allo stesso modo, se Dio dovesse giudicare il cervello nella vasca da bagno, lo farebbe guardando alle azioni che egli ha immaginato di compiere.
  3. Quando Ferraris afferma che non si manda in galera un individuo per le sue intenzioni dimostra di confondere tra norma morale e norma giuridica. Il diritto non si occupa (se non in misura molto ridotta) delle intenzioni, ma delle azioni e delle loro conseguenze. Nessuno manda in galera un individuo per le sue intenzioni omicide; questo, però, non significa che non si possa esprimere un giudizio etico sulle sue intenzioni. Se Tizio esprimesse pubblicamente la sua simpatia per gli stermini di massa, nessuno lo metterebbe in galera, ma questo non vuol dire che egli non sia una persona moralmente spregevole.
  4. Se vogliamo veramente immaginare un mondo privo di realtà materiale, l’esempio del cervello nella vasca non è molto adatto, perché, come minimo, presuppone l’esistenza oggettiva di un cervello, di un liquido e di una vasca che li contiene entrambi. Ma se facciamo sparire tutto ciò che è materiale, allora rimangono solo i pensieri, e in un mondo del genere i pensieri non sono miraggi di cose inesistenti, ma sono le cose stesse. Quindi ci sono anche azioni morali, esattamente come nel mondo materiale.